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Aveva perso il figlio per la setticemia. Due anni dopo mamma Melissa ne salva un altro affetto dalla stessa malattia

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Ecco come riconoscere la sepsi, pericolosissima infezione sopratutto per i bambini

Il 14 dicembre del 2014 William Mead aveva soffiato sulle candeline del suo compleanno per la prima volta. Una giornata di festa, nonostante da settimane il piccolo fosse debole e sofferente. Sua madre Melissa si era accorta che non stava bene e lo aveva fatto visitare. William aveva un’infezione al torace, cominciata con una normalissima tosse.

Nessuno era riuscito a capire però che l’infezione stava peggiorando e nel piccolo corpo diventava qualcosa di diverso: la sepsi, conosciuta nella forma più grave come setticemia (Corriere della Sera, 20 dicembre).

UNA GUERRIERA SU FACEBOOK

William non riuscì a superare la terribile infezione. E da allora sua madre si è posta un obiettivo: attraverso la sua pagina Facebook e con video e interventi pubblici lavora perché nessuna altra donna provi il suo stesso dolore.

L’UTILITA’ DEI VIDEO

In un video Melissa mostra in silenzio cartelli che spiegano dettagliatamente i sintomi della malattia e invita i genitori a intervenire con tempestività. Perché salvarsi dalla sepsi è possibile e spesso accade grazie alla consapevolezza dei genitori. Come nel caso di Jenny Taft, commercialista 28enne che pochi giorni fa è stata in grado di riconoscere la malattia e di salvare la vita del suo piccolo Freddie.

IL SALVATAGGIO DI FREDDIE

Ai giornali ha raccontato che il merito va a Melissa Mead, di cui mamma Jenny aveva letto la storia. Di fronte al proprio bimbo febbricitante e non reattivo, la Taft si è ricordata di William, dei rischi della sepsi ed è corsa in ospedale.

La sepsi è una rara e molto seria complicazione di un’infezione. È causata per lo più da batteri, ma anche da virus, funghi o protozoi. Ecco come riconoscerla e come comportarsi.

1) SINTOMI

È necessario chiamare il medico o recarsi in pronto soccorso in caso di febbre alta (oltre 38,5 gradi che non passa per 24-48 ore nonostante gli antifebbrili), soprattutto se accompagnata da fatica a respirare, malessere e ipotensione con svenimenti.

Anche la riduzione consistente della diuresi per 24-48 ore, uno stato di coscienza alterato, il gonfiore alle gambe o alle braccia e comparsa di petecchie (manifestazione cutanea emorragica) sono dei campanelli d’allarme.

Nei bambini conviene tenere d’occhio anche manifestazioni come il vomito, il mal di testa e la sonnolenza.

2) DIAGNOSI

Secondo gli esperti sono fondamentali una rapida diagnosi e una corretta terapia antibiotica. Il medico di famiglia può essere il primo che individua una possibile infezione e inizia il trattamento.

Molto spesso però fattori predisponenti del paziente, come l’età avanzata, l’utilizzo di terapie immunosoppressive e la presenza di malattie croniche, fanno sì che la terapia di prima linea non sia sufficiente e si renda necessario l’accesso in ospedale per un ricovero.

3) TERAPIA

Se l’infezione è localizzata, il trattamento a domicilio con antibiotici può essere sufficiente. Nei casi più gravi, è necessario il ricovero in ospedale, talvolta in terapia intensiva per un trattamento rianimatorio delle funzioni vitali che vengono messe in crisi dalla sepsi.

4) PREVENZIONE

La prevenzione viene effettuata attraverso programmi di controllo delle infezioni che dovrebbero essere attivati in tutti gli ospedali. La prevenzione delle infezioni è uno dei modi migliori per prevenire la sepsi. Un ruolo fondamentale lo ricopre l’igiene delle mani.

Lavarsi accuratamente le mani il singolo fattore più importante nel ridurre il rischio di sepsi in strutture sanitarie e nella comunità. Almeno il 20 per cento dei casi di sepsi contratte nelle strutture sanitarie si potrebbe prevenire attraverso il rigoroso rispetto delle norme igieniche.

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