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La “Misericordia et misera”? Un richiamo a fidarsi della grazia

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A conclusione del Giubileo della Misericordia, Papa Francesco invia la lettera apostolica “Misericordia et misera” che parte dal richiamo e dalla riflessione del passo evangelico di Giovanni 8, 1-11: l’incontro di Gesù con l’adultera. 

La lettera apostolica è composta da ventidue punti nei quali Papa Francesco mette a cuore a Pastori e fedeli l’opportunità e la necessità che nella Comunità cristiana non si smarrisca quello stile evangelico di essere ospedale da campo, quale luogo dove l’attenzione per chi è ferito sia rivestita di comprensione e tenerezza. 

Papa Francesco nel primo punto commenta l’incontro di Gesù con l’adultera dove il Rabbì galileo stigmatizza il legalismo radicale e provoca gli accusatori, che chiedono la morte della donna, a “guardarsi dentro” e potersi dire immuni da peccato. Rimasto solo con la donna le chiede: “Donna dove sono [i tuoi accusatori]? Nessuno ti ha condannata: neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 10-11). Cristo non giustifica il peccato, ne sottolinea la gravità, però chiede il pentimento e la volontà di orientarsi verso una vita lontana dal peccato. “In questo modo – dice Papa Francesco – aiuta la donna a guardare al futuro con speranza e ad essere pronta a rimettere in moto la sua vita” (n.1). “Una volta che si è rivestiti dalla misericordia, anche se permane la condizione di debolezza per il peccato, essa è sovrastata dall’amore che permette di guardare oltre e vivere diversamente” (n.1).  

Dopo aver richiamato l’episodio dell’invito a pranzo da un Fariseo dove “una donna peccatrice” si avvicina a Gesù e con le lacrime gli lava i piedi nella disapprovazione dei presenti e Cristo Gesù senza mezzi termini sottolinea “sono perdonati i suoi molti peccati, perché molto ha amato” (Lc 7,47), il Papa ricorda che “il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre…”. Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia… Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona”(n. 2). Questo se vale per i singoli fedeli è un “habitus” che non può mai mancare a chi è stato chiamato al Ministero ordinato. 

Ai presbiteri, infatti, Papa Francesco “rinnova l’invito a prepararsi con grande cura al ministero della confessione [e chiede] di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio”(n.10). 

A conferma di questo stile, che Papa Francesco desidera essere quello del presbitero che ascolta i peccati e si fa suo buon Samaritano di chi pentito intende tornare a Gerusalemme, dice: “non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il Figlio che torna da lui riconoscendo di aver sbagliato, ma deciso a ricominciare d’accapo. Fermarsi soltanto alla legge, equivale a vanificare la fede e la misericordia divina… Anche nei casi più complessi dove si è tentati di fare prevalere una giustizia che deriva solo dalle norme, si deve credere nella forza che scaturisce dalla grazia divina” (n.11). Qui Papa Francesco si richiama alla dottrina dell’efficacia della grazia che dona qualità concreta alla libera decisione del penitente che desidera risalire la china. Il richiamo alla grazia legata ai sacramenti è una necessaria sottolineatura che dà alla confessione una significatività tutta particolare che deve “ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana” (n. 11). 

Questo richiamo ad affidarsi e fidarsi dell’azione della grazia divina lasciata spesso, in questi decenni, nell’ombra per dare forse eccessiva valenza alla consapevolezza umana dei soggetti, giustamente qui viene sottolineata. 

La vita cristiana non dona frutti di consolazione e testimonianza senza un lavoro interiore dove libertà e grazia debbono essere sinergiche. Su questo aspetto è importante che si soffermino i Pastori. È la pastorale della pedagogia della santità di cui parlava Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte. Non una santità-stoica ma quell’affidarsi a Dio nel pentimento e nella speranza di sperimentare la Sua misericordia nella fragilità umana. Questo passo è di estrema importanza anche per un rinnovamento della vita cristiana oltre alla mera ritualità e all’efficienza pseudo-aziendale.  

Questo accompagnamento interiore, libertà e grazia, fa sperimentare il desiderio di una rinascita umana e spirituale portando con se la gioia della consolazione interiore di cui “tutti abbiamo bisogno perché nessuno è immune dalla sofferenza, dal dolore e dall’incomprensione” (n.13). Passando poi alle cose pratiche questa lettera apostolica esorta e dona:  

Esorta a: 

a)Diffondere tra le comunità cristiane la Lectio Divina (n.7) 

b)Dedicare una domenica interamente alla parola di Dio (n.7) 

c)Istituire una Giornata mondiale dei poveri ogni anno nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (n.21) 

d)Curare il momento della morte dei nostri fedeli (n.15) 

e)Dare forma concreta alla carità e al tempo stesso intelligenza alle opere di misericordia (n.19) 

Dona 

a)A tutti i presbiteri da la facoltà di assolvere dal peccato di aborto in ogni tempo liturgico (n.12) 

b)La liceità dell’assoluzione che i presbiteri della fraternità di San Pio X hanno dato ai penitenti che si sono accostati alla confessione con le dovute disposizioni (n.12) 

Conclusione: 

La lettera apostolica Misericordia et Misera che chiude l’Anno santo, apre però, alla Chiesa tutta, una pastorale ed una cultura della misericordia che possa essere piattaforma per la nuova evangelizzazione dove le porte della casa del Padre risultano spalancate soprattutto per chi cerca quella tenerezza interiore che è consolazione dello spirito affranto e provato. 

*Vicario episcopale per il laicato e la cultura  

Diocesi di Trieste 

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