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“Una visione statica della tradizione può ostacolare la ricerca spirituale e umana”

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Lo Spirito vi condurrà alla verità tutta intera ricordandovi quello che vi ho detto (Cfr. Gv 16, 13; Gv 14, 26). Gesù con queste affermazioni ci aiuta a comprendere sempre più profondamente il senso della tradizione. In un tempo in cui per tanti motivi le spinte al rinnovamento possono divenire sempre più frequenti più frequentemente potrebbero talora rischiare di svilupparsi anche le occasioni di tensione, di possibile conflitto. Si può fare qualcosa? Un punto che in tutto ciò può forse emergere è proprio che talora si potrebbero verificare forti contrapposizioni, come se fossero dogmi o anche considerandoli dati delle Scritture, su aspetti che tali non sono. Talora per esempio Scritture e tradizione si possono distinguere poco, in modo non sempre rinnovato e più vissutamente attento.  

Accennavo dunque nel precedente intervento alla possibilità di cercare di fissare i punti essenzialmente immutabili della fede della Chiesa lasciando tendenzialmente più spazio per il resto al cammino nella fede delle persone, dei popoli, etc.. Così da un lato anche, per esempio, qualche guida, qualche intellettuale, molto strutturati, potrebbero riconoscere i fondamenti della fede senza poter venire turbati dal rinnovamento come se la fede stesse disfacendosi ma anzi potendone magari un po’ più serenamente valutare gli sviluppi, la fecondità. Da un altro lato i vari possibili orientamenti, per esempio di qualche guida, di qualche intellettuale, potrebbero evolversi in qualche modo, almeno in tanti casi, più liberamente, senza doversi immediatamente adeguare magari a una evoluzione anche valida ma che talora non è stata sufficientemente maturata.  

Le forzature, le imposizioni, le omologazioni, possono talora risultare tra le cause di un legalismo, di un formalismo, che, allora sotto certi aspetti paradossalmente, si vorrebbe magari cercare di superare. Invece l’umiltà, per grazia, di porre sempre più estrema attenzione a ciò che sicuramente è di Cristo e a ciò che può essere opinabile ci può anche aiutare ad accoglierci il più possibile gli uni gli altri nel Signore, disponibili a cogliere ogni sfumatura positiva del fratello. Proprio questa via può forse stimolarci tutti ad aprire il cuore non solo spiritualisticamente ma spiritualmente e umanamente, a non dire «Sono io» e «Il tempo è prossimo» (cfr. Lc 21, 8). Vi può essere dunque, tra l’altro, uno stimolo anche a vivere e meditare con sempre rinnovata attenzione la Parola.  

Mi riferisco spesso a qualche guida, a qualche intellettuale, perché come al tempo di Gesù la stragrande maggioranza della gente è subito contenta di un Dio che la ama, la comprende, la perdona con tutto il cuore, la aiuta, con discrezione, a crescere in modo sereno, personalissimo, liberante, un Dio che pensa a tutta la sua umanità e non a una sua anima disincarnata o a una sua astratta ragione. Così può accadere per esempio il paradosso di qualche guida che si ritiene saggia perché si trova nella retroguardia nel processo di maturazione ecclesiale. Si tratta, può affermare con una logica astratta, di non scandalizzare la gente. Ma l’unica persona a scandalizzarsi e a non sentire i benefici di un amore più vicino al cuore di Cristo può essere proprio lei. 

Ci si può domandare se nella citata direzione pluralista le spinte delle varie basi, nelle diocesi, al rinnovamento potrebbero venire più facilmente bloccate, frenate, dai locali potentati ecclesiali. Ma si può immaginare che forse, al contrario, le basi potrebbero in questa direzione vedere allargati i propri possibili margini di influenza. Anche nel confronto tra le varie diocesi. D’altro canto l’aver fissato i punti sostanzialmente incontrovertibili potrebbe forse in molte occasioni mettere al riparo dai pericoli più grandi. Potendo poi, di fronte a gravi, seri, problemi prima non previsti, eventualmente fissare nuovi punti in tale direzione. Si potrebbero anche forse concordare ai livelli ecclesiali adeguati (diocesi? conferenze episcopali?), dove necessarie, alcune essenzialissime linee guida, che comunque resterebbero ben diversificate dagli aspetti fondamentalissimi della fede. Pensiamo alla questione della libertà e della correttezza in campo liturgico. Una problematica che si può riscoprire molto delicata perché anche di qui, in molti modi, può passare, per esempio, una partecipazione viva, adeguata, di tutta la comunità locale. Vale anche per la liturgia la vissuta ricerca nel Cuore divino e umano di Cristo, una sempre rinnovata, non banalizzata, attenzione ai Vangeli. 

