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Meditiamo la Via Crucis con Don Vincent Nagle

CRISTO CORONATO SPINE
nhauscreative via GettyImages
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Pubblichiamo le meditazioni alle stazioni della Via Crucis scritte da don Vincent Nagle, che ci fa così un grande, grande regalo. E’ il cuore della nostra fede, e, se a volte ce ne dimentichiamo, in questa settimana possiamo resettarci e rimettere a fuoco quello in cui crediamo. Buona Settimana Santa.

Medjugorje: novembre 2018

I stazione: Gesù è condannato a morte

Gesù è condannato, ma lui non è il colpevole. Lui è esposto allo scherno e al disprezzo violento del popolo, ma non è lui che ha commesso i peccati. È lui che viene caricato della croce su cui sarà inchiodato, ma non è lui che ha tradito la verità. Sono io  Colpevole, ma non vorrei prendere il suo posto. Sono io il peccatore, ma non sarei disposto ad espormi nella mia vergogna al giudizio del popolo. Sono io che tradisco la verità, ma fuggo ogni pena, ogni peso, ogni sofferenza. Quando lo vedo ridotto così, col suo corpo coperto di colpi, piaghe, ferite, quando vedo il suo viso pieno di lividi e sangue, e la corona di spine fissata sul suo capo, non mi viene la voglia di prendere il suo posto: lui innocente ed io no. Non contemplo di poterlo sostituire per subire quel che merito, mettendomi al posto di lui che non lo merita. Sono contento che un innocente soffre nel mio posto. Cosa deve pensare di me? E mi chiedo se lui, accettando la croce da innocente, pensa a me che, nello stato di peccato, non faccio niente per
accompagnarlo. Mi chiedo cosa pensa mentre lui soffre tutto, tutto per me, mentre io, che lo merito, non accetto di soffrire nulla per lui, e nemmeno per me stesso. Gesù, permettimi di accompagnare te oggi in questa via dolorosa, e tutti i giorni di offrirmi nell’essere unito a te e al tuo sacrificio per la salvezza mia e per quella del mondo. Fa sì che l’esperienza della comunione con te, nella tua misericordia, vinca sul mio terrore davanti alla apparenza raccapricciante della sofferenza.

II stazione: Gesù è caricato della croce

Si tratta di quel terribile, indicibile momento in cui la nostra libertà viene realmente messa alla prova: dover accettare la croce, questa croce. Non questa!, non questa!, viene da dire. E’ inaccettabile per noi portarla, e siamo invidiosi nel vedere quella leggera degli altri. Il primo anno di sacerdozio ero malato e mi hanno mandato in montagna, in un piccolo paese del Trentino, dove visitavo gli anziani in casa. Uno di questi aveva una piccola finestra che guardava verso la piazza e mi diceva “Ci lamentiamo molto delle nostre croci, ma sono convinto che, se improvvisamente diventasse visibile ogni croce e le portassimo tutte in
centro, deponendole lì potendo sceglierne una, ognuno tornerebbe a casa con la propria.” C’è una cosa che costa dire, ma è così: la croce che ci viene data, che Dio ci dà, è scolpita precisamente per salvare me. Per me formulo questa ipotesi, tante volte provata e tante volte rigettata perché la mia libertà è piccola. E’ la croce fatta dalle cose più inaccettabili. Se accetto di portarla, di baciarla, allora avrò imparato ad amare e questa è la fonte della vita eterna per noi e per tutti, significa salvare il mondo con Gesù Cristo. La croce scelta per noi appare inaccettabile, ma è il luogo privilegiato per andare in fondo all’esperienza della Misericordia di Cristo. Domandiamo, allora di scommettere follemente sull’esperienza della comunione con lui.

III stazione: prima caduta di Gesù

Ogni limite per noi è fonte di violento rifiuto, perché parla del limite rappresentato dalla morte; non vogliamo guardarla in faccia e non vogliamo neanche domandare di vederla in Cristo, con Cristo e per Cristo come passo d’amore, come offerta di compassione eterna a Dio affinché noi mortali possiamo non perdere niente. Ogni volta il nostro cuore rifiuta il limite dell’altro, del mondo e il nostro, invece di domandare che passi anche da lì l’amore, invece di domandare che il limite ci apra, che ci strappi, per diventare partecipi del Suo amore senza limiti. Lui è caduto. E’ figlio di Dio, ma è anche uomo ed è sfinito; Lui, così imbattibile in ogni cosa fino a quel momento della sua vita. Adesso, davanti a tutti, sotto lo scherno di tutti, cade, perché non ce la fa più. Quello è il vero momento di grazia, in cui dire: tu, o Padre, il tuo amore, renda questa caduta umiliante, sia a livello privato ( mi vergogno di me), sia pubblico (odio quelli che assistono alla mia umiliazione) un momento di apertura al tuo amore. Così anche la vita, con i suoi limiti umani, con la mortalità addosso, sia esperienza gioiosa del tuo amore eterno.

