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La Chiesa australiana riparte dalle suore

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Ben STANSTALL | AFP

Nuns arrive to attend the Holy Mass led by Pope Francis at Phoenix Park in Dublin on August 26, 2018, on the second day of his visit to Ireland to attend the 2018 World Meeting of Families. / AFP PHOTO / Ben STANSALL

Lucandrea Massaro - pubblicato il 06/09/18

Dopo lo scandalo abusi l'unica istituzione rimasta indenne è quella delle religiose femminili. Una possibilità per la Chiesa in tutto il mondo?

La Chiesa australiana prova a rialzarsi dopo che il grave scandalo di abusi sui minori emerso tramite il lungo lavoro investigativo della “Royal Commission” aveva disegnato un quadro a tinte foschissime della storia del cattolicesimo australiano, con abusi, coperture, omissioni. La possibile via d’uscita è rappresentata da un dato emerso proprio dal lavoro della Commissione che ha accertato, dopo cinque anni di lavoro, che la diocesi con la minore incidenza di abusi nei sei decenni dal 1950, quella di Adelaide con un 2,4%, è stata quella all’avanguardia nella nomina di donne laiche e di suore come vicarie episcopali con autorità sopra i sacerdoti, rivelando «una differenza culturale significativa» (Vatican Insider). E’ per questo che:

Il Consiglio per Verità, Giustizia e Guarigione, formato dalla Commissione episcopale australiana e dall’ente Catholic Religious Australia che rappresenta 150 ordini religiosi, sostiene nel rapporto finale alle raccomandazioni della Commissione che un meccanismo di quote è necessario per promuovere donne in posizioni di autorità in parrocchie, diocesi e ordini religiosi. E osserva che le donne costituiscono fino a due terzi dei 220 mila impiegati cattolici in istruzione, servizi sociali, sanità e cure agli anziani nelle varie diocesi. La limitata partecipazione di donne è stata più volte sollevata come problema nelle udienze e nelle consultazioni condotte della Commissione a livello di parrocchie.




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Una strada anche per la Chiesa universale?

Una situazione simile vive la Chiesa americana, dove le suore conservano una credibilità pubblica quasi incontaminata, non essendo stata lambita dagli abusi del clero sia verso i minori, sia dentro i seminari. Una posizione che la teologa della Pontificia Università Gregoriana Stella Morra ha ribadito a Settimana News (29 agosto) in una intervista:

«La situazione non è la stessa nelle nostre Chiese, ma la lezione generale è: ricordare che le donne, e le religiose in specie, hanno qualcosa da dire in un tempo come questo in cui attraversiamo una trasformazione epocale non attraversabile se non con l’apporto di tutti».

Il motivo di questa posizione di credibilità viene dalla storia della Chiesa e del ruolo che le donne – laiche e consacrate – spesso svolgono o per meglio dire non svolgono:

«Una minore implicazione nelle strutture di potere finisce per diventare una risorsa quando queste subiscono distorsioni. Papa Francesco dice spesso che dobbiamo farci evangelizzare dai poveri, credo sarebbe un buon esercizio imparare da coloro che hanno abitato le periferie delle istituzioni»

Una posizione simile a quella espressa dalla teologa Anne-Marie Pelletier sul quotidiano dei vescovi francesi La Croix lo scorso 28 agosto. Lei, vincitrice nel 2014 del premio Ratzinger per la teologia, spiega come – a suo parere – il nocciolo del problema sia:

l’imperiosa necessità che si impone oggi di rivedere radicalmente la nostra ecclesiologia. Perché è una maniera deficiente, squilibrata e presuntuosa di intendere e di vivere il potere prebiterale ad essere, in gran parte, a monte dei crimini di pedofilia e degli scandali di autorità. Una teologia piramidale della Chiesa ha supportata una identità di prete come cristiano d’élite, al di sopra degli altri battezzati, avendo giurisdizione sulla vita degli altri. L’onnipotenza che ne deriva autorizza necessariamente gli eccessi, in particolare nel togliere gli ostacoli all’esercizio di fantasie di alcuni. Questa realtà deve essere oggi interrogata con coraggio. Anzitutto nei seminari, ma anche da parte di tutti i cristiani che non sempre sono esenti da una visione sacralizzata della funzione presbiterale. Non possiamo più attenerci ad una ecclesiologia elaborata ed attuata esclusivamente dal clero. Bisogna che la Chiesa sia pensata a più voci. Tra cui evidentemente quella delle donne. Queste ultime hanno un’esperienza privilegiata, per così dire, delle ostentazioni di superiorità clericali e degli abusi d’autorità. Hanno anche un rapporto col potere diverso da quello degli uomini, che potrebbe utilmente ispirare l’istituzione.




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Il tema del clericalismo dunque, la malattia della Chiesa che proprio Papa Francesco ha additato come causa del declino tanto dello zelo evangelizzatore, quanto della moralità in seno ai consacrati, con tutti gli scandali che oggi affliggono la Chiesa. Ecco allora che non la clericalizzazione dei laici, o la “presbiterizzazione” delle consacrate possono far uscire la Chiesa da questo ginepraio, ma il ripensamento di come si sta insieme attorno al Tabernacolo, quale comunità con quale spirito. Le donne, consacrate non, possono essere – come all’alba del cristianesimo – le prime annunciatrici della Resurrezione…

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abusiclericalismodonne nella chiesalotta alla pedofilia
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