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Al via gli ultimi dieci anni (decisivi) della “guerra dei sessi”: il nuovo libro di Thérèse Hargot

Thérèse Hargot

courtesy photo

Thérèse Hargot portrait

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 02/03/20

Esce oggi in Francia, per i tipi di Albin Michel, Qu’est-ce qui pourrait sauver l’amour ?, che si propone come il seguito e lo sviluppo di “Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)”. Saggio ampio e ambizioso, che propone una lettura acuta e critica del nostro tempo… ma pure una via di redenzione.

È da oggi nelle librerie francesi Qu’est-ce qui pourrait sauver l’amour ?, il nuovo saggio di Thérèse Hargot dopo il successo di Une jeunesse sexuellement libérée (ou presque): c’era stato in mezzo, è vero, il dialogo con mons. Emmanuel Gobilliard, ma di quell’intervista doppia (che comprensibilmente gli editori italiani hanno giudicato poco importabile) è giunta da noi un’eco trascurabile. Erano invece mesi che Thérèse mi confidava, di tanto in tanto, di essere alle prese con un saggio che giudicava importante… ma l’ampiezza di respiro e d’intelligenza raggiunta in questo lavoro ha stupito anche me, che pure partivo con un pregiudizio schiettamente favorevole. Le avevo chiesto in che modo lei, come autrice, avrebbe qualificato la novità di quest’opera rispetto al saggio precedente. E la risposta è stata:

Direi che questo libro apre una nuova strada: denuncia e annuncia! Vi condivido una visione altra della sessualità, della fecondità, dell’amore, del piacere, del parto, del femminismo… una visione “eco-logica”.

E qualcosa di simile aveva effettivamente detto nella breve clip disposta dall’editore (Albin Michel) per lanciare il prodotto:

L’argomento del libro è “chi potrà salvare l’amore?”, vale a dire “che cosa potrà salvare la relazione?”. Se le statistiche hanno ragione, da qui a 10 anni (10 anni soltanto!) le coppie smetteranno di fare l’amore: non è per questo che smetteranno di vivere una vita sessuale – essa si vivrà fuori dalla coppia. Stiamo veramente assistendo a una trasformazione della sessualità e a una perdita della relazione: è questo che m’interpella. In questo libro vi propongo una nuova visione della sessualità, sostenuta da un nuovo femminismo: un femminismo ecologico che abbia per emblema i metodi naturali di regolazione delle nascite, vale a dire la conoscenza che le donne e gli uomini hanno del loro corpo e della loro fertilità. Tale conoscenza permette il rispetto di sé, il rispetto dell’altro, l’ammirazione, la comunicazione… tutte attitudini necessarie all’amore. Questa conoscenza può trasformare radicalmente le nostre relazioni e il nostro modo di fare l’amore. È urgente che si conduca una nuova rivoluzione: una rivoluzione dell’amore per salvare le relazioni umane.


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C’è del bello e c’è del nuovo

Voltata l’ultima pagina del libro, mi è sovvenuto alla mente (ma rovesciato), il noto sferzante giudizio che Gioacchino Rossini avrebbe dato dell’opera propostagli da un giovane musicista: «C’è del nuovo e c’è del bello, nel vostro lavoro: ma il nuovo non è bello e il bello non è nuovo». Ecco, nel libro di Thérèse c’è del nuovo e c’è del bello; e il bello è pure nuovo, benché ricalchi tradizioni antiche; e il nuovo è pure bello, benché inviti a scomodare i nostri consolidati stili di vita.

Leggendo il libro ripensavo, tra l’altro, alla mostruosa rivendicazione abortista (di solitaria e faustiana autodeterminazione) firmata da Selvaggia Lucarelli poche settimane fa, nonché al pilatesco e leccato articoletto di Aldo Cazzullo, che ben più recentemente ha solidarizzato con la prima ribadendo il sacro dogma per cui, sì, l’aborto è roba di donne e nessun uomo deve osare intervenire.

