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Chiesa e abusi (ieri oggi e domani): la versione di Benedetto XVI

HERO ROME JUBILEE POPE FRANCIS BENEDICT XVI VINCENZO PINTO : AFP AI

Pape François et Benoit XVI à l'inauguration du jubilé de la miséricorde VINCENZO PINTO / AFP

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 11/04/19

È stata pubblicata stamattina sul Corriere della Sera la versione italiana di uno scritto che il Papa Emerito aveva preparato come personale contributo al meeting vaticano sugli abusi, dello scorso febbraio, e che dopo aver sentito Parolin e Francesco lo stesso ha deciso di divulgare. Perché? Cosa dice il documento? Domande a cui proviamo a rispondere.

Lo scritto di Benedetto XVI su Chiesa e abusi impegna da stamane tutti i vaticanisti del mondo e anche molti “giornalisti semplici”. Il suo pronunciamento è stato accolto, come accade ogni volta che parla, da un boato frammisto di “oh, finalmente una Voce chiara!” e di “ma costui non s’era ritirato a vita monastica?”, e il caotico boato è risuonato come un tuono, descrivendo implicitamente il testo del Papa Emerito come un fulmine repentinamente sortito dal monastero Mater Ecclesiæ.

«Quer pasticciaccio brutto de Via Solferino»

Massimo Franco, nel corsivo che accompagna il testo sul Corriere di oggi, scrive:

Joseph Ratzinger parte da lontano, e spiega di avere deciso di pubblicarlo sul mensile tedesco Klerusblatt dopo “contatti”, li definisce così, con il segretario di Stato, Pietro Parolin, e con lo stesso Papa Francesco. Dunque, ne ha informato i vertici della Santa Sede. Ma scorrendolo, probabilmente qualcuno avrà la sensazione che finisca per affiancare e sovrastare le conclusioni della riunione globale di febbraio. E sarà tentato di considerare gli “appunti” come un modo per dare profondità teologica e spessore culturale alle conclusioni raggiunte in quella sede: come se fossero mancati nelle risposte agli scandali sulla pedofilia tra i sacerdoti. Se Benedetto ha sentito il bisogno di aggiungere il suo pensiero a quello ufficiale, si sente dire, significa che non è stato del tutto convinto dalla reazione ufficiale della Chiesa, nonostante l’inasprimento delle pene e il «grazie» netto all’azione di papa Francesco.

Il retorico riferimento a “qualcuno” è ovviamente lo specchio in cui l’articolista espone la propria posizione non sottoscrivendola formalmente e al contempo attribuendola a dei terzi che s’intendono non sciocchi e non scarsi. Un approccio legittimo, ma a mio avviso fuorviante, almeno in parte.

Le due coordinate del testo

Per collocare correttamente questo testo penso si debba tener conto di due coordinate (le solite due, peraltro): la composizione e la pubblicazione. Della prima siamo avvertiti dal testo, della seconda dal contesto. E a proposito di quest’ultimo: un giornale storico e blasonato come il Corriere della Sera, investito dell’onore di ospitare in esclusiva la versione italiana dello scritto ratzingeriano, dovrebbe avvertire grave l’onere di affidarne l’editing a qualcuno che non sia il solito stagista sottopagato. Fino a poco fa sul sito di Via Solferino mancava addirittura una frase al testo, sovrabbondavano le parole separate da spaziature improvvide e gruppi di lettere come “in” comparivano come “m”: tutti sintomi di un testo approntato con una rapida e non riletta scansione OCR da supporto cartaceo. Cosa a stento ammissibile se il testo fosse stato consegnato in mattinata per una breaking, ma visto che Massimo Franco ha avuto modo di scrivere il suo articolo esso doveva essere in redazione almeno da ieri. Male, dunque.

Il leale contributo di una “persona informata dei fatti”

Tornando al documento, dicevamo le coordinate fondamentali. Il Papa Emerito fornisce apertamente la prima:

Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi – pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità – come a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo mo­mento difficile.

