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La visita del papa-poeta che non risolve i problemi: quel viaggio a Lesbo da non dimenticare

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A Lesbo morì Alceo, poeta greco del VII^ secolo prima di Cristo, dopo esservi stato costretto all’esilio. In compagnia di Saffo, sua conterranea e contemporanea, condivise i natali su quest’isola, anche il titolo di rappresentanti della “lirica eolica”. I tempi d’allora erano barbari, i venti soffiavano forti e contrari, la tirannide premeva come giudice sulle loro visioni. Nulla, però, impedì loro d’essere poeti. Addirittura, forse il contrario, furono proprio quegli eventi ad accendere in loro l’arte della poesia: quell’arte che ama serbare in sè qualcosa di selvaggio, d’immenso, di solenne. L’hanno trovato inciso persino nelle mura di una cella palestinese: «I ricchi hanno Dio e la Polizia, i poveri stelle e poeti». Sembra sia necessario possedere dell’oscurità dentro per scrivere poesia.

Francesco, ieri, è andato pellegrino nell’isola di Alceo e di Saffo. L’isola diventata di-chi-fugge, di coloro che il mare insaziabile vorrebbe sbranare. A Lesbo tre migliaia di anni di civiltà se ne stanno aggrappati alle nonne che vanno allattando i piccoli migranti siriani. Ha scelto di farsi pellegrino proprio in quest’ultimo brandello di continente, per aiutare quell’altra nonna, l’Europa, a non «perdere la propria anima». La simbologia nascosta nei viaggi di questo Papa-figlio-di-migranti vale, forse, quanto il peso del suo passo mai stanco per il lungo vagare: a fare di gesta qualsiasi delle gesta che assumono i contorni della profezia, è anche il luogo nel quale esse vengono compiute, firmate. E’ una simbologia che s’avvicina allo sguardo ch’è tipico del poeta, il cui compito non è tanto quello di risolvere un problema, quanto quello di strapparlo dall’anonimato e portarlo sotto gli occhi di tutti. Nessun poeta ha mai risolto le criticità di un’epoca: in tanti, però, han illuminato gli scantinati dell’oppressione di una città, facendo intravedere la traiettoria di una proposta. Questa, per chi la osserva prendendo a prestito gli occhi di un poeta, è una delle forme più sublimi di misericordia: dal momento che non tutti hanno orecchie capaci di sentire il canto dei delfini, c’è sempre qualcuno che, dopo averne raccolto la musicalità, la mette per iscritto. La dipinge con la manualità di un gesto artigiano: quello d’andare pellegrino, di mettersi in cammino, di sporcarsi la pelle e la tunica.

Siamo in presenza di un papa-poeta, dunque? Perché no. A patto che nella parola “poesia” l’uomo sappia leggerci dentro la manualità del verbo a cui essa richiama: il verbo “creare”. Verbo d’ingegni e di manovalanza, di visioni e di calli sulla mano, di rischi e di spaesamenti. Anche di fraintendimenti. Il verbo del mettersi in viaggio quanto tutt’intorno tace, quand’è buio: «I poeti lavorano di notte – scriveva Alda Merini – quando tace il rumore della folla e termina il linciaggio delle ore (…) Ma i poeti, nel loro silenzio fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle». Anche quella dell’Europa sembra essere una notte: notte dell’anima, della speranza, della creatività dell’amore. Fare poesia, sotto questi cieli, è una sorta di atto di pace: il poeta non s’inventa le parole, le ascolta e le depone nell’inconsistenza di un foglio. Eppur in quell’apparente fragilità campeggia tutto l’orgoglio d’essere nati. Anche di ciò che si vorrebbe riuscire a scrivere ma non si trova ancora la forza. In quel caso s’accetta che, a parlare, sia il bianco rimasto nel foglio: «La poesia non è fatta di queste lettere che pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta» (P. Claudel). Le isole di Lesbo e Lampedusa figurano tra le candidate al Premio Nobel per la pace. Non ci fosse più posto per la pace, varrebbe la pena di candidarle al Nobel per la poesia: quella poesia che è più dello sguardo che delle parole. Guardare con occhi dell’altro mondo le cose di questo mondo sembra essere stato, ieri a Lesbo, il fare-poesia di un Papa pellegrino alle sorgenti della poesia.

(da Il Mattino di Padova, 17 aprile 2016)

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