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Conferenza Episcopale Tedesca divisa: prove per l’intercomunione in Germania?

CARDINAL REINHARD MARX AND CARDINAL RAINER MARIA WOELKI

CARDINAL REINHARD MARX Photo By Antoine Mekary | ALETEIA - CARDINAL RAINER MARIA WOELKI Photo by Paul Zinken | DPA | AFP

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 06/04/18

Il giorno dopo la chiusura dell'ultima assemblea plenaria dei vescovi tedeschi, il cardinal Woelki e altri sei pastori hanno fatto recapitare a Roma una lettera per denunciare un'imminente “fuga in avanti” della Conferenza

Nelle prossime settimane renderemo pubblico il documento, nel quale potranno ancora intervenire ritocchi. Vorrei aggiungere che nell’assemblea plenaria abbiamo avuto un intenso dibattito, su questo tema, e che non abbiamo preso alla leggera la nostra decisione.

Così il cardinal Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, annunciava il 22 marzo scorso in conferenza stampa che tra i lavori dell’ultima riunione si era preparato un sussidio pastorale «per la condivisione dell’Eucaristia in coppie composte da coniugi di distinte confessioni». Vale a dire coppie in cui un partner sia cattolico e l’altro cristiano ma non cattolico, cioè perlopiù (ma non solo) evangelico, vale a dire perlopiù (ma non solo) luterano. Già esporre una simile decisione comporterebbe il rischio di clamorosi fraintendimenti: molti cattolici trasecolano quando sentono dire che Lutero credeva alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia (Melantone e altri invece no), tanto per dire la questione più grossa… arrivare a discutere di præsentia in usu e post usum, di transubstantiatio e di consubstantiatio è cosa veramente ardua da fare nel nostro mondo frettoloso, fatto in buona parte di blogosfere sovrapposte.

La conferenza stampa del 22 marzo

Per provare a mettere in ordine gli elementi e farci un’idea informata, riportiamo anzitutto cosa ha detto Marx in conferenza stampa:

[…] L’orizzonte [di questo documento] è l’alto tasso, in Germania, di coppie e famiglie dalle distinte confessioni (o in cui sono congiunte più confessioni), circa le quali riconosciamo un compito pastorale impegnativo e urgente. Negli scorsi mesi la Commissione ecumenica e la Commissione dottrinale hanno lavorato a un documento che – rifacendosi ai testi fondamentali della Chiesa universale e al diritto canonico ed ecclesiastico degli ultimi decenni fino ad Amoris lætitia – si ponga come sussidio per osservare nel dialogo pastorale le situazioni concrete e accompagnare verso una decisione responsabile circa la possibilità di ricevere la Comunione per il partner non cattolico. Per questo le persone a cui è destinato il documento sono anzitutto i pastori in cura d’anime: a loro offriamo uno strumento di orientamento per l’accompagnamento pastorale di coppie composte da partner appartenenti a differenti confessioni cristiane, le quali vogliano comprendere se per loro è possibile nella Chiesa cattolica una condivisione comune dell’Eucaristia.

E subito dopo Marx precisava alcuni dettagli del testo, che a oggi permane non pubblicato, indicando più nel dettaglio quali sarebbero i destinatari ideali di tale cura pastorale:

Lo strumento orientativo presuppone che nei matrimoni misti, in singoli casi, la fame spirituale per la ricezione condivisa della Comunione potrebbe essere tanto mordente da costituire una minaccia per la coppia e per la fede del coniuge in sé, quando non potesse essere soddisfatta. Questo varrebbe in particolare per coniugi che desiderino vivere il loro matrimonio molto coscienziosamente alla luce della loro comune fede cristiana, e il cui matrimonio già unisce le rispettive confessioni, attualmente. Qui può sussistere un «serio bisogno spirituale», che secondo il Diritto Canonico (sulla base del c. 844 § 4 del CIC) renderebbe possibile che il coniuge acceda alla Mensa del Signore, ove professi la fede cattolica nell’Eucaristia. Pertanto, il contenuto centrale del documento è che tutti quanti vivono un matrimonio misto e che, dopo un serio esame svolto in colloquio spirituale con il Parroco o con le persone deputate alla cura pastorale, sono giunti in un giudizio di coscienza a professare la fede della Chiesa cattolica, di modo da terminare uno stato di «pesante necessità spirituale» e placare la nostalgia dell’Eucaristia, possano accostarsi alla Mensa del Signore per ricevere la Comunione. Importante!: parliamo di discernimento caso per caso, cioè di cosa che implichi un’accurata distinzione spirituale.

