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Da fotografo di moda all’impegno umanitario, grazie ai volti del Cottolengo

FOTOGRAFO, CITTA, ZAINO

Andrii Zastrozhnov | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 23/05/22

Dopo 9 mesi da volontario al Cottolengo, lavando e imboccando i degenti, Andrea Vallerani ha lasciato la professione di fotografo di moda: da allora con Unicef e Medici senza frontiere si dedica all'impegno umanitario in giro per il mondo.

C’è un posto al cui ingresso sta scritto: “L’amore di Cristo ci sprona“. È la Piccola Casa della Misericordia di Torino, meglio conosciuta come Cottolengo, dal nome del suo fondatore.

E quel motto è l’equivalente rovesciato di quel che Dante trovò scritto all’ingresso dell’inferno. Trovate speranza voi ch’entrate, pare la proposta assurda di un ospedale che nell’immaginario comune è associato spregiativamente alle deformità e a quel genere di malattie su cui non si vorrebbe mai posare lo sguardo. Di recente il Corriere ha pubblicato un’intervista ad Andrea Vallerani che ho letto d’un fiato. Era fotografo di moda e oggi si occupa di logistica per Medici senza frontiere. Il prima e dopo di questa vita completamente trasformata è legato ai 9 mesi che trascorse nel Cottolengo da volontario alla fine degli anni ’80.

Lavavo i degenti, li vestivo, li imboccavo, li accompagnavo in bagno, li portavo fuori a prendere aria. Tutti i giorni, dalle 8 alle 18. 

Da Corriere

Fotografi e scrutatori

E che cos’era se non il caso ad aver fatto di lui Amerigo Ormea un cittadino responsabile, un elettore cosciente, partecipe del potere democratico, di qua del tavolo del seggio, e non -di là del tavolo -, per esempio, quell’idiota che veniva avanti ridendo come se giocasse?

Da La giornata d’uno scrutatore

So bene perché l’intervista a Vallerani ha catturato la mia attenzione. Ha lo stesso contenuto dirompente de La giornata d’uno scrutatore di Italo Calvino. Anche lui fu cambiato dall’esperienza del Cottolengo quando vi prestò servizio come scrutatore nel 1961.

Si entra pensando di stare da una parte del tavolo, quella dei sani. Poi tutto va in crisi di fronte al riso di un idiota. Cosa ci sarà mai da ridere in un ospedale? Allora le barriere intellettuali crollano e si cede all’incontro con la vulnerabilità quasi indecente di esseri umani che respirano e poco più. Dal Cottolengo lo scrittore Italo Calvino uscì con queste parole rimaste scolpite nella memoria di molti. Fissando un padre che dava da mangiare al figlio gravemente disabile intuì:

Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore. E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Ibid.
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Si entra da intellettuali, o da fotografi nel caso di Andrea Vallerani. La sua idea astratta era stata quella di fotografare i malati del Cottolengo, con l’ipotesi buona di fare qualcosa che incrinasse i pregiudizi sulla malattia. Ma l’incontro cambia tutto.

Si esce vivi. Più presenti all’urto della vita.

Lo scrutatore Calvino si sentì scrutato. E il fotografo si è sentito osservato da occhi che parlavano una lingua diversa da quella del mondo esterno. Dopo un lungo periodo da volontario tra i malati, Vallerani esce dal Cottolengo e molla il mondo della moda, per scommettere proprio sul fatto che l’umano non può darsi come limiti quelli imposti dai meccanismi utilitaristici e dell’apparenza. Cosa accade se ci si lascia spronare dall’amore?

Volti amici, non mostri

Confrontarmi con suor Giuliana è il mio contravveleno. E nella mente ho sempre impressi tutti gli amici che vi ho incontrato. Il muto che ride sulla copertina del libro, coprendosi la bocca con le mani. Giuseppe, del quale conquistai la fiducia dopo mesi: girava con una borsa da manager e un’automobilina giocattolo caricata a molla. E il mio Ligabue, un prete novantenne che sfidava compiaciuto l’obiettivo della Nikon: l’archetipo della bellezza.

