Chiesa

Contro la derisione della liturgia

I cattolici non dovrebbero auspicare cambiamenti attraverso campagne d'odio virali

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Blambca/Shutterstock

Su Facebook, un mese fa, un sito umoristico cattolico ha condiviso un album fotografico caricato da una parrocchia di Seattle. Le foto erano state scattate durante una liturgia in cui c’erano ballerini, nastri colorati, stelle filanti… sì, so cosa stai pensando. In molti, tra i quali il sottoscritto, hanno considerato imbarazzanti quelle foto, vedendo una liturgia più incentrata sulle arti moderne e sull’individuale espressione di sé. piuttosto che sulla celebrazione dell’Eucaristia. Il sito umoristico ha senza dubbio condiviso le foto per ridicolizzali, e decine delle sue migliaia di iscritti hanno seguito l’esempio.

In poco tempo si sono sprecati commenti sull’album, dalle accuse di cattivo gusto fino ad arrivare addirittura a sgradevoli accuse di eresia e di adorazione satanica. Altri hanno infierito sulle drammatiche espressioni facciali dei danzatori liturgici.

Chiunque amministri la pagina Facebook di quella parrocchia deve essere rimasto orripilato nel sapere di essere stato oggetto di pubblico scherno. Non solo l’album è stato rimosso, ma la parrocchia ha sentito la necessità di cancellare l’intera pagina Facebook.

Ho il sospetto che molti cattolici che hanno visto le foto hanno pensato che la parrocchia avesse bisogno di quella pubblicità negativa, e che forse avrebbe anche fatto del bene alla stessa parrocchia. Portando un po’ di luce sull’irriverenza di tale liturgia – verrebbe da pensare – probabilmente qualcuno della gerarchia disciplinerà il responsabile coinvolto portando fine a questa follia.

Questo caso di ridicolizzazione della liturgia non è stato l’unico. Ho seguito diversi gruppi Facebook che spesso finiscono col farlo. È stato anche coniata una simpatica sigla, SLAP (‘schiaffo’ in inglese, ndt), che sta per “Survivors of Liturgical Abuse in Parishes”, cioè Sopravvissuti agli Abusi Liturgici nelle Parrocchie. Il gruppo esiste in parte per fare i nomi delle parrocchie ‘deviate’ e condividere storie di orrende liturgie.

Sono solidale con i cattolici che condividono queste storie. La liturgia dovrebbe essere sacra e glorificare Dio, e a volte sembra che faccia tutto fuorché questo. L’editorialista del New York Times Ross Douthat ha scritto una volta di essere “regolarmente costernato dallo stato della liturgia della Chiesa americana”. Spesso mi trovo d’accordo con questo sentimento.

Eppure, per quanto possa essere sbagliato, se facciamo un passo indietro, riflettiamo e preghiamo, dovrebbe essere ovvio che i cattolici dovrebbero evitare di usare la forza bruta di Internet per “smascherare” problemi di carattere liturgico e per ridicolizzare le parrocchie che sbagliano. È estremamente scortese e non è pratico. Scortese perché spesso diamo per scontato – erroneamente – che ci siano cattive intenzioni nella parrocchia in questione (“sono eretici”, “questo non è permesso nella Chiesa”, “a loro non importa nulla di Dio o dell’Eucaristia”) senza saperne, in effetti, assolutamente nulla; non è pratico perché le campagne virali di derisione non sono un modo realistico per correggere o per portare riforma nella Chiesa Cattolica. Far vergognare le persone non le incoraggia ad ascoltare; spesso le spinge invece a nascondersi, così come ha fatto la parrocchia dell’esempio iniziale chiudendo del tutto la propria pagina Facebook.

I problemi della parrocchia dovrebbero essere risolti a livello parrocchiale, quando possibile. Se non dovesse funzionare, bisogna affrontare la questione a livello diocesano e così via. Questo perché bisogna essere coerenti con il principio di sussidiarietà. Quando qualcosa ci offende, piuttosto che agire come degli orgogliosi informatori che spiattellano tutto alle masse virtuali, dovremmo comunicare adeguatamente le nostre critiche alle gerarchie della Chiesa, iniziando con la prima persona in autorità. Questo è di solito il parroco stesso, che potrebbe addirittura condividere le nostre stesse preoccupazioni. I responsabili non possono leggere la mente e non sono perfetti. Non dovremmo dare per scontata alcuna negligenza – di carattere liturgico o altro – nelle loro intenzioni. Certo, il parroco potrebbe non essere la persona migliore con cui condividere le proprie preoccupazioni. A seconda delle circostanze, qualcuno di un livello più basso, come un amministratore di parrocchia, o più alto, come qualcuno a livello di diocesi, potrebbe essere in una posizione migliore per gestire la lamentela.

In qualsiasi situazione di conflitto in Chiesa bisognerebbe comunque affidarsi alla preghiera e al discernimento. Quando sentiamo l’urgenza di scrivere un commento al vetriolo o di condividere online una foto su una scandalosa liturgia, dovremmo chiederci se è l’amore per la Chiesa che guida i nostri cuori o se ci siamo auto-eletti giudici. Posso metterci la mano sul fuoco, il più delle volte la tracotanza, o hubris, influenza il modo in cui rispondiamo.

In quanto cattolici, noi stiamo ancora imparando a navigare nei meandri di Internet senza inciampare in abitudini mondane e spesso peccaminose. Tutti commettiamo errori, ne sono sicuro, ma dobbiamo continuamente esaminare il nostro comportamento, favorire ciò che funziona ed eliminare ciò che non lo fa.

William Bornhoft è un autore freelance cattolico che vive a St. Paul, Minnesota. Puoi contattarlo scrivendo a wmbornhoft@gmail.com oppure seguirlo su Twitter @WilliamStPaul

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

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William Bornhoft

William Bornhoft è un autore freelance cattolico che vive a St. Paul, Minnesota. Puoi contattarlo scrivendo a wmbornhoft@gmail.com oppure seguirlo su Twitter @WilliamStPaul