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In un mondo senza Cristo muore anche l’ospedale

MANICOMIO COLORNO
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La crudele fine di Alfie (e di Charlie e di Isaiah), l'episodio del giovanissimo Blake e innumerevoli altri casi giunti alle cronache in questi ultimi mesi, sono il segno di un regresso mondiale: gli ospedali, in un mondo non più cristiano, perdono il loro senso originario di carità verso il debole e diventano luoghi in cui si celebra la forza fisica e il benessere.

di Emiliano Fumaneri

Che l’ospedale rappresenti un luogo di accoglienza, cura e accompagnamento del malato è una convinzione talmente radicata nel senso comune da averci fatto credere che questi valori e questi atteggiamenti facessero semplicemente parte della natura umana. Come una sorta di grado minimo di civiltà, quel quid che provvede a marcare la distanza tra la società umana e l’orda animalesca.

Se lo abbiamo creduto, ebbene, dobbiamo confessare di esserci sbagliati. Quanto è accaduto al piccolo Alfie Evans ci ha brutalmente ricordato il vero stato delle cose, ossia che l’ospedale non nasce per gemmazione spontanea. Non è il prodotto di una naturale evoluzione delle cose. È piuttosto il risultato nient’affatto “naturale” di una cultura che riconosce a ogni essere umano una dignità inestimabile. Sì, perché l’ospedale come lo abbiamo conosciuto fino ad adesso, un luogo di ricovero e cura aperto a tutti i malati di tutte le classi sociali, soprattutto le più povere, nasce con l’avvento del cristianesimo. Come ha scritto lo storico della medicina Giorgio Cosmacini, col cristianesimo «da un lato si affermava il concetto che il malato era un tutto unico, corpo e anima; dall’altro si affermava il valore dell’accoglienza, dell’assistenza, dell’ospitalità».

Nel mondo antico la presenza ospedaliera, già molto sporadica, andava soggetta a limitazioni ben precise. Lo stesso vale per l’ospitalità, il cui valore era noto solo marginalmente. Il tempio d Esculapio a Pergamo, per esempio, accoglieva i malati solo dietro remunerazione. E Platone reputava degni di cura solo i cittadini liberi e quanti avessero avuto sicure possibilità di guarigione.

Con la nuova fede cristiana si assiste a un deciso “cambio di paradigma”. La nuova mentalità nei confronti del malato si rende evidente già nei primi secoli del cristianesimo grazie al coinvolgimento di molte donne, spesso vedove, che si dedicano al servizio dei malati. Una prima forma di assistenza organizzata sorge verso la fine del quarto secolo, quando una ricca vedova romana di nome Marcella trasforma la sua lussuosa dimora in un convento per monache-infermiere. Nel 390 invece la bella Fabiola, dopo due matrimoni infelici, si converte al cristianesimo e decide di dedicare il resto della sua esistenza al servizio dei poveri e degli ammalati fondando un ospedale.

I primi ospedali nascono così: dal basso, cioè dall’iniziativa privata di ricche matrone o di vescovi, sacerdoti o religiosi che creano «case ospitali urbane». Come san Basilio, fondatore del primo e più grande ospedale orientale, che diede vita a una cittadella della carità capace di fungere al tempo stesso da ospedale, locanda, lebbrosario, scuola di avviamento professionale, orfanotrofio. Senza contare la tradizione dell’ospitalità monastica portata avanti in Occidente da san Benedetto da Norcia e da Cassiodoro.

Ma un conto è l’ospedale in un mondo cristiano, un altro è l’ospedale in un mondo post-cristiano. È precisamente la condizione della Gran Bretagna, dove la secolarizzazione ha radici antiche. La crisi comincia già all’inizio del secolo scorso con un impatto talmente profondo da spingere qualcuno a definire il Regno Unito un «paese post-cristiano» nel quale i cristiani non sono più che una minoranza tra le altre. I dati statistici sono eloquenti e testimoniano un autentico collasso. In Gran Bretagna l’indice di appartenenza alla Chiesa è diminuito del 64% dal 1900 al 2010; i praticanti settimanali sono crollati dal 57% del 1851 al 10% del 2012; due terzi dei britannici non hanno nemmeno mai messo piede in una chiesa. I pochi frequentanti, soprattutto donne e anziani, abitano in larga maggioranza nelle periferie rurali.

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