Questa società da incubo che lascia da sole le donne, spacciando loro la loro stessa alienazione in carta regalo, e legittima gli uomini al disimpegno – questo quotidiano campo di battaglia in cui si agita da cinquant’anni la guerra dei sessi – è proprio il vasto tema del libro:

Libere di vivere esperienze sessuali, libere di stare in coppia, di separarsi e di tornare a vivere una nuova storia; libere di avere bambini quando li vogliamo e come li vogliamo, libere di interrompere la gravidanza, libere di lavorare, libere di guadagnare denaro, libere di spenderlo come vogliamo, libere di vivere le proprie passioni, libere di possedere quel che vogliamo. Va bene, questa è fatta: siamo libere. E dopo? Siamo felici? Oseremo calcolare la “felicità interna lorda” delle nostre società liberate e dal prodotto interno lordo imponente? Lo so che non ho il diritto di porre questa domanda. Lo so che mi diranno, come avviene dalla mia infanzia, che il diritto alla contraccezione, il diritto all’aborto e il diritto alla procreazione medicalmente assistita sono una questione di libertà, non di felicità. Ma a che serve essere liberi, se non per amare ed essere felici?

Thérèse Hargot, Qu’est-ce qui pourrait sauver l’amour ?, Paris 2020, 186

A poche pagine dalla fine del libro, Thérèse glissa tra le righe un singolare paradosso: nella società dei diritti sembra sconveniente, quando non proibito, fare domande, e invece se c’è una cosa veramente audace e ambiziosa per cui questo testo – ancora più di Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) – si caratterizza, questa è la pacata serietà con cui l’autrice pone domande. Il formidabile fraintendimento che ha portato alla pluridecennale guerra dei sessi si deve a molteplici fattori, spesso sovrapposti e incastrati senza ordine, nonché cementati nella malta di antiche ingiustizie subite e perpetrate: per questo è rarissimo che si possa liberare la parola (ad esempio, ma non solo, sull’aborto) senza scadere negli slogan (più o meno falsi ma ugualmente odiosi) di una delle due fazioni. Stai dalla parte del bambino o dalla parte della donna? I pro-choice dicono i loro avversari sono gli “anti-choice”, mentre i pro-life (senza neppure stare a coniare neologismi) affibbiano ai pro-choice lo stigma di assassini. E c’è del vero, in questi giudizi (in entrambi): per questo ricondurre al dialogo, alla ragionevolezza, alla “pubblica parlabilità” di temi scottanti e fondamentali, è un merito enorme dell’autrice e di questo importante libro. Thérèse rifugge da schieramenti aprioristici e “politici”:

Proprio mentre scrivo, a Parigi è organizzata da La Manif pour tous una manifestazione contro l’accesso alla procreazione medicalmente assistita da parte delle coppie di donne e delle donne single. Ci si preoccupa che la medicina diventi una prestatrice di servizi, che essa non cerchi più di guarire ma si prodighi nel rispondere a un desiderio. Niente di nuovo! È cosa fatta già da mezzo secolo: il mondo ha già conosciuto la trasformazione antropologica che quanti si oppongono alla “PMA per tutte” paventano. Da quando i medici possono prescrivere un medicinale, la pillola, per delle donne che non sono malate e che anzi stanno talmente bene che possono generare figli, la medicina ha conosciuto questa trasformazione che sembra irreversibile. Ci | si preoccupa dell’avvento del regno del desiderio e che non esistano più tutti i limiti della natura. Ma questo mondo è esattamente quello sognato nel Maggio ’68 e aperto con l’accesso alla contraccezione. Ci si preoccupa per la scomparsa del padre… ma il padre è stato scaricato dalla questione della riproduzione già da un bel pezzo! Certo, facendo della gestione della fertilità una “questione da donne” – dall’assunzione della pillola all’aborto – l’uomo non ha mai parola in causa.