IV stazione: Gesù incontra sua madre

Una cosa è accettare di soffrire vivendo o vivere soffrendo con santità, con grettezza o con gratitudine. Un’altra è vedere come la nostra scelta, anche di vivere secondo Cristo, fa soffrire gli altri, mette gli altri in difficoltà, mette in crisi il loro mondo. Può accadere che proprio la nostra scelta di seguire Dio dia così tanto sgomento che a causa di questo inizino a rifiutare Dio. Che cosa è questo sguardo fra la Madonna e Cristo? Lui vede fino in fondo tutto, ma non so se il suo cuore di figlio poteva veramente prevedere il dolore di un incontro così dopo aver baciato la sua croce, accettato di essere schernito, odiato, torturato, spellato.
Guardare negli occhi sua mamma e vedere come la facesse morire, questo dolore dovuto al suo voler seguire la volontà di Dio, forse è stata la vera prova per lui. Era come invitarla a camminare con lui fino in fondo, senza nemmeno la sua natura divina ad aiutarla. Non c’è niente da fare, l’amore per il destino dell’altro chiede un distacco, per aiutarlo dobbiamo obbedire non alla sua volontà, ma alla volontà di Dio e questo ci fa soffrire. Chiediamo che Gesù guardi nei nostri occhi e veda almeno un po’ di compassione in noi, che il suo dolore e quello della Madonna facciano sì che, almeno in piccola parte, i nostri cuori siano spezzati, cioè morti alla speranza che le cose di questo mondo ci possano rendere felici, e che possiamo vivere unicamente per una promessa incontrata in carne ed ossa su questa terra, ma non di questa terra. Il che significa vivere nel suo cammino di salvezza. Il mondo non tarda ad accettare il nostro invito di spezzarci il cuore fino in fondo. Ma senza questo spezzarsi del cuore, le cose di questo mondo (affetti, soddisfazioni, salute, tutto ciò su cui contiamo) diventano una prigione per noi. C’è un dolore indicibile in questo incontro, ma vince l’esperienza della comunione e con distacco aiutano uno all’altra ad andare avanti, fino in fondo. La loro libertà nell’andare avanti ci faccia chiedere anche per noi una libertà così, per la salvezza nostra e del mondo.

V stazione: Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene

Una cosa è certa: Simone, il Cireneo, non ha scelto lui questa croce e non era cosciente di averla meritata in nessun modo. Era solo una pura ingiustizia e, per quanto capiva lui, una immeritata ingiustizia. Era terrorizzato, preso dai soldati e obbligato da loro a portare un peso ( e questa era una cosa comune) ma si trattava di “questo” peso, macchiato dal sangue del condannato, dopo averlo posto accanto a lui in questo compito. Ogni volta che contemplo l’episodio di Simone capisco questo: nel Vangelo
di Marco ci sono anche i nomi dei suoi figli, Alessandro e Rufo; perché sappiamo questi nomi? Sappiamo anche che era di Cirene, che quel giorno aveva lavorato nei campi e stava tornando a casa. Ci sono tante informazioni. Perché? Perché in quel gesto di immeritata condanna lui si è trovato amato, proprio in quel gesto violento, con il quale era stato preso tra la folla e buttato sotto
un peso schifoso e pieno di sangue per accompagnare un po’ la sorte di un condannato. Improvvisamente si è trovato amato e perciò, sotto quel peso, non voleva più andarsene da quella compagnia ed è rimasto; così i Vangeli sono pieni di informazioni su di lui. Perché lui non è mai andato via dalla compagnia cristiana. L’esperienza della comunione ha vinto in lui ogni disgusto e paura dell’apparenza. Che sia così anche per noi! Quella cosa che riteniamo ingiusta, e forse non lo è, quando ci capita ci porta a ribellarci, a voler prendere in mano una spada per eliminare il nemico, ma possiamo almeno fare una domanda “Tu sei qui,
o Cristo, amami qui!” E’ un nuovo mondo, ascoltiamo questo invito.

