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L’Argentina della droga

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L’emergenza adesso c’è, il decreto che dichiara l’estrema gravità del flagello chiamato tossicodipendenze su tutto il territorio nazionale è stato finalmente promulgato. Padre Carlos «Charly» Olivero è soddisfatto; è di quelli che chiedevano da tempo di prendere sul serio l’avanzata della droga nel suo paese, come il Papa, come padre «Pepe» di Paola e gli altri preti delle villas miseria di Buenos Aires e periferia che tutti i giorni ingaggiano una lotta corpo a corpo con la grande distruttrice di vite giovani. Dall’Hogar de Cristo («Focolare di Cristo») inaugurato nel marzo 2008 proprio dal cardinale Bergoglio, padre Charly cerca di recuperarle, strapparle una a una a un destino di morte, ma è prima che la battaglia va ingaggiata.  

«Il fatto che il presidente abbia promulgato il decreto è una buona notizia» commenta. «Nonostante questo, ci sono alcuni indizi che ci spingono a credere che si tratta più di una risposta politica che di un riconoscimento reale, che il governo è più preoccupato di avere buoni rapporti con la Chiesa che di prendersi cura dei giovani». 

Cosa ve lo fa pensare?  

«L’emergenza è un’allerta, un richiamo a tutto il paese per la gravità della situazione. L’idea è che nelle varie province, nei municipi, nei diversi ministeri e negli ambiti di sviluppo umano si assuma il problema e si cerchi di rispondere. Un’emergenza è fondamentalmente la comunicazione di un’allerta e risorse straordinarie che permettano nuove azioni. Ma, se è così, ci chiediamo perché per la presentazione dell’emergenza quasi non sono stati convocati i mezzi di comunicazione.  

Inoltre, si è decretato che la durata dell’emergenza sia fino alla fine del 2018, vale a dire, si tratta di poco più di due anni per svolgere azioni volte a poter uscire da questa situazione allarmante. Per uscire dall’emergenza in due anni, bisogna lavorare moltissimo, e disporre di volontà politica e risorse economiche. Il decreto non parla di risorse. 

E, in terzo luogo, le azioni tese a porre un freno all’emergenza devono essere coordinate dalla Sedronar (Segreteria della Programmazione per la Prevenzione della Droga e la Lotta al Narcotraffico) e coinvolgono i ministeri della Sanità, Sviluppo sociale ed Educazione. Però, il giorno dopo di aver dichiarato l’emergenza, il presidente della nazione, i ministri e tutta l’equipe del governo sono andati in ritiro a Chapadmalal per programmare le attività del prossimo anno. Il titolare della Sedronar non è stato invitato. Così come non lo convocano alle riunioni del “Gabinetto Sociale” dove si riuniscono i ministeri che non partecipano al “Gabinetto Economico”. Queste omissioni indicano la poca importanza che il governo nazionale dà alla questione». 

In un documento di questi giorni i preti villeros fanno notare che «nell’anno 1974 l’Argentina aveva il 4% di poveri, oggi ha il 32%» e che quindi c’è anche una «emergenza sociale». C’è rapporto tra emergenza droga e emergenza sociale?  

«La tossicodipendenza non può essere concepita solo come un problema personale. Se non vediamo la cultura del consumo in cui siamo immersi, se non siamo capaci di riconoscere la dimensione sociale, culturale e collettiva del problema, probabilmente non potremo trovare una risposta adeguata. In questo senso, bisogna dire che la droga si presenta come una risposta al disagio, come un modo per sfuggire a ciò che fa soffrire. La povertà si soffre. Quando in una famiglia si ha un lavoro dignitoso e una certa stabilità economica, c’è più capacità di dare contenzione a tutti i membri di quella famiglia. Ma quando non si ha lavoro, quando tutti i giorni diventa difficile trovare qualcosa da mangiare, in casa si suole avere meno pazienza, meno tolleranza, e meno contenzione per i più piccoli. Non riconoscere che i fattori economici influiscono nell’approfondirsi dei problemi di alcoolismo e tossicodipendenza è pura cecità. Ricordiamo che l’esplosione del “paco” nel nostro Paese è posteriore alla crisi del 2001. Bisogna dire anche che la povertà ingrandisce i problemi sociali. Con la crisi della disoccupazione, il narcotraffico si va trasformando in un circuito economico che ingloba e dà lavoro a molti che vivevano nella disperazione. La disperazione conduce a prendere una strada sbagliata. Da questo punto di vista diciamo che l’emergenza a livello di tossicodipendenze è un prolungamento dell’emergenza sociale». 

