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Debole e vigliacco non ho saputo difendere mio figlio dall’aborto

SAD MAN,

SvetaZi | Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 24/03/21

Il dramma dell'aborto dal punto di vista di un uomo. Erano molto giovani quando si illusero di togliersi così un peso. Invece da quel giorno un macigno li travolse soffocando il loro amore. Solo con la grazia di Cristo sono riusciti dopo tanti anni a risorgere dalle macerie

Qualche giorno prima di domenica 7 febbraio dedicata alla Giornata per la Vita, che si celebra da 43 anni ogni primo giorno dedicato al Signore in quel mese, ho iniziato a leggere il libro: “Ma questo è un figlio. Testimonianze di donne vittime dell’aborto”, Gribaudi Editore, a cura di Giuseppe Garrone.

Piemontese di grande fede, ha speso 27 anni a tempo pieno per salvare i bambini dall’aborto e, con essi, le loro mamme, per le quali percorreva chilometri su chilometri ed era sempre pronto a offrire sostegno e consigli, al telefono o di persona. Diverse le iniziative di aiuto che ideò – tra cui le culle per la vita, oggi una sessantina in Italia – e che continuano a dare i loro frutti.

(lanuovabq.it)

Anche gli uomini vittime dell’aborto

Tra le tante testimonianze di donne vittime dell’aborto, sono presenti anche quelle di due uomini, di cui molto raramente si legge a proposito di questo drammache invece coinvolge profondamente anche loro. 

La storia di Maurizio

Quella di Maurizio mi ha colpito per la forza delle emozioni che trasmette e la profondità delle riflessioni che presenta al lettore. 

Nel giugno del 1990, all’età di 25 anni sta vivendo un momento magico: un lavoro sicuro, una ragazza di tre anni più giovane conosciuta l’anno prima di cui è molto innamorato, un appartamentino da poter dividere con lei. Cosa si può chiedere di più alla vita a quell’età? 

I dubbi dopo aver scoperto la gravidanza

La scoperta di aspettare un bambino, che  sembra inizialmente ad entrambi  la “ciliegina sulla torta”.  Ma di lì a poco iniziano le prime scosse di un terremoto di domande e dubbi angosciosi:

Che ne sarà del mio lavoro? Mi trasferiranno? E dove andremo a vivere? Non abbiamo neanche un soldo in banca! Saremmo dei buoni genitori? E i tuoi  22 anni… che fine faranno?

(p.134)

Non siamo stati in grado di ascoltare solo il nostro cuore

L’unica persona con cui parlare e alla quale chiedere aiuto in quel momento è la mamma di lei che sconsiglia in modo categorico la figlia di portare avanti la gravidanza.

Eravamo davvero soli, soli con il nostro bimbo che cresceva ogni giorno, ma non abbastanza soli da sentire SOLO il nostro cuore… 

(p.135)

La confusione più totale si impadronisce di Maurizio che vede la sua ragazza ridotta ad uno straccio ed in preda al più profondo sconforto.

Controvoglia, ma con la disperazione di chi vuole uscire da un brutto incubo, andammo ad eliminare quel “problema”, da soli.  

(p.135)

“Cosa abbiamo fatto!”

Quando torna in clinica, dopo averla assistita durante l’intervento, trova la sua ragazza sconvolta che si chiede, come se prendesse solo ora consapevolezza di quanto avvenuto:

Il mio bambino… non c’è più. Me lo hanno tolto… oddio! Cosa abbiamo fatto! 

(p.135)

Da innamorati felici ad infelici vittime dell’aborto

Inizia così un’amara presa di coscienza che come un macigno si abbatte sul loro rapporto di coppia.

NON ERAVAMO PIÙ GLI STESSI, la parte più bella del nostro amore, quella fatta di passione vera, di amore con la “A” maiuscola, era morta con il nostro bimbo, e noi ci stavamo sempre più allontanando. 

(p.135)

La grazia di Dio attraverso l’omelia di un parroco

Arrivano quasi al punto di lasciarsi ma è la loro parte spirituale che riesce in qualche modo a tenerli insieme. L’omelia di un parroco che poi seguiranno nel corso prematrimoniale li aiuta a capire fino in fondo la gravità dell’aborto, del rifiuto che hanno posto all’amore di Dio. 

A  questo sacerdote confessano il loro “delitto”, ne ricevono il perdono e sempre da lui vengono uniti sull’altare. Da quel momento è iniziato il loro cammino spirituale e l’impegno nel Movimento per la Vita, “per salvare anche solo un bambino innocente da una morte che solo Dio può decidere quando e in che modo dare”. 

Il nome e il Battesimo di desiderio

Maurizio e sua moglie hanno fatto battezzare il loro bimbo mai nato e gli hanno dato il nome: fa parte della loro famiglia come se fosse vivo.

Mia moglie un giorno lo ha abbracciato in sogno, tra le lacrime, chiedendogli perdono, lo ha visto in volto, e lui felice e sorridente le ha detto: “Perché mamma? Io sto bene e ti voglio tanto bene!”

(p.136)

Quando ogni anno si avvicina quella data una profonda tristezza si impadronisce di lui, e prima di addormentarsi in lacrime sente visceralmente la mancanza dell’abbraccio del suo bambino, di quelle manine che gli avrebbero toccato il viso se non fosse stato vigliaccamente egoista. 

Anni e anni per riemergere dalle macerie

È dovuto trascorrere tanto tempo prima che la sessualità di coppia tornasse quella dei tempi belli, così come son dovuti passare tanti anni prima che la moglie, caduta varie volte in depressione, si sentisse degna di diventare madre, angosciata dal timore del rifiuto da parte della nuova creatura. 

Ancora  adesso che sono diventato padre, il vuoto che quel bimbo ha lasciato in noi non verrà mai colmato, perché i bambini sono un dono del Signore e NON un regalo da rifiutare e gettare nella spazzatura.  

(p.137)

La preghiera di Maurizio

La testimonianza di Maurizio termina con un sogno che suona come una accorata preghiera:

Un giorno anche il tuo papà ti potrà incontrare, piccolo, e solo allora, se Dio lo vorrà, potrò abbracciarti e dirti che ti voglio tanto bene, sarà il dono più bello che il Signore mi potrà dare.

(p.137)
DAD AND LITTLE SON,

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MA QUESTO E' UN FIGLIO,
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