[…]

Non è logico, quindi, opporsi alla PMA senza padre e accettare la PMA per le coppie eterosessuali. Questo processo non guarisce la patologia, ma sovviene a una incapacità dei corpi a riprodursi mediante una prodezza tecnica per rispondere a un desiderio di avere figli. Tale opposizione riflette piuttosto un rifiuto di vedere apparire famiglie diverse a vantaggio della famiglia composta da un papà, una mamma e i loro bambini. A ragione vi si può vedere della discriminazione: perché rifiutare a delle coppie di donne quel che si permette alla coppie uomo-donna? Il movimento non è coerente ideologicamente, ed è per questo che nessuna delle sue battaglie è stata né sarà vinta.

Ivi, 40-41

Porre domande, con una maieutica che sembra risalire perfino oltre quella socratica e tornare ad attingere alla fonte dell’ostetrica dalla quale lo stesso filosofo ateniese prese lezioni, sua madre (Platone, Teeteto 149a), e anzi in un passaggio sembra che l’ambizione sia quella di «risvegliare l’ostetrica che sonnecchia in ciascuna di noi» (Thérèse Hargot, Qu’est-ce qui pourrait sauver l’amour ?, 184): ecco l’audacia più evidente del libro.

Il quale – è vero – denuncia e annuncia –: tre sono le parti del libro evidenti già dall’indice, ma ci si rende rapidamente conto della loro disomogeneità: la terza occupa infatti da sola quasi la metà del libro, mentre le prime due si dividono quasi egualmente la prima metà. Queste sono rispettivamente dedicate allo stato dell’arte e alle cause, mentre quella si concentra sull’alternativa: una cosa bella del libro di Thérèse è che non si limita a fare un’analisi (molto più acuta di quelle a cui siamo avvezzi) del miserevole stato in cui versiamo, bensì offre anche una prospettiva. La quale è una, sì, nella proposta fondamentale, ma molteplice nei corollarî (e non a caso questa parte si sviluppa in nove capitoli, laddove ciascuna delle precedenti ne dispiegava cinque).


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Ancora con questa storia?

«Insomma, si tratta di duecento pagine di spot ai metodi naturali?», obietterà banalmente qualche critico alla ricerca della nota repulsione delle persone per le parole “metodi naturali”: no, qualunque cosa siano queste duecento pagine esse non sono uno spot, perché i metodi naturali – bistrattati perché incompresi e incompresi per ignoranza (di sé) – non richiedono alcun acquisto, anzi liberano le donne, le coppie e le famiglie, da un non indifferente carico di spese finanziarie e di ipoteca sulla salute. Solo che ciò non si fa a buon mercato: l’ostacolo più grande – qui il femminismo di Thérèse si fa davvero temerario! – non sta nel presunto dominio patriarcale, ma nell’assoggettamento delle donne ai suoi dogmatici clichés. Le donne dicono di non voler rinunciare alla pillola per timore che i loro partner non sappiano “resistere ai momenti di astinenza”, ma questa favola (sessista e brutalizzante nei confronti degli uomini) è poco più dell’altruistico paravento alla propria paura di scoprire in prima persona e spesso per la prima volta la propria fisicità, la propria sessualità, la propria corporeità e le proprie potenzialità personali e creative: «[…] gli uomini si mostrano immensamente più entusiasti, molto più delle donne» (154).

Del resto gli uomini hanno la loro prigione, fatta non solo e non tanto di pornografia (comunque i numeri sono sempre più impressionanti), ma soprattutto dei contraccolpi – diffusissimi e latenti – di una Weltanschauung pornografica su loro stessi e sulla coppia: le aspettative da sé, quelle dalla compagna, quelle dai momenti di intimità e da tutta la vita di coppia portano le persone a soffocare la sessualità in seno al matrimonio per “sfogarla” fuori (alla pornografia si aggiungono le app di incontri), ovvero a negarla nella pratica per idealizzarla in teoria (e lì l’esplosione è solo questione di tempi e di modi).

Hargot riesce a mostrare i risvolti ecologici delle pratiche più correnti e più disinvolte (sapevate quanta CO2 produce l’industria pornografica? Lo troverete nel libro), nonché le loro ricadute ambientali (quanti ormoni passano dalla pillola alle urine e tornano nella nostra acqua potabile? e sapete cosa sono i perturbatori endocrini?) tessendo una fitta trama di causalità che producono nel lettore, una volta tanto, la salutare impressione di capire qualcosa di più del mondo – e dell’impatto bilaterale che la propria vita vi stabilisce.