Il buonsenso del comune cristiano potrebbe dirsi da un lato appagato – «Se comunque viene esatta la fede cattolica sull’Eucaristia…» – e dall’altro potrebbe trovarsi portato a una domanda più semplice e radicale: se in un matrimonio misto la parte non cattolica si rende conto della verità della dottrina cattolica sull’Eucaristia, perché non entra semplicemente in piena comunione con la Chiesa cattolica? Forse si dirà che simili motivazioni non appartengono alla “gran massa” dei fedeli? Ma Marx parlava comunque di “singoli casi”, e addirittura di “fame spirituale”: nessuno penserà che le chiese in Germania (come altrove) si svuotino per un’epidemica moria susseguita a tale “fame spirituale”. Allora si obietterà che questa misura pastorale potrebbe valere da “passo intermedio” verso l’accompagnamento nella piena comunione ecclesiale, all’insegna della “legge della gradualità”. Può darsi, ma non lo sapremo finché non vedremo il documento pubblicato (e bisognerebbe vederlo allo stato del 22 marzo, visto che già allora Marx lo diceva passibile di ritocchi): in ogni caso, il provvedimento risulterebbe molto delicato e virtualmente destabilizzante riguardo ai rapporti ecumenici, restando sempre in agguato l’ombra del proselitismo – giustamente stigmatizzato dal Papa come “solenne sciocchezza”.




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Per questo Marx concludeva ricapitolando:

La dispensa si propone di fornire una guida d’ausilio per i casi concreti di matrimonio misto, nonché di offrire maggiori chiarezza e sicurezza per gli operatori pastorali e per gli stessi coniugi. A tal proposito la Conferenza episcopale tedesca si considera particolarmente responsabile di fronte alla già menzionata alta percentuale di matrimoni misti in Germania.

Il buonsenso del comune cristiano, anche al di qua della teologia e del diritto canonico, muoverebbe un’osservazione: «Scusi, Eminenza, ma in buona sostanza sta parlando di grandi numeri o di casi eccezionali?». Perché in effetti questi ultimi sembrano più che altro gli utili apripista dei primi – e il procedimento non sarebbe affatto inusitato, anzi.

La lettera a Roma dei 7 vescovi “dissidenti”

Forse anche per queste stranezze, il giorno dopo la conferenza stampa di Marx, il cardinal Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, rientrato in sede, scriveva una lettera a Roma. La sottoscrivevano con lui i vescovi di Bamberg, Augusta, Eichstätt, Ratisbona, Görlitz e Passau. Una prima cosa notevole è che quattro firmatari su sette siano vescovi bavaresi, dunque particolarmente vicini a Monaco, la diocesi di Marx, che fino a poche settimane fa era anche Presidente della commissione delle Conferenze Episcopali europee (e che ora permane tuttavia presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, nonché di quella del Land più ricco e potente di Germania). Tre su quattro, invece, si collocano a mo’ di “cintura di Orione” sulla fascia centro-settentrionale dell’asse del Paese. Questa osservazione non è peregrina, se si pensa che essa copre con una certa cura tutta la parte della Bundesrepublik in cui i matrimoni misti hanno davvero una qualche consistenza numerica – in Sassonia, per dire, i numeri esigui dei cattolici e la secolarizzazione galoppante dei luterani sono tali da attenuare la sensibilità alla questione.




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Ma cosa scrivevano il cardinal Woelki e i sei Vescovi? La lettera non è pubblica, è stato il cardinal Marx a renderne nota l’esistenza, il 4 aprile, con una nota pubblicata sul sito della Deutsche Bischofkonferenz. Il porporato aveva saputo della lettera di Woelki il 28 marzo, ossia cinque giorni dopo la spedizione. Le prime cose che sappiamo, nel dettaglio, sono:

  1. che la loro lettera è di ben tre pagine (dunque decisamente più dei tre paragrafi di Marx nella conferenza stampa);
  2. che è stata scritta con riflesso estremamente rapido e raccogliendo, relativamente allo scarso lasso temporale, una quantità (e una qualità) di firme non trascurabile;
  3. che è stata indirizzata al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (Luís Ladária Ferrer), al Presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani (Kurt Koch), a un canonista curiale (Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru) e al Nunzio Apostolico a Berlino (Nikola Eterović).

