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Ho abortito a 16 anni: io e i miei genitori vittime della 194

Courtesy use of Maria Luisa Di Ubaldo

Silvia Lucchetti - pubblicato il 06/02/21

In occasione della 43esima Giornata Nazionale per la Vita condividiamo con voi la testimonianza di Maria Luisa Di Ubaldo, presidente di Federvita Lazio. "Perdonami, amore mio": le ultime parole sussurrate al suo bambino

In occasione della 43esima Giornata Nazionale per la Vita siamo felici di poter condividere con voi l’intensa testimonianza che ci ha inviato Maria Luisa Di Ubaldo, madre di quattro figli e già nonna di tre nipoti. È la presidente di Federvita Lazio, Federazione Movimenti per la Vita, Centri di Aiuto alla Vita e Case di Accoglienza del Lazio.

Ho conosciuto Maria Luisa lo scorso anno e mi ha colpito subito il suo sguardo sereno, il sorriso luminoso e il volto dolce ma lievemente velato di malinconia.

Nel suo servizio a sostegno della Vita, Maria Luisa mette tutto il coraggio, l’impegno, la passione, la professionalità ma soprattutto il sentimento, intriso della sua storia e dei suoi valori.

La ringrazio profondamente di averci donato una pagina della sua vicenda personale così intima e drammatica: un aborto all’età di 16 anni, a ridosso del varo della legge 194, in un clima generale di vuoto entusiasmo per la “conquista” di quello che veniva sbandierato come un diritto delle donne, e che poi si sarebbe rivelato un tragico inganno.

Maria Luisa e i suoi genitori ne furono vittima.

Un dolore immenso che come ogni croce però, se portata con Cristo, è preludio di resurrezione.

Infatti, grazie al sostegno della madre e del padre, – che hanno duramente sofferto per la decisione di allora – ha potuto contemperare la cura e l’educazione dei figli con l’impegno della formazione per diventare una volontaria a difesa della vita fin dal suo concepimento.

Maria Luisa si è affidata a Dio, Lui l’ha ricolmata del Suo amore e le ha dato un segno speciale che ha dato inizio alla sua rinascita.

MARIA LUISA DI UBALDO,
Maria Luisa Di Ubaldo

Così è guarito il suo cuore ed ora, da tanti anni, si è messa a servizio delle donne e dei loro bambini affinché nessuna debba dire un giorno con la voce rotta dal pianto: “perdonami, amore mio”.

La testimonianza

di Maria Luisa Di Ubaldo

Quante volte ho provato a raccontare la mia storia, quante notti a pensarla, a capire… per anni ho cercato di cancellare ogni istante vissuto, ogni parola ascoltata; oggi cerco nei miei ricordi tutti i particolari che mi possano aiutare a riviverla perché quei cinque mesi sono stati gli unici che ho vissuto insiemea mio figlio e non mi spaventano più!

All’età di sedici anni mi sono affacciata timidamente dal nido e ho cominciato a vivere la mia adolescenza con la barbie in mano e la voglia di rincorrere il sogno che ogni adolescente porta nel cuore… trovare il principe azzurro!

Frequentavo la parrocchia e i miei genitori mi avevano concesso di andare sola ai vari incontri. Il tragitto che dovevo compiere era breve, trecento metri… tanto poco per sconvolgere la mia vita!

Conobbi un ragazzo durante il mio breve percorso, si prese tutto di me, il mio cuore, la mia anima, il mio amore e il mio giovane corpo.

Credevo di aver incontrato il “principe azzurro” e invece avevo trovato l”’uomo nero”. Scoprii il mio corpo mentre scoprivo l’amore, mi affidai a lui che tradì la mia fiducia.

Improvvisamente mi resi conto che qualcosa dentro di me stava cambiando.

“Non sono suo padre, sarà stato qualcun altro”

Fu una mia amica a suggerirmi il test di gravidanza che, inesorabile, si rivelò positivo!

Aspettavo un bambino.

Un turbinio di pensieri mi sconvolse la mente e istintivamente decisi di proteggere mio figlio custodendo il segreto nel profondo del cuore… fino al giorno in cui decisi di dirlo a suo padre. Mi sentivo serena, tranquilla, sicura che lui avrebbe gioito con me, sarebbe stato felice di sapere che presto avremmo avuto un figlio!

Non sono suo padre, sarà stato qualcun altro.

Le sue parole furono per me un pugno allo stomaco, ricordo che portai istintivamente le mani sul ventre come per proteggere mio figlio; piansi, urlai, ero disperata perché improvvisamente la realtà mi appariva nella sua verità: aspettavo un figlio da un uomo che non ne voleva sapere, dovevo dirlo ai miei da sola e avevo tanta paura.

WOMAN,CRYING
Shutterstock

Era tardi, intorno a me solo buio, dentro di me buio!

Vagai per le strade del quartiere, pensavo ai miei genitori, alla loro preoccupazione nel non sapere dove fossi e al momento in cui avrei dovuto dirgli che ero incinta.

