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San Paolo della Croce

Quando pregate, non sentite nulla? Benissimo, sapete pregare!

PRAYER FOR LIFE,NEW YORK CITY,ROE V WADE

Jeffrey Bruno

Edifa - pubblicato il 27/12/19

Il fatto che quando pregate non sentiate niente, non avete niente da dire o da capire, non significa che non sapete pregare, al contrario!

di padre Alain Bandelier

Chi dunque ci ha messo in testa questa strana idea che qualcosa deve accadere per forza ogni volta che preghiamo? Fin dall’infanzia, siamo stati mal indirizzati quando degli adulti con buone intenzioni ci chiedevano regolarmente: “Hai fatto la tua preghierina?” Come se la preghiera fosse qualcosa da fare. Ci sarebbe molto da dire sul verbo “fare”, che sminuisce tutto ciò a cui si riferisce (fare l’amore, fare figli, fare la carità, fare la comunione). In assenza del verbo “fare”, altri verbi sono aderenti ad una certa immagine o ideale di preghiera: parlare, sentire, ascoltare, capire delle “cose”. Nella realtà però, queste “cose” accadono raramente.


Couple - Praying - God - Parents

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Per parlare di preghiera è giusto usare il verbo “essere”

La preghiera è una cosa seria, ma non sempre mantiene le promesse, da qui la nostra delusione. La tentazione è allora di dare la colpa a Dio, perché se Lui ci amasse veramente dovrebbe soddisfare le nostre aspettative; oppure accusiamo noi stessi, pensando che se davvero amassimo Dio dovremmo essere in grado di incontrarLo. Ma se manca il dialogo, non sarebbe meglio smettere? Così, troppo spesso, dopo alcuni tentativi, disertiamo il campo di battaglia della preghiera, rinunciando ad ogni combattimento.

Ecco quindi il verbo giusto da impiegare quando si parla di preghiera: il verbo “essere”. Pregare è essere, essere con Qualcuno. Questa è la sfida e lo ha capito bene sant’Agostino, che, con tristezza ma anche divertito, poneva al Signore questa domanda: “Dio mio, Tu che sei ovunque, perché non Ti trovo da nessuna parte?”.


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“Sono con voi tutti giorni, fino alla fine del mondo”

San Giovanni Paolo II diceva che “il problema dell’assenza di Cristo e del Suo allontanamento dalla storia dell’uomo non esiste […]. C’è un solo problema che esiste sempre e dovunque: il problema della nostra presenza vicino a Cristo”. In effetti, che senso ha insistere sulla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, nei sacramenti, nella Sua Chiesa, nell’amore fraterno, nel servizio ai poveri, se noi non siamo vicini a Lui?

Quando Gesù manda i Suoi apostoli per portare la Buona Novella a tutte le nazioni e a tutte le generazioni afferma con forza: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Ma per essere con qualcuno, bisogna essere almeno in due. Essere con Colui che ha voluto stare con noi è il fondamento stesso della fede come esperienza viva e vissuta.




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Cerchiamo Dio, non delle sensazioni

Tutto questo ha delle implicazioni, ci obbliga a dare una giusta collocazione e il senso della preghiera nella vita del cristiano; pregare non è un fine ma un mezzo, il nostro obiettivo è la vita con Cristo. Per poter dire con l’apostolo Paolo: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1, 21) “Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la Gloria di Dio” (1Cor 10,31). Ma per stare sempre con il Signore, di tanto in tanto dobbiamo essere soli con Lui, lasciare tutto per Lui, affinché Egli sia il centro di tutto.

Il valore della nostra preghiera non si misura dal numero di idee geniali o dalle sensazioni meravigliose che proveremo, ma dal fatto che in questo luogo del mondo e in questo momento della nostra vita in cui ci troviamo, dobbiamo osare aprirci all’incontro con Dio, un incontro da Essere a essere. La Bibbia dice “faccia a faccia”, gli autori spirituali dicono “cuore a cuore”. L’importante è che Egli possa trovarci, allora anche noi avremo qualche possibilità di trovarLo.


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