Si potrebbe anzitutto osservare che la lettera di Marx poteva limitarsi a replicare a tutti e soli i quattro destinatari della lettera di Woelki, visto che i sette firmatari non hanno indulto al malcostume di dare in pasto al web missive concernenti delicate questioni ecclesiali. Ad ogni buon conto, nel testo della sua lettera Marx afferma diplomaticamente che i «tanto grandi dubbi» sollevati dai sette firmatari non siano affatto condivisi dalla «stragrande maggioranza» dei membri della Conferenza Episcopale. E questi dubbi verterebbero sulla congruità della proposta pastorale del documento con l’unità della Dottrina e della stessa Chiesa. Interessante è che Marx batta soprattutto su questo punto, ossia sul fatto che la lettera sarebbe stata indirizzata in prima istanza a Koch, mentre il Kölner Stadt-Anzeiger c’informa che il destinatario principale sarebbe Ladária. Sembra in effetti che questa sia la soluzione naturale per chi vuole segnalare un’anomalia dottrinale sostanziale (l’aderenza al deposito della fede) e formale (una decisione disciplinare che coinvolge l’àmbito dogmatico relativamente a un solo territorio nazionale): il Consiglio per l’unità dei cristiani è toccato sostanzialmente, certo, ma in seconda istanza (anche vista la sproporzione tra la “prima congregazione” e un pur blasonato consiglio pontificio).




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In merito al contenuto della lettera dei 7, Marx esprime due sole osservazioni:

  1. Altrimenti rispetto a quanto descritto nella lettera, non si presuppone che in ogni matrimonio misto si dia la gravis spiritualis necessitas, bensì si afferma che in alcuni casi di matrimonio misto può derivare dalla comune vita di coppia un grave bisogno spirituale;
  2. È stato più volte e dettagliatamente affermato che – va da sé – è ben possibile a una Conferenza Episcopale nazionale (e stando al c. 844 § 4 del CIC anche a un singolo Vescovo diocesano) formulare criteri che consentano che si dia la Comunione a cristiani che non siano in piena comunione con la Chiesa cattolica; si fa riferimento pure a normative vigenti in altre porzioni della Chiesa.

I due punti protestati da Marx dicono bene l’essenza della disputa in atto, che offre tutti i presupposti per degli sviluppi ecclesiali molto interessanti: non sembri strano che si dica possibile dare la comunione sacramentale a chi non è in comunione con la Chiesa (da un certo punto di vista, in effetti, è un nonsense) – l’accento di Marx sta sull’autonomia della Conferenza Episcopale, come si vede. In effetti Joachim Frank, commentatore del Kölner Stadt-Anzeiger, ha detto fuori dai denti che la teologia c’entra molto poco, e ancora meno è questione di sociologia: quello di Marx – già celebre per affermazioni come “non siamo una filiale di Roma” – è un tentativo di guadagnare autorità pastorale e dottrinale non meno che un segno di cura episcopale per le pecorelle smarrite. Questo spiega perché Woelki e gli altri sei abbiano deciso di scavalcarlo appellandosi a Roma (un grande classico della storia della Chiesa da Clemente I in qua) e perché – per maggior sicurezza – glie ne abbiano dato notizia solo cinque giorni dopo, ossia dopo essersi accertati che nulla potesse più interferire col corretto recapito delle missive in Curia.

La voce del Magistero

Ma vediamo anzitutto il succitato § 4 del can. 844:

Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, urgesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente i medesimi sacramenti anche agli altri cristiani che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti.

Così il Codice di Diritto Canonico giampaolino, datato 1983. L’espressione “serio bisogno spirituale”, però, era tratta da un altro testo giampaolino, ossia dall’ultima enciclica del Papa polacco, la Ecclesia de Eucharistia, che al numero 45 recita:

Se in nessun caso è legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione, non accade lo stesso rispetto all’amministrazione dell’Eucaristia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli, non di realizzare una intercomunione, impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione ecclesiale. 