Dunque il testo è stato scritto nell’arco di tempo intercorso fra il 12 settembre 2018 e il 21 febbraio 2019. La “sensazione” che Massimo Franco avverte potersi presentare in “qualcuno”, quindi, è destituita di fondamento fin dalle premesse del testo ratzingeriano. Né sarebbe filologicamente ed ermeneuticamente sensato il presumere che Benedetto XVI abbia dichiarato il falso, descrivendo l’arco temporale della stesura materiale del suo testo: intanto perché è impossibile interpretare un testo che si presuppone radicalmente mendace; soprattutto però per una ragione di contenuto – neppure a una lettura maliziosa, infatti, fa capolino una frase o un’espressione che sembrino tradire una scrittura ex post. In realtà, la lettura del testo (lungo e complesso) ci rivela lo scritto come il contributo che Benedetto XVI ha sentito in coscienza di dover dare allo svolgimento del meeting: certamente il Papa Emerito non è presidente di alcuna conferenza episcopale, anzi non è più al governo di alcuna diocesi – come egli stesso ricorda – e difatti nella premessa egli si qualifica in sostanza come “persona informata dei fatti”. Non siamo informati su dettagli ulteriori, ma non è irragionevole presumere che almeno Papa Francesco, se non altri, fosse a conoscenza del mémoire del predecessore almeno da qualche giorno prima dell’avvio del meeting.

Avviare, anzi alimentare un processo ecclesiale

La seconda coordinata emerge dal contesto immediato: dopo aver proposto a Papa Francesco il suo contributo contenutistico per il meeting, Benedetto XVI (certamente previo necessario discernimento) ha ritenuto

giusto pubblicare su “Klerusblatt” il testo così concepito.

Il mensile bavarese è stato scelto per gli storici rapporti intrattenuti con esso da Ratzinger, e lì è stato deposto il testo autentico, quello tedesco. Ne sono state approntate altre due “versioni ufficiali”: una italiana, per alimentare un circolo nevralgico di elaborazione del dibattito ecclesiale cattolico; una inglese, per fare lo stesso su scala planetaria. La scelta del Corriere, primo quotidiano italiano per tiratura, è stata verosimilmente suggerita dal desiderio della massima diffusione possibile.


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Su questa seconda coordinata torna (parzialmente) pertinente la chiosa di Franco: se assumiamo per vero che il testo fu scritto ad uso interno, altrettanto sostanzialmente dobbiamo ritenere che Benedetto XVI abbia voluto e disposto che lo stesso fosse sul Corsera di oggi. Che significato bisogna dare a questa scelta? Un’ingerenza governativa? Anche su queste pagine abbiamo raccolto la diffusa insoddisfazione di molti ambienti ecclesiali all’indomani del meeting vaticano del 21-24 febbraio 2019, ma sospettare ingerenze significa non conoscere l’uomo Benedetto XVI – la sua statura morale ma ancora di più la sua profonda fede e il profondo rispetto da lui tributato all’ufficio petrino in quanto tale. Un amico ha condiviso con me l’impressione che il Papa Emerito abbia voluto «togliersi qualche sassolino dalle scarpe». Il che – all’amico l’ho già detto – supporrebbe una meschinità che nel suo candore monastico non ha mai avuto spazio.


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La mia impressione, insomma, è che – per dirla con Papa Francesco – Benedetto XVI non tenda ad “occupare spazi” quanto piuttosto ad “avviare processi” (anzi, nel caso, ad alimentare un processo che è già in corso). Questo lo dico anche in forza di una personale esperienza di contatto con lui, e la scelta della diffusione a mezzo stampa nella lingua propria e delle Chiese tedesche (di cui largamente parla), in quella comune a tanti vaticanisti e nella maggiore koinè mondiale, rafforza in me la convinzione: Benedetto XVI non intende affatto «affiancare e sovrastare le conclusioni della riunione globale di febbraio», ma offrire ai processi di cui anche il meeting fu frutto, oltre che radice, il proprio peculiare contributo. Certamente, il fatto che Benedetto XVI sia uscito dal suo silenzio monacale per farlo dice un atto straordinario che con ogni probabilità non sarebbe stato posto se qualcuno al meeting si fosse fatto portavoce delle sue istanze. Ma le istanze di Benedetto XVI non sono – come vedremo – puramente teoriche, e dunque al di là del (comunque biasimevole) silenzio di molti prelati su certi temi sarebbe perfino irragionevole immaginarsi che qualcuno diverso dal Papa Emerito avrebbe potuto esprimerle.

