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I santi che hanno conosciuto in prima persona una pandemia

SAINTS EPIDEMIC

Public Domain

Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 13/03/20

E che soprattutto hanno capito come questa potesse diventare un modo per servire Dio e il prossimo

Trovare un santo che abbia lavorato con le vittime della peste e di altre epidemie più essere un’impresa, perché ce ne sono troppi!

Durante la Peste di Cipriano nel III secolo (famosa per aver ucciso fino a 5.000 persone al giorno a Roma), si dice che i cristiani si volgessero verso i sofferenti, disposti ad aiutarli a qualsiasi costo. Ad Alessandria, dove i due terzi della popolazione dovettero soccombere alla malattia, San Dionisio scrisse dei cristiani: “Noncuranti del pericolo, si sono presi cura dei malati, rispondendo a ogni loro necessità e svolgendo il ministero in Cristo, e con loro sono partiti serenamente da questa vita, perché sono stati infettati da chi aveva la malattia, prendendo su di sé il male del loro prossimo e accettandone gioiosamente il dolore”.

Molti cristiani ad Alessandria morirono infatti prendendosi cura dei malati, ed è stato dato un giorno festivo (il 28 febbraio) a questi eroi senza nome, venerati come martiri.

Mentre il coronavirus si diffonde nel mondo, facendo ammalare molte persone e terrorizzandone molte di più, faremmo bene a chiedere l’intercessione di chi ha combattuto piaghe ed epidemie guadagnandosi in questo modo la santità.

Santa Godeberta di Noyon (ca. 700) si prese cura dei malati in modo meno diretto rispetto a molti altri. Badessa con una grande influenza su quanti vivevano accanto alla sua abbazia, Godeberta li incoraggiò a pregare per la fine di un’epidemia di peste. Dopo che ebbero trascorso tre giorni digiunando in tela di sacco e col capo coperto di cenere, la peste improvvisamente cessò.

San Rocco (1295-1327) partì per un pellegrinaggio a Roma quando aveva 20 anni, mendicando lungo la strada. Quando arrivò in Italia scoprì un Paese devastato dalla peste. Rocco iniziò a prendersi cura degli stranieri malati in cui si imbatteva (spesso guarendoli miracolosamente), finché egli stesso contrasse la malattia. Non conoscendo nessuno, si ritirò nella foresta per morire, ma un cane del posto gli portò del cibo e leccò le sue ferite finché Rocco non si riprese.

San Carlo Borromeo (1538-1584) era cardinale quando la carestia e la pestilenza colpirono Milano. Anche se la maggior parte dei nobili abbandonò la città, il cardinal Borromeo organizzò i religiosi rimasti perché nutrissero e curassero malati e affamati. Nutrivano più di 60.000 persone al giorno, e i costi erano in gran parte sostenuti dal cardinale stesso, che si indebitò per sfamare gli affamati. Visitò anche alcuni malati lavandone le ferite, dopo aver scritto il proprio testamento ed essersi preparato a morire. Il buon cardinale venne però risparmiato, vivendo altri sei anni dopo quella che alla fine venne chiamata la Peste di San Carlo.


saint Roch

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Sant’Henry Morse (1595-1645) era un protestante inglese che poi divenne sacerdote gesuita e tornò in Inghilterra per servire in modo clandestino. Buona parte del suo lavoro consisteva nel servire le vittime della peste, sia nel 1624 che (dopo che era stato bandito dall’Inghilterra ma vi era segretamente tornato) nel 1635. Nel 1635-1636 Morse contrasse la peste tre volte, ma ogni volta si riprese. Quando venne poi catturato, si tenne conto del suo lavoro con le vittime della peste e fu rilasciato. La volta successiva in cui venne catturato non ottenne la stessa clemenza, e finì martirizzato.

Santa Virginia Centurione Bracelli (1587-1651) era una vedova benestante quando la peste scoppiò a Genova. Ospitò molti malati a casa sua, e quando lo spazio finì affittò un convento vuoto, facendo poi costruire ulteriori alloggi. Anche se la peste terminò, l’ospedale di Virginia continuò a servire centinaia di malati, e l’ordine religioso da lei fondato, le Suore di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, dette Brignoline, è attivo ancora oggi.

Il beato Peter Donders (1809-1887) era un sacerdote redentorista olandese che servì in Suriname per 45 anni. Si batté per i diritti delle persone ridotte in schiavitù, evangelizzò i popoli indigeni e curò i malati durante un’epidemia, della quale poco dopo rimase anche lui vittima. Trascorse gli ultimi trent’anni della sua vita servendo in una colonia per lebbrosi e chiedendo alle autorità cure migliori per i malati.


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San José Brochero (1840-1914) era un sacerdote argentino che si prese cura delle vittime di un’epidemia di colera uscendone illeso. Per servire i suoi parrocchiani, costruì poi 200 chilometri di strade e collegò la sua parrocchia con servizi di posta e telegrafo e una linea ferroviaria. Alla fine contrasse la lebbra e iniziò a diventare cieco, ritirandosi poi sia dal ministero attivo che dalla sua attività di costruzione delle infrastrutture della regione. Aveva trascorso più di 40 anni servendo come sacerdote, infermiere, falegname e costruttore.

Santa Marianne Cope (1838-1918) rispose alla richiesta del re delle Hawaii di portarvi le sue suore per servire i lebbrosi insieme a San Damiano di Molokai. Anche se molte temevano la malattia, che allora si riteneva estremamente contagiosa, Marianne assicurò le sue suore che nessuna di loro l’avrebbe contratta. Con rigide pratiche igieniche e una buona dose di grazia, le suore lavorarono con i lebbrosi di Molokai per quasi un secolo senza che nessuna di loro contraesse il morbo.

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