In tal senso si è mosso il Concilio Vaticano II, fissando il comportamento da tenere con gli Orientali che, trovandosi in buona fede separati dalla Chiesa cattolica, chiedono spontaneamente di ricevere l’Eucaristia dal ministro cattolico e sono ben disposti. Questo modo di agire è stato poi ratificato da entrambi i Codici, nei quali è considerato anche, con gli opportuni adeguamenti, il caso degli altri cristiani non orientali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica.

Dunque risulta anzitutto evidente che i testi e le disposizioni canoniche rimandano piuttosto al mondo dell’ortodossia, il quale condivide pienamente la dottrina cattolica sull’Eucaristia, che non a quello dell’arcipelago derivato dalla Riforma del XVI secolo.

Contestualmente Giovanni Paolo II ribadiva che anche nella Ut unum sint, lettera enciclica dedicata all’ecumenismo era stato ricordato con gioia

che i ministri cattolici possano, in determinati casi particolari, amministrare i sacramenti dell’Eucaristia, della Penitenza, dell’Unzione degli infermi ad altri cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, ma che desiderano ardentemente riceverli, li domandano liberamente, e manifestano la fede che la Chiesa cattolica confessa in questi sacramenti. Reciprocamente, in determinati casi e per particolari circostanze, anche i cattolici possono fare ricorso per gli stessi sacramenti ai ministri di quelle Chiese in cui essi sono validi. Le condizioni per tale reciproca accoglienza sono stabilite in norme e la loro osservanza si impone per la promozione ecumenica.

Certo, onestà vuole che si ricordi – come abbiamo già fatto – l’orientamento precipuo del magistero giampaolino al dialogo con le Chiese orientali, e dunque la solo analogica trasferibilità di quelle disposizioni alle comunità ecclesiali carenti nella stessa dottrina sacramentale. Giovanni Paolo II riaffermava infatti i testi conciliari, al numero 58:

Dalla riaffermata comunione di fede già esistente, il Concilio Vaticano II ha tratto delle conseguenze pastorali utili alla vita concreta dei fedeli e alla promozione dello spirito d’unità. A ragione degli strettissimi vincoli sacramentali esistenti tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse, il Decreto Orientalium ecclesiarum ha rilevato che «la prassi pastorale dimostra, per quanto riguarda i fratelli orientali, che si possono e si devono considerare varie circostanze di singole persone, nelle quali né si lede l’unità della Chiesa, né vi sono pericoli da evitare, e invece urgono la necessità della salvezza e il bene spirituale delle anime. Perciò la Chiesa cattolica, secondo le circostanze di tempi, di luoghi e di persone, ha usato spesso e usa una più mite maniera di agire, offrendo a tutti tra i cristiani i mezzi della salvezza e la testimonianza della carità, per mezzo della partecipazione nei sacramenti e nelle altre funzioni e cose sacre».

Ma Marx faceva riferimento al Magistero «fino ad Amoris lætitia», e al numero 247 della Esortazione apostolica postsinodale di Francesco troviamo un accorto richiamo al numero 78 di Familiaris Consortio e al Direttorio per l’Applicazione dei Principi e delle Norme sull’Ecumenismo. Al numero 159 del Direttorio si legge infatti:

Poiché possono presentarsi problemi riguardanti la condivisione eucaristica, a causa della presenza di testimoni o di invitati non cattolici, un matrimonio misto, celebrato secondo la forma cattolica, ha generalmente luogo al di fuori della liturgia eucaristica. Tuttavia, per una giusta causa, il Vescovo diocesano può permettere la celebrazione dell’Eucaristia. In quest’ultimo caso, la decisione di ammettere o no la parte non cattolica del matrimonio alla comunione eucaristica va presa in conformità alle norme generali esistenti in materia, tanto per i cristiani orientali quanto per gli altri cristiani, e tenendo conto di questa situazione particolare, che cioè ricevono il sacramento del matrimonio cristiano due cristiani battezzati.

