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Come fa un adulto ad essere credibile agli occhi di un adolescente?

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 06/06/18

Arginare il bullismo è una sfida educativa che nasce a scuola. Gli insegnanti hanno un ruolo cruciale. E gli allievi non sono degli stupidi. Ecco come ci si dovrebbe comportare

Educare non è solo una questione di voti, programmi e pagelle. I ragazzi si accorgono se gli adulti sono credibili.

Nel gesto aggressivo dell’adolescente, pronto a esplodere a scuola contro il professore che si è permesso di dargli un brutto voto, ma capace di entrare in azione anche in piazza contro il compagno più fragile, è celata una drammatica richiesta d’aiuto.

E’ questa la lezione che ci consegna Eraldo Affinati, scrittore e insegnante, opinionista del mensile Vita Pastorale (giugno 2018).

La rivoluzione dentro noi stessi!

Affinati sostiene che questa sfida educativa nasce tra i banchi di scuola e gli insegnanti non possono permettersi il minimo errore. Perché i ragazzi che hanno di fronte sono tutt’altro che stupidi!

«Stiamo parlando di cose grosse – afferma il docente – guardare negli occhi chi abbiamo davanti, assumerci la responsabilità dello sguardo che lui ci riserva. In una parola: fare la rivoluzione dentro noi stessi. Ogni giorno, nelle aule del Bel Paese, i veri insegnanti rispondono a domande cruciali: quali sono gli ideali in cui credo? Come posso trasmetterli ai ragazzi che neppure mi stanno a sentire? C’è qualcuno che mi sappia indicare la maniera per superare lo sconforto e la mortificazione che sento quando registro il fallimento del mio lavoro?».


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“Sei sulla strada giusta!”

Porsi queste domande non è un aspetto negativo. Tutt’altro. «Vorrei dire al collega che avverte tali imperativi e magari non sa rispondere – evidenzia Affinati – sei sulla strada giusta! Se tu percepisci la tua incompiutezza, se ti senti impreparato e in certi momenti vorresti buttare all’aria tutto, bene, allora significa che stai entrando nel vivo della contesa. Fra poco, ne sono certo, ce la farai. Vincerai. E sai perché? Il giovane che ti si contrappone in forme a volte insopportabili, non è uno stupido, anche se spesso a lui piace sembrarlo».




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Educare è anche “ferirsi”

L’allievo «quando vede il sangue, metaforico o letterale, allora comincia ad apprezzare il tuo coinvolgimento. Capisce che stai accettando la sfida. Che hai messo in conto anche la possibilità di ferirti. Di più: che lo stai facendo per lui. Cos’altro vorrebbe dire, pare che ti stia sussurrando, educare? Pensavi che fosse soltanto una questione di voti, programmi e pagelle?».

Gli alleati

Una volta che il ragazzo comprende quanto l’insegnante stia facendo per il suo bene, allora, dice Affinati, può anche «accettare il tuo errore», ma non accetterà mai la tua «inautenticità».

E «nel momento in cui riesci a conquistare la loro fiducia, possono diventare tuoi amici per sempre. Come farcela da soli? Qualsiasi professore, per quanto carismatico, senza l’appoggio delle altre agenzie educative, è destinato alla sconfitta. La scuola deve trovare alleati: famiglia, istituzioni, associazioni, altri mondi sociali».


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Perdita di concentrazione

Questa è una sfida in salita, ammonisce il docente, in un mondo dominato, senza controllo, da internet e social network.

«Credere di poter accedere a qualsiasi informazione in tempo reale sta modificando gli stessi processi cognitivi. È chiaro che i talenti umani hanno oggi a disposizione risorse un tempo impensabili. Ma tutti gli altri che fine stanno facendo? Perché i ragazzi non riescono a mantenere la concentrazione più di dieci minuti?»

Ecco allora, conclude Affinati, che «la scuola può diventare la punta di diamante di un contrattacco etico, teso a ristabilire le gerarchie di valore nel mare magnum del web. E chi altri, se non l’insegnante, dovrebbe farlo?»




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