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Quando cambia la condizione delle donne cambia il mondo

© AFP PHOTO / THOMAS COEX
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In una raccolta di saggi di Anne-Marie Pelletier

Quando cambia la condizione delle donne cambia il mondo: così scrive Anne-Marie Pelletier nel piccolo ma denso libro Una fede al femminile(Bose, Qiqajon, 2018, pagine 96, euro 10) che raccoglie alcuni saggi da lei pubblicati sul tema donne e chiesa. Il suo sguardo sulla questione infatti è molto ampio, non si limita a denunciare l’evidente assenza delle donne nell’istituzione ai livelli consultivi e decisionali, ma ne approfondisce cause e conseguenze.

Fra le cause culturali ne denuncia una a cui raramente si porta attenzione: nella parola profetica troviamo un frequente ricorso alla metafora sponsale, che spiega ogni tipo di alleanza con l’esperienza della vita di coppia. Ma il parallelismo tra Dio e Israele e tra uomo e donna suggerisce un’affinità fra il maschile e Dio, confermando il primo nei privilegi di potere. Dall’altra parte, l’uso di metafore femminili per indicare il popolo favorisce il radicamento del femminile nel registro dell’umanità incline alla colpa, dal momento che le vengono attribuiti molti episodi di infedeltà. Anche la chiesa, quando si rivela peccatrice, viene presentata con due immagini legate al femminile, adultera e prostituta. In questo modo si diffonde sottilmente la convinzione che la donna sia debole, più facile da traviare, e che di conseguenza sia giusto non considerarla in grado di coprire ruoli autorevoli.

Questa opinione negativa coesiste inoltre con un uso ecclesiale di riconoscere grandi meriti all’eterno femminino, a cominciare dal “genio femminile”, atteggiamento che allontana il vero riconoscimento delle concrete qualità delle donne.

Sul tema del sacerdozio, Pelletier da tempo sostiene che non bisogna cadere nella trappola ideologica di chiedere il sacerdozio femminile, come se fosse solo l’eguaglianza delle carriere a garantire l’eguaglianza fra i sessi, mentre la differenza fra donne e uomini non deve essere necessariamente pensata come differenza in senso gerarchico, anche se questo accade.

Per la studiosa francese il sacerdozio ordinato va infatti ripensato radicalmente attraverso una rivalutazione del sacerdozio battesimale, evitando così le interpretazioni che lo avvicinano alle sfide di potere mondane, vuoi da difendere vuoi da conquistare, matrici del clericalismo. Per le donne cristiane si apre quindi la possibilità di vivere il sacerdozio battesimale, che definisce «essenziale», un sacerdozio «che si esercita nel realismo incarnato del quotidiano, dove si tratta di servire la carne dell’altro, sull’esempio di Cristo» ed «è anche testimonianza per tutti che nella chiesa non vi è altro ministero che il servizio, e ogni ministero non è che un’organizzazione per il servizio».

Pelletier è infatti convinta che solo un’ecclesiologia nuova, che adotti un centro di gravità battesimale e non più clericale, possa offrire un vero antidoto ai clericalismi. E ha perfino il coraggio di scrivere che il clericalismo attuale presenta punti di contatto con la rivendicazione avanzata da gruppi di donne di accedere al sacerdozio ordinato.

Questo e altre riflessioni costituiscono spunti creativi, che spingono a ripensare la questione delle donne in modo diverso, e questo «può avere delle ricadute importanti e positive sul modo di considerare il corpo ecclesiale nel suo insieme». Perché, all’origine delle riflessioni di Pelletier, c’è una domanda essenziale: «Quale contributo specifico le donne offrono alla consapevolezza che la chiesa deve avere di se stessa?».

Proprio per questo la chiesa deve ascoltare le donne, non semplicemente per il fatto che si tratta di un atto di giustizia. Perché le donne vivono nella realtà il volto della chiesa serva e povera, materna, il volto che i sacerdoti esaltano nei loro discorsi ma difficilmente vivono nei fatti.

 

QUI L’ORIGINALE

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