Nel testo del decreto di «Emergenza nazionale» si parla di «approccio integrale delle tossicodipendenze». Cosa significa integrale per voi?  

«Siamo convinti che la tossicodipendenza è il sintomo visibile di un insieme di problemi, e pertanto la soluzione non è attaccare il sintomo. Questo vuol dire che si devono offrire risposte specifiche, come spazi di recupero e programmi preventivi, però la risposta deve essere più ampia. Se le scuole non sono capaci di trattenere i giovani, se non ci sono spazi (come parrocchie, club, centri culturali) per dare contenzione e aiutare gli adolescenti a trovare il senso della vita, a superare le difficoltà, per accompagnare la loro crescita, allora la risposta che offriamo sarà sempre troppo limitata.  

Quando chiediamo un approccio integrale cerchiamo di mettere al centro la persona. Gli ambienti universitari seguono la logica del dividere per capire. Questo porta a una frammentazione epistemologica. Ogni professionista si erge a specialista della parte che studia. Questa frammentazione si riproduce nell’amministrazione pubblica, che si organizza dividendo temi e assegnando partite di bilancio a queste parti frammentate. Ogni ufficio si occupa specificamente del tema che gli tocca, dimenticando tutte le altre dimensioni del problema. Questa frammentazione, in definitiva, è la dimenticanza della persona come un tutto integrale, con dignità. L’approccio frammentato, specifico, da specialisti, è il contrario dell’approccio integrale che chiediamo. Deve esserci, è necessario, ma bisogna superare lo sguardo della parte per arrivare a tutta la persona. 

Questo approccio integrale è possibile solo se si rafforza la famiglia e l’organizzazione della comunità, cercando di superare la disintegrazione dei vincoli sociali, tipica di questa cultura individualista. Il fatto che il decreto convochi solo i Ministeri della Sanità, Sviluppo sociale ed Educazione indica che lo sguardo che lo sottende non è integrale. Non dovrebbe esserci il Ministero del Lavoro per pensare all’accesso al lavoro delle persone che via via si recuperano? Quello della Cultura per cercare di diminuire la stigmatizzazione dei tossicodipendenti? Quello dello Sport, o delle Comunicazioni…?». 

Che altri passi bisogna fare concretamente?  

«Finora l’unica cosa fatta è stato un evento pubblico e la firma di un decreto. È invece il momento di mettere in azione le parole. Queste azioni devono essere la comunicazione dell’emergenza e la messa in atto di politiche. Queste politiche hanno bisogno di risorse economiche e di decisione politica. Vedremo nei prossimi mesi come sarà il loro svolgimento».  

In un altro punto si parla «di azioni che risultino necessarie ai fini di rispondere all’emergenza che si dichiara con il presente documento». Le chiedo che indichi, seppure in modo schematico, le tre azioni che considera più necessarie.  

«In primo luogo si deve comunicare l’emergenza, convocare i governi provinciali e municipali, le imprese, le chiese, i club, le scuole e tutta la società a farsi carico della situazione. 

In secondo luogo si deve promuovere l’organizzazione locale, comunitaria, e territoriale (club, chiese, scuole, centri di quartiere e comunitari, carceri, ecc.). Questo implica l’implementazione di programmi con trasferimento di risorse che rendano possibile l’organizzazione territoriale in funzione di una risposta locale al problema, sia preventiva che assistenziale. Questo approccio deve essere integrale e non specifico. 

In terzo luogo predisporre azioni specifiche per sviluppare il secondo e il terzo livello di assistenza (spazi per il recupero). 

Il decreto attribuisce alla «Segreteria di programmazione per la prevenzione della tossicodipendenza e la lotta contro il narcotraffico» la titolarità delle «azioni che risultino necessarie ai fini di rispondere all’emergenza che si dichiara». Le sembra un soggetto adeguato?  

«Qui c’è un problema, perché si affida alla Sedronar la risoluzione dell’emergenza per il fatto che è l’organismo che si occupa di questa problematica, e da questo punto di vista va bene. Deve però coordinare le azioni con altri organismi de livello gerarchico più elevato e di rilevanza politica, come lo sono i Ministeri dell’Educazione, la Salute e lo Sviluppo sociale. Lo strumento sembra molto debole politicamente per poter rispondere a uno stato di emergenza. Bisogna vedere come si svolgeranno i fatti». 

Traduzione dallo spagnolo di Francesca Casaliggi  

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