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Storia di un Dio vicino

Zoltán Vörös-CC
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Una poesia di un nostro lettore

Un nostro lettore, Alberto Carbone, ci ha inviato questa poesia sul Dio che si fa prossimo nella Incarnazione. Buona lettura a tutti voi!

Natale è venuta dell’annuncio di quel Figlio, Ieshu,

che fu prima del mondo, a portare via, verità, vita.

È il passo di un Dio umile che scende al gradino

della terra per amarne il suolo più da vicino,

davanti agli occhi ciechi e senza fuoco ed alle

grotte delle orecchie incredule e sorde di chi

considerava i profeti degli svitati, uomini del

deserto la cui arsura aveva dato loro colpi di

canicola, aveva insecchito i nervi.

È il tocco di una mano che continua a donare

salvezza a chi si lascia sfiorare: non c’è bisogno di

stringerla per salvarsi perché la fiducia farà da

riscatto e da abbraccio di cui si dirà bene.

E benedetto sarà colui che fece del suo spirito casa

dell’umanità, rifugio e ristoro per chi, ancora oggi,

smarrisce la strada, il senso, il sole; per chi non tiene

per mano il fratello che è il Cristo nato dentro e fuori

di noi, manifestazione di un amore che resta per sempre.

Natale è coraggio di una Madre, Miriàm, che, senza

indugio, pronunciò il suo sì, per l’umanità più che per

se stessa.

Pose delle domande perché non conosceva:

non comprese del tutto con la ragione, ma accolse il

mistero che in lei prese vita come un fiore tra la sabbia

del deserto.

Da un assenso nacque un miracolo.

Nel suo ventre avvenne un impasto:

la divinità con l’umano, l’umanità con il divino.

Fu energia di luce, amore incomprensibile.

Crebbe nel suo grembo ed ebbe la medesima paura di

una donna che attende in sé qualcosa di inconcepibile

ma che viene concesso solo a lei come dono unico,

incedibile, irrinunciabile.

Alle donne fu affidato il mistero della nascita,

lo sgambetto di chi, con un segno forte ed inequivocabile,

ti dice che ti vuol bene e si rende presente in te.

Natale è la fede di un uomo, Iosef, divenuto padre, che

accoglie un Figlio non fatto con le sue mani, le sue spinte

d’amore ed i suoi baci a suggello, ma con uno spirito

uguale al suo e, con la sua volontà, permette ad una più

grande di realizzarsi, di portare a compimento un progetto

che, ancora oggi, è un mistero in corso,

un corso di mistero che non ha eguali nella storia.

Natale è un vento che soffia senza correre in fretta,

uno sguardo più lungo in quello di un derelitto,

un tempo in cui la mendicità di ciascuno si apre e si spacca

al bisogno dell’altro.

Natale è immanenza trascendentale, presenza viva di un Dio

immortale, che la mente umana non supera e non rinnega

come accadde con surrogati che mai presero vita perché

morti e immobili al principio, opera di una creazione fatta

da mani d’uomo.

Erano manufatti, non erano il bene.

Natale è un cammino che dura per tutta la vita; ha occhi e

cuori di luce e soste che rinfrancano.

È un tempo in cui impari che la povertà è un diritto.

Nessuno osi mai rendere un povero sfornito di ciò che è.

La sua ricchezza è incommensurabile, non la scambi

nemmeno con polvere di luna.

Ma dai più resta incompreso perché il mondo non gradisce

chi ha da offrire solo se stesso, quel che è.

Di un albero non cerca i frutti, ma il vento che tra le fronde

spira verso una direzione ignota senza giungervi mai.

Natale è tempo di ascolto e di parole, di abbracci e di caldi

sguardi, di carezze e di tenerezze, di presenze che tornano

nella casa del cuore.

Natale è un giorno che ci aiuta a tenere a memoria che nelle

nostre vene scorre la terra, umile e feconda, ma che,

d’altro canto, siamo fatti per elevarci, per vivere il cielo.

Ci ricorda che non camminiamo su questo suolo per restarvi,

che abbiamo una scadenza che ai nostri limitati sensi pare

non giungerà mai.

Siamo fatti del divino e nel divino.

Natale è appartenenza legittima a chi ci guarda dall’alto

e a chi ci sta a fianco nel nostro viaggio che non deve mai

smettere di avere il tono e lo spirito dell’inizio per non

rischiare di fermarci prima che la meta sia tra le mani.

Perché a metà né si vive, né si ama, né si muore.

Nell’anno zero il mondo riprese a vivere:

quella notte fu rinascita per tutti,

un solco tra la storia passata e quella futura,

un guado tra l’uomo vecchio e l’uomo nuovo

che mai si rinnegano, mai smettono di conoscersi.

Quel Figlio, Ieshu, rovesciò il fato e la storia degli uomini

dando ad essa un senso che non immaginavano:

ama il prossimo tuo come te stesso.

Nessuno prima di lui.

E lo amò fino alla croce.

Come a dire, a ciascuno, “non dimenticare che

nell’altro ci sei anche tu”.

Quella notte fu un andare senza ritorno,

una partenza oltre il traguardo,

un’alba senza tramonto,

una speranza oltre l’ingiustizia,

un amore senza più sangue.

Quella notte fu shabbàt,

passo ultimo di un nuovo inizio.

Questa storia ha come tag:
incarnazionepoesia
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