Non sapendo cosa fare tentai un ultimo gesto, entrai in una tabaccheria che stava chiudendo e telefonai al padre di mio figlio con la speranza di farlo riflettere.

Mi rispose sua madre che oltre a non passarmelo, mi trattò malissimo invitandomi a non cercarlo più.

Il tabaccaio, l’angelo custode che chiamò i miei genitori

Agganciai il telefono ero stordita e il tabaccaio m’impedì di uscire, aveva ascoltato la telefonata e intuito la mia disperazione e, come un buon padre, si fece dare il numero di telefono dei miei e chiamò a casa.

Oggi sono convinta di avere incontrato un angelo custode: fu lui ad affidarmi ai miei genitori e a raccontargli tutto con estrema delicatezza.

Non dimenticherò mai l’istante in cui i miei occhi s’incontrarono con quelli di mamma e di papà, increduli, terrorizzati ma felici di avermi ritrovata.

Così iniziò il mio calvario.

Il buio totale ritorna nella mia mente, ricordo vagamente che mi portarono da un ginecologo, mi visitò e stabilì l’epoca di gestazione, secondo i miei calcoli avevo di gran lunga superato il limite dei 90 giorni e consigliò “Villa Gina”.

Ci trovavamo nel 1981, da poco era stata varata la legge 194 in nome della libertà della donna e per evitare gli aborti clandestini.

Avrebbe dovuto tutelare la maternità invece rese legale l’omicidio di Stato!

I miei genitori sono stati vittime di questa legge così come lo sono stata io e mio figlio, con l’aggravante di essere stati mandati nelle fauci del lupo: “Villa Gina” meglio conosciuta da tutti come la clinica degli aborti illegali.

Il giorno dell’aborto, l’ultimo trascorso con mio figlio

La mia memoria torna al giorno dell’aborto, l’ultimo giorno trascorso con mio figlio che, sempre secondo i miei calcoli, custodivo nel mio ventre da circa cinque mesi.

Mi rivedo sul lettino in una piccola stanza, piango disperatamente mentre le infermiere parlano del più e del meno.

Le disturbo con il mio pianto e mi rimproverano dicendo:

Ma cosa piangi! Smettila, ci dai fastidio!

Voglio scappare, voglio mio figlio. Glielo dico ma non mi ascoltano.

Poi arriva il medico.

È ancora sveglia la ragazza? Non vedete che piange? Fatele l’anestesia!

Portai di nuovo la mano sul mio ventre come un ultimo tenero e lungo abbraccio:

Perdonami, amore mio…
Lara Danielle CC

Il risveglio in una stanza in penombra, intorno a me il vuoto, nel mio cuore il vuoto.
Vuoto assoluto.


SAD WOMAN,

Leggi anche:
Il giorno che ho abortito mio figlio ho ucciso anche me

Il sogno ricorrente dopo l’aborto

Di nuovo il black-out. Non ricordo nulla dei giorni e dei mesi che seguirono solo un sogno ricorrente, io che salivo le scale al buio, in cima una porta aperta dove una bambina si sporgeva e gridava: “Mamma!”.
Appena arrivavo in cima alle scale, il sogno svaniva.

Ho vissuto per un anno fuori dal mondo, dal mio corpo.

Il senso di colpa non mi permetteva di avere relazioni con i miei amici di sempre, mi sentivo inadeguata, incompresa e soprattutto spaesata, non riuscivo a trovare un posto nella società, avevo una paura terribile che la mia verità venisse scoperta con tutte le conseguenze pregiudiziali.

Ma soprattutto m’impedivo di “rientrare” in parrocchia, non ne ero degna, avevo deluso anche Dio.

Non riuscivo più trovare un posto in famiglia perché avevo tradito la fiducia e le aspettative dei miei genitori che hanno creduto di proteggermi, di salvarmi la vita!!!

Si sbaglia anche per il troppo amore, soprattutto quando si agisce in fretta e d’impulso affidandoti a persone che credi leali.

La mia vita ricominciò lentamente quando conobbi Antonio

La mia vita ricominciò lentamente a “girare” quando conobbi Antonio, avevo 17 anni.

Gli raccontai il mio dolore e non scappò, mi prese per mano e lentamente mi riportò nel mondo, nel mio corpo.

Ripresi a vivere cercando un posto nuovo nella società, ero cambiata, dentro di me sentivo una forza che mi spingeva a ricercare la verità e la giustizia, a trovare una ragione di tutto!

Rientrai in parrocchia e feci pace con Dio ma non con me stessa.

Avevo tutto: l’amore, il lavoro desiderato, gli impegni in parrocchia, il posto ritrovato in famiglia e nella società, ma le mie sofferenze non le avevo superate, erano in me, nel mio cuore, nella mia anima latenti, pronte a riemergere nei momenti di “debolezza”.

Nelle mie profondità, come un vulcano che apparentemente dorme ma che in realtà è attivo, la voglia di capire, di trovare pace era sempre in ebollizione.

Rivolevo il mio bambino

By fizkes | Shutterstock

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Tags:
abortodifesa della vitatestimonianze di vita e di fede
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