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Eris, la ragazza che non riusciva a odiare

RAGAZZA, BELLA, MARE

Christopher Campbell | Unsplash

Annalisa Teggi - pubblicato il 10/07/18

Un racconto di Stefano Benni spalanca domande urgenti. L'aggressività e l'odio sono modelli vincenti? Educhiamo al rancore i nostri figli? La famiglia è ancora l'antidoto contro gli stereotipi crudeli?

Stefano Benni ha pubblicato un racconto su Il Fatto quotidiano e poi sulla sua pagina Facebook che ha suscitato molte reazioni, s’intitola Eris.
Di cosa parla?
Me lo sono chiesta più volte, leggendo e rileggendo. Forse ciascuno troverà uno spunto personalissimo, perché è questo il bello delle storie. Possiamo anche essere in disaccordo con un autore, ma una storia è comunque una porta aperta che ci invita ad entrare.

Segnali di fumo?

Allora, a mio avviso il protagonista di questo racconto è il fumo: quello che annebbia la vista e insieme quello che manda segnali, come facevano i pellerossa.




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L’odio, la rabbia, la vendetta, il rancore sono un groviglio fumoso; copio l’immagine da Dante che descrisse gli iracondi del Purgatorioavvolti da una pesante caligine. Da questa nebbia scura e pesante noi tutti siamo attanagliati.

RAGAZZO, FACCIA, FUMO
Ricardo Mancía | Unsplash

Incontriamo dunque Eris, una ragazza molto particolare: non è capace di odiare. È subnormale e menomata, a detta di suo padre e sua madre che mettono la questione in mano a una psicologa.

Madre: “Non riesce a odiare. È del tutto priva della necessaria e moderna capacità di rancore e astio, capisce?” E poi: Madre: “Noi vogliamo solo una figlia al passo coi tempo, piena del rancore necessario per fare strada nella vita…”

Ecco spalancarsi l’accusa chiara di Benni: la nostra cultura fa dell’odio e del rancore un modello subdolo da seguire. È vero? Sì e no. Nella realtà reale, quella fatta di carne e ossa, penso sia ancora vincente una trama di solidarietà coriacea e più invisibile delle mille violenze che guadagnano i titoli da prima pagina.

Eppure non mancano, anche vicino a me, casi di quotidiana aggressività, piccole rivalse in grado di tirar fuori dal nostro intimo fiumi di lava incandescente di rancore.
Ho passato un intero pomeriggio al fianco di un’amica carissima a confortarci a vicenda sul fatto che c’è una parte impresentabile di noi che la rabbia è in grado di tirare fuori nel modo più schifoso possibile. Ci siamo dette: non scandalizziamoci. Pentiamoci del male, e insieme guardiamo con tenerezza questa parte «pesante» di noi.

Il fumo è fumo, andiamo a vedere da quale combustione è prodotto.
Il fumo può essere un segnale, come ci hanno insegnato i pellerossa: rimanda ad altro, ci suggerisce che in pentola bolle qualcosa e non è detto che sia malvagio.
Insomma, la prima carità reciproca è capire il seme della rabbia e dell’odio: un forte senso di giustizia può portarci a dare in escandescenza, ad esempio. Può essere l’orgoglio a scatenare il desiderio di vendetta; può essere un senso di insoddisfazione intimo a farci diventare aggressivi con gli altri.




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L’errore prevalente, in noi e attorno a noi, è trattare il fumo della rabbia come sostanza, scambiare il segno per il significato. L’unico modo per disinnescare l’accumularsi di rancore è spostare lo sguardo sul grumo irrisolto che ribolle dentro e farlo sanguinare, possibilmente condividendolo. Alimentare la rabbia non ci ha mai consolato, davvero e lo sappiamo.

Santi virtuali e bestie da tastiera

SMARTPHONES SOCILA MEDIA
By GaudiLab | Shutterstock

Passando dalla realtà in carne ed ossa a quella virtuale il quadro si ribalta come in uno specchio deformante.
Leggiamo una battuta del racconto di Benni, è il padre di Eris a lamentarsi della figlia  che è gentile perfino sul web :

Padre: “Entra nel mio account dove insulto persone di sedici paesi e ci mette faccine e gattini … va curata, dottoressa”.

Viviamo una distorsione enorme sul web: da una parte siamo assaliti da una costante pressione sulle campagne antibullismo, antiviolenza; dall’altra i social networks scatenano una forma irascibile di reazione senza controllo, che si alimenta con l’anonimato e la distanza degli interlocutori.
Nel mondo di Facebook, Twitter &Co il fumo dell’ira passa dallo stato gassoso a quello solido: l’aggressività si fa di cemento (rispondiamo con commenti velenosi anche su questioni sciocche), contemporaneamente condividiamo post con storie strappalacrime di vittime di soprusi e odio razziale.

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famigliagiovaniodiosatira
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