La disposizione della materia

Il misterioso fascino del papa-non-papa incoraggia le dietrologie, in questi sei anni buoni l’abbiamo sperimentato tante volte. Anche stavolta, però, come in tutte le altre, le sue cristalline dichiarazioni basterebbero a non lasciarsi sviare da letture più o meno complottistiche.

Il mio lavoro è suddiviso in tre parti. In un primo punto tento molto breve­mente di delineare in generale il contesto sociale della questione, in mancanza del quale il problema risulta incomprensibile. Cerco di mostrare come negli anni ’60 si sia verificato un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare.

In un secondo punto provo ad accennare alle conseguenze di questa si­tuazione nella formazione e nella vita dei sacerdoti.

Infine, in una terza parte, svilupperò alcune prospettive per una giusta ri­sposta da parte della Chiesa.

Per una morale veramente “in cammino”

La prima parte è a sua volta suddivisa in due paragrafi: nel primo – appena quattro capoversi – Benedetto XVI richiama la sua esperienza legata alle trasformazioni sociali legate al ’68; nella seconda si sofferma più diffusamente sulle ripercussioni ecclesiali che, specie sul piano della teologia morale, quelle trasformazioni comportarono.

Tanto basta a dire quanto siano profonde le contro-osservazioni di chi taccia il Papa Emerito di avere un rapporto morboso con la sessualità: Benedetto XVI parla di quel che ha vissuto e che sa, a differenza di molti pennivendoli che nel ’68 a stento avevano dismesso i pannolini. Ciò che si è compiuto «nel ventennio 1960-1980» non è tanto e solo nell’ordine della morale sessuale, quanto nella stessa idea di società: che la libertà possa coincidere nell’abolizione di ogni norma (e finanche nello sdoganamento dei tabù) è un assunto radicalmente eversivo i cui frutti – al contempo acerbi e marci – sono sotto gli occhi di tutti.


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Così la Dichiarazione di Colonia andava allo scontro con la Veritatis splendor di Giovanni Paolo II, che nel 1989 veniva messa in cantiere: l’idea di fondare biblicamente tutta la morale cristiana si era rivelata per quell’utopia figlia della teologia dialettica germanica che era; così il cattolicesimo si avviò disgraziatamente a un’“etica della situazione” sempre più sconnessa non solo dalla Rivelazione, ma pure dalla ragionevole osservazione del mondo.

Sono stati variamente rilanciati gli strali ironici su Franz Böckle, che morì venticinque mesi prima della pubblicazione dell’enciclica morale giampaolina. Il grande passaggio della prima parte del documento, invece, è quest’ultima:

Indipendentemente da tale questione, in ampi settori della teologia mo­rale si sviluppò la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. Nell’affermare questo si sottolinea come tutte le affermazioni morali avrebbero degli equivalenti anche nelle altre religioni e che dunque non potrebbe esistere un proprium cristiano. Ma alla questione del proprium di una morale biblica non si risponde affermando che, per ogni singola frase, si può trovare da qualche parte un’equivalente in al­tre religioni. È invece l’insieme della morale biblica che come tale è nuo­vo e diverso rispetto alle singole parti. La peculiarità dell’insegnamento morale della Sacra Scrittura risiede ultimamente nel suo ancoraggio all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come uomo. Il Decalogo è un’applicazione alla vi­ta umana della fede biblica in Dio. Immagine di Dio e morale vanno in­sieme e producono così quello che è specificamente nuovo dell’atteggiamento cristiano verso il mondo e la vita umana. Del resto, sin dall’inizio il cristianesimo è stato descritto con la parola hodòs. La fede è un cammino, un modo di vivere. Nella Chiesa antica, rispetto a una cultura sempre più depravata, fu istituito il catecumenato come spazio di esistenza nel quale quel che era specifico e nuovo del modo di vivere cristiano veniva insegnato e anche salvaguardato rispetto al modo di vivere comune. Penso che anche oggi sia necessario qualcosa di simi­le a comunità catecumenali affinché la vita cristiana possa affermarsi nella sua peculiarità.

