Chiesa

Quando vorresti distogliere lo sguardo dal crocifisso, ricorda la regola del vecchio scrittore

Non si accontenterebbe mai di limitarsi a parlarci del Suo amore

C’è una vecchia regola per gli scrittori di romanzi, e in realtà per chiunque voglia esprimere qualcosa di importante in modo potente: “Mostra, non raccontare”.

Mi sono imbattuta per la prima volta in questa regola studiado Tolstoj, il cui protagonista de La Tempesta di Neve viaggia in Russia di notte, descrivendo come “una corrente di aria fredda abbia iniziato a soffiare da qualche apertura nella mia manica e poi giù lungo la schiena”, e solo leggerlo mi fa venire i brividi, sia per la perfezione della frase che per la perfetta specificità dell’immagine. Il caro, vecchio Tolstoj. Avrebbe potuto usare una fila di aggettivi, dicendo che “l’uomo aveva molto freddo, estremamente, atrocemente freddo”, ma se ti prende per mano in quella notte russa e ti mostra quel freddo non ha bisogno di dirtelo. L’esperienza è incommensurabilmente più ricca delle parole che avrebbero potuto descriverla.

Al giorno d’oggi, penso al “Mostra, non raccontare” ogni volta che guardo un crocifisso. Non mi sono sempre sentita a mio agio a guardarlo. Quando ero più giovane, il crocifisso era solo una delle decorazioni presenti all’interno di una chiesa e non mi faceva pensare molto.

Una mia cara amica protestante una volta mi ha chiesto se i cattolici credono alla Resurrezione. Eravamo adolescenti, e mi aveva appena accompagnata a Messa. Ho capito quanto potesse essere straordinario e forse perfino inquietante per lei confrontarsi con il gigantesco e realistico crocifisso che avevamo davanti. Ero così abituata a vederlo da non aver neanche pensato di avvertirla al riguardo. Penso che si chiedesse come fosse possibile, se crediamo alla Resurrezione di Cristo, mettere tanta enfasi sull’immagine inquietante del Suo corpo morto.

In seguito, quando ha cominciato a farsi strada in me il significato del crocifisso, c’è stato un periodo durato alcuni mesi nella mia vita in cui mi sembrava quasi troppo difficile guardarne uno direttamente. Anche ora, in una giornata “no”, può essere duro. Cristo è così esposto, così vulnerabile, e non mi piace che mi venga ricordato: “Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo” (Giovanni 12, 26). E là dove Egli si trova è esattamente il posto in cui non voglio stare. Voglio essere Sua serva, sicuramente, ma non voglio percorrere tutta la strada che porta alla Croce. Ma ovviamente non ci può essere resurrezione senza prima la morte. Non è bene sperare nell’una senza l’altra.

Il crocifisso confonde, perché dovrebbe essere un segno dell’amore totale e che sopporta tutto di Cristo per noi, ma allo stesso tempo Egli ci chiama a partecipare a quella sofferenza, e questa non sembra avere niente a che fare con l’amore. E non sta neanche indorando la pillola di ciò che ci chiede. Il suo dolore, la sua umiliazione e la sua impotenza sono ovvie. Mi sono ritrovata a chiedermi: “Dici di amarmi, ma vuoi che io venga appesa alla croce con Te? Non lo augurerei al mio peggior nemico”.

È lì che ho trovato conforto ricordando la regola del “Mostra, non raccontare” guardando un crocifisso. Cristo ha trascorso gli anni del suo ministero ripetendoci in continuazione che ci ama, che dobbiamo amarci gli uni gli altri, che dobbiamo essere miti, che dobbiamo essere come un chicco di grano e morire per produrre frutto. E forse abbiamo ascoltato, un po’. Ma la Sua morte, il fulcro di quello che è venuto a dirci, e il mezzo con cui ha distrutto per sempre la morte non è parlare, ma mostrare. È ogni singola cosa che ha detto, e l’espressione della completezza del Suo amore, tutto riunito in un’unica immagine. Funziona su di noi come le parole non riuscirebbero mai a fare.

Ovviamente confonde. Il Suo messaggio è per noi sgradito quanto la Sua morte. Ma il fatto che Egli non si sia accontentato di limitarsi a parlarci di questo amore, il fatto che ce l’abbia voluto mostrare e che la Chiesa metta il crocifisso in un posto così di spicco in ogni chiesa ci mostra che qualsiasi morte, dolore e orrore ci siano nella nostra vita anche Cristo li sta sperimentando; e attraverso la Sua croce anche noi possiamo raggiungere la Resurrezione. Non si accontenterebbe mai di parlarci soltanto del Suo amore. Ce lo mostra, perché possiamo davvero credere che non siamo soli. Per quanto possa ancora risultarmi scomodo, sto diventando ogni giorno più grata per il dono del crocifisso.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

heyram

Anna O'Neil

Anna O’Neil è laureata presso il Thomas More College of Liberal Arts. Ama le mucche, la confessione e il giallo, non necessariamente in quest'ordine. Vive nel Rhode Island con il marito e il figlio, e cerca di ricordare che, come ha detto Chesterton, “se vale la pena fare una cosa vale la pena farla male”.
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