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Perché dobbiamo soffrire e morire?

WOMAN AT THE WINDOW,
Dubova | Shutterstock
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Nel silenzio scandito dal ticchettio dell’orologio di casa, nelle notti che tacciono anche nelle grandi città (tranne qualche urlo di sirena d’autoambulanza), nei momenti in cui guardiamo la primavera dalla finestra affiorano grandi domande, che forse abbiamo coperto di “cose” per tanti anni.

Sono già tre settimane che l’Italia è chiusa in casa (l’articolo è di una settimana fa NdR); diecimila persone che tre settimane fa erano con noi adesso non ci sono più, e probabilmente le cifre sono pesantemente sottostimate. In ogni caso, al di là dei numeri, ognuna di queste persone aveva una famiglia, amici, sogni, desideri, progetti per il futuro che tengono vivi anche gli anziani con tanti anni alle loro spalle.

Sottratti al trambusto spesso gioioso, ma comunque frenetico del nostro quotidiano, tolti dalle nostre abitudini, più o meno salutari, privati d’un tratto di tante consolazioni, di tante piccole e grandi gioie, e di quella capacità di programmare che oggi è tanto importante per tutti, ci troviamo nello spazio angusto delle nostre case; chi cerca di lavorare a più non posso, chi non sa come ammazzare il tempo, chi vive una solitudine ancora più pesante e faticosa, chi non sa come arrivare a fine mese, chi non riesce a gestire le esigenze di figli piccoli, magari qualche tensione di coppia, e uno smart working che richiede energia come quello “normale” ma comporta molte meno soddisfazioni.

In tutto ciò, noi eterni adolescenti, abituati – proprio come i teenagers – a vedere la morte come qualcosa che riguarda sempre gli altri, e che comunque non ci toccherà per qualche decennio, ci sorprendiamo a pensare che potrebbe capitare anche a noi.
Nel silenzio scandito dal ticchettio dell’orologio di casa, nelle notti che tacciono anche nelle grandi città (tranne qualche urlo di sirena d’autoambulanza), nei momenti in cui guardiamo la primavera dalla finestra affiorano grandi domande, che forse abbiamo coperto di “cose” per tanti anni. C’è Qualcuno che si occupa di noi? C’è una vita oltre a questa? C’è la possibilità di rivedere chi ci è stato sottratto dalla morte? Perché dobbiamo soffrire e morire?

Ognuno di noi, in tutta la sua vita, è chiamato a confrontarsi con queste domande; a ognuno è dato un modo diverso di interrogarsi, ognuno ha i tempi della propria vita, ognuno è continuamente in ricerca (credenti, atei, agnostici e indifferenti).
In questo momento, tutti ci poniamo tante domande, e ci sentiamo compagni di viaggio, accomunati dallo stesso dolore, dalle stesse fatiche, dalle stesse preoccupazioni. E ci scopriamo da un lato più vulnerabili, dall’altro più coraggiosi e forti di quanto credessimo. In momenti come questi, è importante darsi la mano, offrendoci aiuto e speranza a vicenda. Chi ha avuto il dono di credere, e in questi giorni sente con particolare forza la preziosità di questo regalo immeritato e immenso, vorrebbe che anche gli altri potessero sperimentare quella speranza luminosa che irradia anche la notte più nera, e che non ignora le lacrime, ma sboccia da esse.

A tutti, vorrei perciò mandare un abbraccio forte e sincero, con infinito rispetto per il cammino di ciascuno, ma anche con la sincera offerta di condividere un po’ di questo immenso dono; perché è davvero bello poter vedere, al di là di questa vita, tanto bella e tanto fragile, una Città diversa:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro”.
E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
[Apocalisse, 21,3-4].

E forse questa gioia potrà illuminare anche il cuore di qualcuno che oggi cerca una luce diversa.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA CHIARA BERTOGLIO

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