Il che, lungi dall’essere un endorsement o uno spot al cammino neocatecumenale (ovviamente è stato già usato anche in tal senso…), è un richiamo alla natura propria della vita cristiana, che è vita della/nella Chiesa e implica una morale che da un lato sia sempre progressiva (dunque non farisaica e legalistica) e dall’altra non perda mai di vista la meta (perciò nemmeno lassista e relativistica).

Il collasso ecclesiale

La seconda parte documenta le reazioni ecclesiali ai primi frutti marci che quella stagione portava infra mœnia:

In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. In un seminario nella Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano in­sieme. Durante i pasti comuni, i seminaristi stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagnati da moglie e figlio e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale. La Santa Sede sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio. Come primo passo fu disposta una Visita apostolica nei seminari degli Stati Uniti.

Poiché dopo il Concilio Vaticano II erano stati cambiati pure i criterî per la scelta e la nomina dei vescovi, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era differente. Come criterio per la nomina di nuovi vescovi va­leva ora soprattutto la loro “conciliarità”, potendo intendersi natural­mente con questo termine le cose più diverse. In molte parti della Chie­sa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento cri­tico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momen­to, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo. Un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva mostrato ai seminaristi film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede. Vi furono singoli vescovi – e non solo negli Stati Uniti d’America – che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna “cattolicità”. Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco.

Anche la questione dei “libri di Ratzinger”, letta in fondo al suo paragrafo contestuale, emerge meno come “sassolino levato dalla scarpa” che come elemento sintomatico di un clima malsano.

Omosessualismo e promiscuità sessuale (si noti che Benedetto XVI non addita solo il primo!) sono la premessa alla piaga degli abusi:

La questione della pedofilia è, per quanto ricordi, divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ’80. Negli Stati Uniti nel frattempo era già cresciuta, divenendo un problema pubblico. Così i vescovi chiesero aiuto a Roma perché il diritto canonico, così come fissato nel Nuovo Co­dice, non appariva sufficiente per adottare le misure necessarie.

Come si vede, il problema per Benedetto XVI non è “nel ’68”, “nel mondo” o in qualunque entità che – additandola – possa lenire il senso di inadeguatezza dei “cattolici da cittadella assediata”: il problema è trasversale al mondo e alla Chiesa (lo spiegherà meglio nella terza parte) ed è l’essenza stessa del male, che a nessuno risulta estranea.

La questione della riforma del diritto canonico penale, dunque, con tutte le sue difficoltà formali e sostanziali, si fa tenendo presente un traguardo:

Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, non deve dunque essere garantista solo a favore dell’accusato, il cui rispetto è un bene protetto dalla legge. Deve proteg­gere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devo­no riflettere e considerare seriamente. 

Prospettive contemplat(t)ive

La terza parte dello scritto ratzingeriano è l’unica delle tre a non essere suddivisa in due paragrafi, bensì in tre. È la sezione più squisitamente teologica, dunque è stata sistematicamente trascurata dai cacciatori di scandalucci. La si potrebbe schematizzare forse così:

  1. il mistero di Dio;
  2. la celebrazione dei misteri cristiani;
  3. il mistero della Chiesa, corpus permixtum.

Mysterium” è formalmente e contenutisticamente la Rivelazione di Dio, che si prolunga nella vita sacramentale della Chiesa. Papa Francesco ricordava, alla fine del meeting di febbraio, che «dietro agli abusi c’è Satana»: insipientemente, il mondo laico l’ha bacchettato per queste parole (fin dagli editoriali de Le Monde!), eppure Benedetto XVI aveva scritto – anche prima del meeting – questo medesimo concetto, perfino più cesellato.

[…] il Signo­re ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uo­mini.

Questo è l’antefatto. Poi viene la certezza naturale e rivelata dell’esistenza di Dio, e nel fatto che voglia rivelarsi a noi sta la prima gemma dell’Evangelo: questo Dio – l’uomo riesce ad avvertire – è buono, nonostante noi stessi e tutto il male che facciamo e subiamo. E nel male che facciamo e subiamo sta il sovvertimento della coscienza morale cui era dedicato il primo punto:

Quando in una società Dio muore, essa diviene libera – ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché vie­ne meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa­mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non molto tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commet­tono cose che rischiano di distruggerli.