Non manca di essere cruda fino alla durezza, nel giudicare barbare pratiche come l’utero in affitto:

Le mie viscere fremono davanti all’apparente trionfo del legame affettivo sull’esperienza carnale, della volontà sulla realtà biologica. Perché la verità, ragazzi miei, è un’altra. Se la donna che ha dato il suo “ovetto” all’origine della vita di Tom, la donna che l’ha fatto crescere nove mesi nel suo “piccolo nido”, prima di darlo alla luce, le donne che l’hanno cullato e nutrito notte e giorno non riceveranno il tanto carino lavoretto della festa della mamma che voi avete preparato, se non sentiranno la vostra poesia e se non riceveranno i vostri abbracci, ciò si dà perché il padre di Tom ha comprato la loro assenza. Inquadrato da un contratto rimunerato tra un uomo e delle donne, lo scambio ha | permesso a uno di acquistare lo status di padre e alle altre di rinunciare a quello di madre.

Ivi, 37-38

L’interesse del saggio, però, è sempre squisitamente filosofico, nel senso più ampio e più profondo al contempo: esso tenta di rendere ragione dei fenomeni, adducendo documentazioni e riflessioni (sono cresciute anche le note, rispetto al libro precedente), e propone vie per la correzione delle loro aberrazioni.




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“Cattocompatibilità” e universalità

Si riserva infine uno spazio, sempre inquadrato in questo tipo di approccio, per il contributo specifico dato dal cristianesimo e dalla Chiesa cattolica all’ispirazione di alcune idee:

Nel 1976 papa Paolo VI accordò un’udienza privata ai dottori Billings. Egli volle così esprimere il proprio incoraggiamento agli uomini di scienza cattolici (come la coppia Billings) perché continuassero a studiare i dati fisiologici solidi suscettibili di guidare le coppie in una regolazione delle nascite fondata sull’osservazione dei ritmi naturali. È dunque suscitata, incoraggiata e sostenuta dalla Chiesa cattolica che il metodo Billings ha potuto vedere la luce. La fede dei dottori e il loro profondo desiderio di vivere conformemente alla legge morale proposta dalla Chiesa sono stati decisivi per questa ricerca. […] Ecco perché “metodo naturale di regolazione delle | nascite” fa rima con “famiglie cattoliche tradizionaliste”, nella testa dei sessantottini – le nuove generazioni, da parte loro, non ne hanno mai sentito parlare. Questo legame originario con la Chiesa cattolica ha fornito una leva in più per gettare discredito sulle conoscenze relative alla fertilità in una società che ripudia il fatto religioso.

Ivi, 126-127

Il penultimo capitolo del libro, poi, s’ispira fin dal titolo all’inno alla carità contenuto in 1Cor 13, svolgendone in qualche passaggio quasi una parafrasi. E nonostante questo – distanza incommensurabile rispetto a troppi pamphlet di schietta provenienza cattolica – il tono resta assolutamente alieno al predicozzo melenso, al pensiero devoto, perfino quando ne ricalca alcuni luoghi comuni:

“Siamo sposati ma non facciamo l’amore” suona un po’ come “sono nudista non praticante”. L’amore non è un concetto. L’amore si vive, si incarna, si pratica.

Ivi, 188

Thérèse Hargot ha firmato un saggio importante che potrà offrire un notevole contributo al dibattito e al benessere della nostra società: se le due metà del libro possono ricordare rispettivamente l’inferno (qui diviso in due gironi e cinque bolge per ciascuno) e il purgatorio dantesco (con nove cornici), non deve destare stupore la mancanza della terza cantica. Il paradiso è sempre di là da venire, ma già le vite che si ripuliscono delle sozzure di una vita brutta possono a pieno titolo dirsi beate.

Thérèse Hargot, Qu’est-ce qui pourrait sauver l’amour ?, Paris 2020

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