Da Corriere

Andrea Vallerani era fotografo di moda, lavorava con firme prestigiose e top models. In mezzo ai suoi ricordi compare quella frase che conosciamo bene: “Ma ero insoddisfatto“. Non sono il lavoro giusto, lo stipendio buono, i progetti ben riusciti a quietare un certo borbottio della coscienza. Verso la fine degli anni ’80 l’ipotesi di fotografare i degenti del Cottolengo di Torino gli fanno incontrare suor Giuliana Galli, all’epoca a capo dei volontari in servizio all’ospedale.

E lei respinge quell’ipotesi, rilanciando una proposta più scandalosa. Andrea resterà nel Cottolengo per 9 mesi da volontario, non da fotografo. Metaforicamente ma non troppo, si tratta proprio di un tempo vissuto come camera oscura, in cui l’idea si lascia cambiare dalle presenze. È un vero capovolgimento.

Prima l’ipotesi di conoscescere e capire passava attraverso il filtro di uno strumento (l’obiettivo fotografico). Tolto lo strumento, accade l’immedesimazione. Niente più macchina fotografica, ma una quotidianità passata a lavare, imboccare, accudire i malati.

Ho girato il Cottolengo per 9 mesi, stanza per stanza. Non ho visto mostri.

Ibid.
RITRATTO, SFUMATO, OMBRE

Non ha visto mostri, ma ha visto molto in quei corridoi. Soprattutto ha rimesso a fuoco se stesso. Per Vallerani stare al cospetto del bisogno umano più disarmato, è diventato il contravveleno o antidoto alle logiche strettamente utilitaristiche del mondo. Accudendo i malati è nata un’ipotesi di vita radicale diversa, folle.

Dall’ Esselunga al Kirghizistan

Si fa fatica a trovare qualcosa in rete su Andrea Vallerani. Strano in questi tempi di iper-condivisione e strano per uno che faceva un mestiere così legato al mostrare. Ma potrebbe essere un ottimo segno.

L’essere ha preso il sopravvento. Non ha più tempo, immagino, per tutta quella parte di vita che oggi definiamo social (ma è molto solitaria). Attualmente Vallerani è Biškek, capitale del Kirghizistan insieme a sua moglie e al servizio di Medici senza frontiere. Logista, questa la sua occupazione.

Mi sono trasformato in logista dal 2004, quando Msf mi spedì in Angola. Ero partito con la mia inseparabile Nikon Fm2. Scoprii che il personale sanitario aveva bisogno di tutto, tranne che di scatti: ambulatori, sale operatorie, farmaci, ferri chirurgici, apparecchi elettromedicali, luce, acqua, ossigeno.

Ibid.
BAMBINI, ANGOLA, ACQUA

Mollare gli strumenti noti, prenderne in mano di nuovi. Sappiamo farlo anche noi nel nostro recinto di vita? Sappiamo mettere le nostre mani a disposizione del bisogno, piuttosto che della celebrazione della nostra bravura?

Comunque, non tutto è oro quel che luccica. Le trame di queste conversioni sulla via di Damasco hanno sempre un fascino superficiale: lasciare tutto, cambiare vita, dedicarsi a tempo pieno all’impegno umanitario. C’è uno slancio che ci entusiasma, eppure per Vallerani non è stato facile. Uscito con occhi nuovi dal Cottolengo, si è lasciato alle spalle molti benefits e certezze.

 Mi dissi: basta moda, devo andare al di là di ciò che fotografo. Fu dura. Mi ritrovai senza introiti. Finii a fare il magazziniere part-time all’Esselunga di Lodi. Sveglia alle 4.30.

Ibid.

Dal quel magazzino è arrivato poi a girare il mondo. Kenya, Tanzania, Sud Sudan, Uganda, Iraq, Ucraina, Cina, Messico, Guatemala, Honduras e oggi Kirghizistan, prima a servizio dell’Unicef e poi di Medici senza frontiere.

E quello che fa più clamore in questa storia è come sempre l’invisibile. Stupisce che questo aprirsi al bisogno del mondo nasca da un incontro avvenuto in un angolo nascosto e quasi muto (o siamo noi che siamo sordi?) come il Cottolengo. Lì, presenze che il mondo esterno fa fatica a guardare hanno suscitato un ripensamento radicale, capace di far cambiare rotta a un uomo molto bene avviato nella sua carriera.

Che gli occhi dei più vulnerabili siano forse lo specchio di cui abbiamo bisogno per stare al cospetto del nostro vero e nudo essere?

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cottolengocronacafotografiamissione
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