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Smartphone e tablet, “eroina digitale” per i nostri figli?

nadine doerle / pixabay
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Numerosi esperti sostengono che i bambini, sovraesponendosi ai vari tipi di schermi, stiano diventando dei "drogati di tecnologia"

“C’è una ragione per cui programmatori e ingegneri informatici tendono a essere i genitori più cauti nei confronti della tecnologia. Steve Jobs era famoso per essere un padre poco tecnologico. I dirigenti e gli ingegneri della Silicon Valley spesso iscrivono i propri figli a scuole che seguono la pedagogia Waldorf (che non prevede alcun uso di tecnologia). I fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page, hanno frequentato scuole basate sul Metodo Montessori (che tende a non prevedere l’uso della tecnologia), così come il creatore di Amazon, Jeff Bezos, e il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales”.

Così il Dr. Nicholas Kardaras – direttore esecutivo del centro di riabilitazione “The Dunes East Hampton” ed ex docente della Stony Brook University – argomenta la sua teoria secondo la quale esporre regolarmente i bambini agli schermi di tablet e smartphone equivale a ‘drogarli’.

“Molti genitori”, continua Kardaras sul New York Post, “comprendono intuitivamente che questi onnipresenti schermi luminosi stanno avendo un effetto negativo sui ragazzi. Basta vedere gli scatti di rabbia che si verificano quando vengono tolti loro i dispositivi, o i notevoli cali d’attenzione che si hanno se i bambini non vengono continuamente stimolati da quegli aggeggi iper-eccitanti. E, aspetto addirittura peggiore, se non hanno i loro dispositivi tra le mani molti bambini sono annoiati, apatici e senza alcun interesse“.

A sostegno della propria tesi, il Dr. Kardaras cita il caso di Susan (nome di fantasia) e della sua esperienza con la videodipendenza di suo figlio John, che all’epoca aveva 6 anni. Quando iniziò la prima elementare, Susan regalò al figlio un iPad. La sua scuola aveva una politica estremamente favorevole all’uso della tecnologia a scopo didattico, per cui Susan decise di fare ciò che gli insegnanti suggerivano fosse la cosa migliore per il suo bimbo.

Prima di iniziare la scuola, John leggeva libri e giocava a baseball. Pian piano, Susan iniziò a vedere dei cambiamenti in lui; era sempre più concentrato sul suo videogioco, leggeva sempre di meno e perse interesse per il baseball. Per non parlare dei lavoretti a casa, che iniziò a rifiutarsi di svolgere. Una mattina ha persino raccontato di aver sognato i personaggi e l’ambientazione del suo videogioco.


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Ma l’esperienza più tragica Susan la visse una sera in particolare. Entrò in camera del figlio, pensando che si fosse già addormentato. Ma lo trovò seduto sul letto accanto all’iPad, che guardava davanti a sé con gli occhi iniettati di sangue e lo sguardo perso. Sembrava in trance. Susan dovette scuoterlo più volte, per farlo tornare in sé. Sconvolta, non riuscì a credere come il suo ometto – un tempo così sano, attivo e felice – poté diventare dipendente da un videogioco.

“Delle recenti ricerche sulle attività cerebrali”, continua Kardaras sul NYPost, “mostrano che questi dispositivi hanno un effetto sulla corteccia frontale del cervello — che regola le funzioni esecutive, tra cui il controllo degli impulsi — paragonabile all’effetto che ha la cocaina. Il carattere estremamente stimolante della tecnologia da aumentare i livelli di dopamina — il neurotrasmettitore legato al benessere maggiormente coinvolto nelle dinamiche di dipendenza — tanto quanto fa il sesso“.

Una dipendenza che ha portato il Dr. Peter Whybrow, direttore di neuroscienze presso la UCLA, a chiamare gli schermi dei dispositivi elettronici “cocaina elettronica”, e diversi ricercatori cinesi li chiamano “eroina digitale“. Dr. Andrew Doan, a capo degli istituti di ricerca sulle dipendenze del Pentagono e della Marina USA — che ha condotto numerosi studi sulla videodipendenze — chiama i videogiochi “pharmakeia digitale”, utilizzando la parola greca per “droga“.

L’associazione pediatri statunitensi è concorde nell’affermare che i bambini dagli 8 ai 10 anni tendono a trascorrere 8 ore al giorno incollati a schermi di vario tipo, mentre per gli adolescenti la media arriva alle 11 ore quotidiane in compagnia di tecnologie visive. Un bambino su tre impara a usare tablet e smartphone – sostengono i pediatri USA – ben prima di imparare a parlare. Nel suo saggio “Internet Addiction”, il Dr. Kimberly Young sostiene che il 18% degli internauti statunitensi in età universitaria soffra di videodipendenza.

Il suggerimento che Kardaras dà ai genitori è di preferire giochi manuali all’intrattenimento digitale, dando preferenza allo sport e alle attività all’aria aperta.


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Ma anche la comunicazione ha la sua importanza, nel prevenire videodipendenze: “Parlate onestamente con i vostri figli”, scrive il terapeuta, “sul perché preferite limitare la loro esposizione alla tecnologia. Cenate insieme a loro senza dispositivi elettronici sul tavolo. Fate come Steve Jobs, che rimuoveva ogni forma di tecnologia quando cenava con i figli“.

Nello specifico, la Becker cita Michael Rich (direttore del Center on Media and Child Health dell’ospedale pediatrico di Boston) e David Hill (a capo dell’American Academy of Pediatrics Council on Communications and Media).

“Dobbiamo renderci conto che (le tecnologie) sono soltanto degli strumenti. Sono neutrali. Il nostro uso – e il modo in cui spingiamo i nostri figli a farne uso – è ciò che ne determina le conseguenze”, ha dichiarato Rich. “Così come dobbiamo imparare a guidare con prudenza”, conclude, “allo stesso modo dobbiamo imparare a usare internet in modo opportuno“.

Per Hill c’è un nesso tra abuso della tecnologia e disturbi mentali. Il punto è che non è dimostrabile quale sia la causa e quale l’effetto. “Non si è ancora capito se un’esposizione prolungata ai dispositivi elettronici possa causare disturbi mentali, oppure se delle persone con dei disturbi latenti siano più predisposti ad un uso compulsivo dei media interattivi“.

Sia Rich che Hill concordano con i consigli dati da Kardaras in merito alle regole che i genitori dovrebbero adottare. “Ma dobbiamo renderci conto”, conclude la giornalista di The Verge, “che la tecnologia visiva sta diventando una parte imprescindibile dell’ambiente dei nostri figli, a scuola, con gli amici… persino per strada, dove i cartelloni pubblicitari lasciano sempre più il posto a schermi digitali”.


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