Un aspetto sul quale riflettere dunque potrebbe rivelarsi quello di un’immagine della tradizione talora legata a epoche dai cambiamenti più lenti. Mentre ora viviamo e forse andiamo sempre più verso un’epoca degli scambi sempre più globalizzati, dei possibili stimoli continui al rinnovamento. Evidente che almeno sotto certi aspetti potrebbe venire nella direzione citata almeno sotto certi aspetti facilitato l’incontro con le altre confessioni cristiane, con le altre religioni, le altre culture. Anche se comunque andrebbero valutati bene, in ogni direzione, anche i possibili inconvenienti, pericoli. Per esempio una certa compattezza di orientamenti nella Chiesa potrebbe forse metterla talora più al riparo dalle indebite ingerenze esterne. Ma vi è da osservare, tra l’altro, che si può trattare di una compattezza con meno vitalità, meno Spirito, dunque almeno sotto certi aspetti apparente. Forse questa pista potrebbe aiutare a recuperare in vario modo tanti aspetti positivi della effervescenza delle comunità dei primi secoli. Anche, tra l’altro, potendo orientare a rivedere il rapporto tra il papa e le altre diocesi, per esempio riguardo alla scelta dei nuovi vescovi. Tanti, come accennavo anche nel precedente intervento, potrebbero rivelarsi i possibili sviluppi su questa via. Tanto più se parte di quel rinnovamento complessivo nel Cuore divino e umano di Cristo cui vado accennando. Sono sempre tutte domande se del caso da valutare in una ricerca comune. 

Proprio su questa scia osservo, per esempio, che Gesù si è fatto vicino ma con delicatezza, dunque a misura piccolo, nel pane, nel vino, nella Parola. La vitalità, tra l’altro, dunque, del seme che cresce o la sclerosi di una tradizione fine a se stessa. Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dei vivi e non dei morti (cfr. Mt 22, 32). 

Il cammino a misura aiuta a superare tante definizioni fasulle, schematiche, di bene. Certo senza mutare i riferimenti di fondo. Dunque su questa scia il bene autentico non è quello astratto che può volere, pensare, qualcuno. Una mamma vorrebbe che il figlio divenisse un ardente cristiano. Ma le preghiere, la continua conversione, della mamma, non rendono, almeno fino a un certo tempo, il figlio cristiano ma magari da una persona cupa ne contribuiscono a fare una persona che sorride più spesso alla vita. Quello potrebbe rivelarsi il vero bene secondo Dio in quella data situazione. I riferimenti di un amore pieno che ci ha insegnato Gesù non cambieranno, nella sostanza, mai ma Dio guarda alle persone concrete, nella loro vita concreta. Una brava donna cristiana con i figli ancora piccoli abbandonata dal marito sposato in Chiesa non ce la fa a restare da sola e si mette con un brav’uomo che fa anche da padre a quei ragazzi. E il più grande, che senza padre si stava sbandando, si rimette in carreggiata. Se quella donna avesse avuto ancora più fede sarebbe potuta rimanere da sola, con tutti i benefici del Signore. Ma anche questo suo bisogno di crescita graduale faceva, se sincero, parte del piano di Dio in quella storia. Il bene non esiste in astratto, a tavolino. 

In questa direzione osservo che il tendenziale cercare di lasciarsi plasmare dallo Spirito di Cristo nella vita concreta può orientare ad equilibrare sempre più profondamente i vari aspetti del discernimento che oggi possono venire considerati in modo ancora non più attentamente meditato. Ma tale carenza è davvero paradossale se si cerca, per grazia, di avvedersi che le impostazioni del proprio discernere determinano, fino a nuove maturazioni, ogni valutazione, ogni decisione. Evidente per esempio che il cercare di lasciarsi portare dallo Spirito nelle situazioni concrete può comportare profonde aperture al rivelarsi del cuore di Cristo. È però anche vero, forse, per esempio, che una certa distanza, nel «palazzo», dalle situazioni concrete può comportare per certi versi una maggiore attenzione, di cui tenere adeguato conto, ai pericoli di una varia politica e una minore, invece, attenzione ai bisogni integrali delle persone reali. Il farsi concretamente prossimo, vicino, di cui parla Gesù può rivelarsi un abisso che può aprire profondità ancora talora inesplorate e che si interscambiano con una sempre più matura, ben distinta, per grazia, intuizione del Cuore divino e umano di Cristo stesso, nel dialogo, etc.. Si tratta dunque di un discernimento spirituale e umano sempre più profondo, equilibrato, a misura. A misura delle specifiche persone, in quelle specifiche comunità, in quegli specifici più ampi contesti, etc..  

Ho già osservato che una concreta cartina di tornasole di questa profondità in Cristo sta nella sete di imparare da ogni persona e in specie dai profeti. «La regina del sud (…) venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone» (Lc 11, 31). Una visione variamente staticista della tradizione può evidentemente stimolare meno una sempre rinnovata ricerca spirituale e umana. 

Leggi il blog di don Centofanti  

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