“L’assenza di Dio”, in cui sta «in ultima analisi il motivo» che ha permesso alla pedofilia di estendersi tanto, erode perfino il sancta sanctorum della vita cristiana:

Il nostro rapporto con l’Eucaristia non può che destare preoccupazione. A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacra­mento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore rin­graziare il Signore.

Ma largamente dominante è un altro atteggiamento: non domina un nuovo profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezio­ne di Cristo, ma un modo di trattare con lui che distrugge la grandezza del mistero. La calante partecipazione alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia mostra quanto poco noi cristiani di oggi siamo in grado di valutare la grandezza del dono che consiste nella Sua presenza reale. L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ra­gione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familia­ri o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sa­cramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento.

E questo è il contesto in cui Benedetto XVI riporta il dettaglio – tremendo nella sua diabolica blasfemia – del prete che violentava la ragazzina dicendole le parole della consacrazione eucaristica: veramente «dietro a questo c’è Satana». Nel senso più stretto, proprio e pieno del termine.




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Il Papa Emerito propone una lettura sapienziale e tipologica dei primi capitoli del libro di Giobbe, e conclude:

Per i cristiani è chiaro che quel Giobbe che per tutta l’umanità esemplarmente sta di fronte a Dio è Gesù Cristo. Nell’Apocalisse, il dramma dell’uomo è rappresentato in tutta la sua ampiezza. Al Dio creatore si contrappone il diavolo che scredita l’intera creazione e l’intera umanità. Egli si rivolge non solo a Dio ma soprattutto agli uo­mini dicendo: «Ma guardate cosa ha fatto questo Dio. Apparentemente una creazione buona. In realtà nel suo complesso è piena di miseria e di schifo». Il denigrare la creazione in realtà è un denigrare Dio. Il diavolo vuole dimostrare che Dio stesso non è buono e vuole allontanarci da lui.

In preda alla tentazione – e alla fascinosa paura che ne promana – gli uomini fanno spesso cose sciocche. Gli ecclesiastici sono tentati di “prendere in mano” la gestione della Chiesa, come se potessero aggiustarla col loro ingegno:

La crisi cau­sata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisamente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza.

Così argomentava Benedetto XVI all’inizio della terza parte, e come in una Ringkomposition a quel punto tornava sul suo finire:

L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale egli vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an­che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni (“martyres”) nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.

A che servirà questo testo?

La parte più incredula di me, alla fine di questa stupenda lettura, ha mormorato: «Tutto bellissimo, quindi adesso che si fa?». E ho subito scoperto vera in me l’amara constatazione su cui poco prima m’ero trovato cerebralmente concorde:

Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica.

Così siamo tentati di pensare che tutte le migliori pagine dei più alti teologi del mondo non possono certo valere una radicale riforma ecclesiale ab imis fundamentis, quando «si tratta di cose concrete». E ancora una volta siamo beffati dal Tentatore: le “cose concrete” sono già in scaletta, e lo stesso Papa Emerito ne parla – la riforma del diritto penale canonico, la migliore tornitura della presunzione d’innocenza e dei bona servanda. Ma perché la Chiesa deve occuparsi di questo? Solo perché “chi rompe paga”? Mica è detto che uno abbia intenzione – o anche solo modo – di rimediare ai propri guai…

Il fatto è che «abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede». E in quest’affermazione – umile eppure incrollabile – sta un germe di ostinata evangelizzazione. Per questo “il mondo” (in senso teologico) – che con gli scandali spera di soffocare la testimonianza dei seguaci della Via – non tollera che il tema venga affrontato come hanno fatto Francesco e Benedetto.

O Dio, nella tua eredità sono entrate le genti:
hanno profanato il tuo santo tempio,
hanno ridotto Gerusalemme in macerie.

Hanno abbandonato i cadaveri dei tuoi servi
in pasto agli uccelli del cielo,
la carne dei tuoi fedeli agli animali selvatici.

Hanno versato il loro sangue come acqua
intorno a Gerusalemme
e nessuno seppelliva.

Siamo divenuti il disprezzo dei nostri vicini,
lo scherno e la derisione di chi ci sta intorno.

Fino a quando sarai adirato, Signore: per sempre?
Arderà come fuoco la tua gelosia?

Sal 78 (79), 1-5

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