VI stazione: Santa Veronica asciuga il volto di Gesù

Siamo imbevuti delle nostre capacità, quanto ci sentiamo potenti, capaci di cambiare il mondo, trasformarlo secondo la nostra immagine! Ovunque si trovano articoli e si sentono discorsi in questo senso, per esempio su che tipo di educazione dare ai giovani allo scopo di cambiare il mondo. Quando vedo la Veronica io penso questo: lei cosa poteva fare per cambiare il mondo, l’ingiustizia in giustizia, la condanna in grazia, la bruttezza in bellezza, la morte in vita? Niente. Però ha fatto una cosa: è andata vicino a uno che faceva paura, mentre provocava compassione. E’ facile pensare: per fortuna non ci siamo trovati noi in quella situazione! Noi non cambiamo il mondo, ma Dio ci dà la possibilità, come con la Veronica, di amare l’uomo e questo cambia tutto. La prima cosa che viene cambiata non è la sofferenza a cui ci si avvicina, ma siamo noi. E il frutto di ciò che ha fatto la Veronica è che l’immagine di Cristo è rimasta con lei. E’ lei che è cambiata, è stata trasformata nell’immagine di Cristo.  Conosciamo tutti la vicenda. Ma a noi viene da pensare: io ci andrò quando avrò la forza, mi avvicinerò quando avrò qualcosa da dire. Ricordo l’esperienza di un amico che mi ha chiamato in un momento di difficoltà. Viveva da moltissimi anni un’esperienza di vita cristiana attiva e missionaria e seguiva da tempo una famiglia che quel giorno aveva subito una tragedia indicibile, la morte di una figlia che era stata uccisa crudelmente. Lui non voleva andare da loro perché non sapeva che cosa dire per poter cambiare le cose e tutte le sue certezze sono venute meno. Lo ho invitato ad andarci sentendosi povero come lo erano loro, ma con una
domanda pressante: ”Dove sei, o Cristo, dove sei?” Così ha fatto e dopo mi ha dato testimonianza di tutto ciò che ha visto nella settimana successiva: lui è stato cambiato. Chiediamo di vivere questa esperienza della Veronica, almeno avvicinandoci
con la domanda: ”Dove sei, o Cristo?” Lui farà quello che vuole, ma sappiamo che avvicinandoci alla sofferenza per compassione di lui, veniamo cambiati noi.

VII: seconda caduta di Gesù

Pensiamo alla nostra impotenza davanti ai desideri, alle sfide, alla nostra debolezza esposta a tutti, a quelli che non ci amano, che ci vogliono male: dobbiamo apparire davanti a loro inermi. Ma non è impotenza se di mezzo c’è l’obbedienza, non lo è la caduta se avviene nell’obbedienza. Non è fallire ma compiere la volontà di Dio, cioè partecipare alla vittoria di Cristo. Madre Teresa, quando le chiedevano come era possibile avere la sua gioia, era solita dire: “E’ semplice, date finché non vi faccia male e poi avrete gioia.” Che cosa vuol dire? Significa: date finché non provate paura per quello che avete dovuto fare, per quanto avete “perso”, finché non siete usciti dal vostro campo di sicurezze per vivere della sicurezza di Cristo. La sua promessa si farà sentire e così si sperimenterà la libertà, credendo veramente alla sua promessa di vita, nella gioia. Volete la mia gioia? Date finché non vi faccia male! Gesù dunque è caduto una seconda volta. Certo lui è Gesù, ma sappiamo che la notte prima era entrato nella sua  agonia, pienamente, e si era manifestata con il suo sudore diventato gocce di sangue. Che cosa significa? Per fare questo  cammino lui si era spogliato della sua natura divina, come dice San Paolo; non ha fatto queste cose per finta, non è caduto per finta, né morto per finta. Si è spogliato per andare in fondo, non solo nella nostra impotenza, ma sperimentando anche ogni distanza da Dio che sentiamo noi, anche quella distanza che cerchiamo da Dio pur di avere il potere di proteggerci dal mondo che ci fa così male. La seconda caduta, che non è l’ultima, è cadere davanti a quelli che non ti amano, come strada della vittoria di Dio, perché lì di mezzo c’è l’obbedienza.

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