Qui si parla esplicitamente degli “altri cristiani”, ossia dei protestanti, ma si tratta espressamente della celebrazione del matrimonio, non della condivisione della mensa eucaristica. A tal proposito, difatti, il Direttorio stesso aggiunge subito dopo, nel numero 160:

Sebbene gli sposi di un matrimonio misto abbiano in comune i sacramenti del battesimo e del matrimonio, la condivisione dell’Eucaristia non può essere che eccezionale e, in ogni caso, vanno osservate le disposizioni indicate qui sopra, riguardanti l’ammissione di un cristiano non cattolico alla comunione eucaristica, e così pure quelle concernenti la partecipazione di un cattolico alla comunione eucaristica in un’altra Chiesa.

Tali disposizioni si riassumono, naturalmente, nella professione della fede cattolica quanto al sacramento eucaristico. Tutte cose che, a ben vedere, sembrano presenti nella proposta della Conferenza Episcopale tedesca (almeno stando al testo della conferenza stampa del 22 marzo). Penso di aver già esposto sopra alcune mie perplessità sul complesso della proposta. Vorrei però aggiungere anche degli elementi di valorizzazione, che a certe condizioni potrebbero risultare un corroborante al contempo per il primato romano, per la fede nell’Eucaristia e per il nesso tra i sacramenti nuziale ed eucaristico. Possibile?

I sacramenti dell’amore

Certo. So bene che vi sono scuole di pensiero canonistico e sacramentale che si spingono a dubitare che i matrimoni misti abbiano piena dignità sacramentale, ma bisogna pure riconoscere, in tutta onestà, che i documenti or ora citati affermano il contrario. E come potremmo scordare che Benedetto XVI aveva dedicato l’intero capitolo V della sua Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, del 2007, al tema “Eucaristia e Matrimonio”?

Scriveva allora (al numero 27) il Papa tedesco:

[…] «tutta la vita cristiana porta il segno dell’amore sponsale di Cristo e della Chiesa. Già il Battesimo, che introduce nel Popolo di Dio, è un mistero nuziale: è per così dire il lavacro delle nozze che precede il banchetto delle nozze, l’Eucaristia » [CCC 1617] L’Eucaristia corrobora in modo inesauribile l’unità e l’amore indissolubili di ogni Matrimonio cristiano. In esso, in forza del sacramento, il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa [cf. Ef 5,31-32]. Il reciproco consenso che marito e moglie si scambiano in Cristo, e che li costituisce in comunità di vita e di amore, ha anch’esso una dimensione eucaristica. Infatti, nella teologia paolina, l’amore sponsale è segno sacramentale dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, un amore che ha il suo punto culminante nella Croce, espressione delle sue “nozze” con l’umanità e, al contempo, origine e centro dell’Eucaristia. Per questo la Chiesa manifesta una particolare vicinanza spirituale a tutti coloro che hanno fondato la loro famiglia sul sacramento del Matrimonio.

Si direbbe che, in un certo senso, Marx e la maggioranza dei Vescovi di Germania abbiano semplicemente “tirato le somme” di questo Magistero. Il che può darsi, ma a condizione:

  1. che l’iniziativa, pur motivata da ragioni locali, non sia presa in assenza di una consultazione della Chiesa universale, il cui segno di unità visibile sta nella comunione romana;
  2. che in nulla, mai e per nessuna ragione risulti anche solo minimamente intaccata la coscienza ecclesiale (quindi degli sposi in questione e della comunità che li accoglie) circa la fede eucaristica;
  3. che davvero i casi in questione siano “eccezioni”. Ciò non va certamente inteso in senso di mera esiguità numerica (poiché neppure un solo caso di trascuratezza dovrebbe darsi, circa l’Augusto Sacramento), ma dell’offerta di uno strumento straordinario per anticipare, in alcune famiglie particolarmente unite dalla e nella fede, la piena comunione della Chiesa, che non è ancora visibile.

In questo punto consisterebbe un effettivo ampliamento delle norme attualmente vigenti, che dovrebbe essere elaborato con cura e tenendo conto della Tradizione e dei casi concreti. Si capisce fin troppo bene che i sette vescovi tedeschi – circa la metà dei 13 che, sulla sessantina di presenti, hanno votato contro il documento – abbiano ritenuto la materia troppo delicata e troppo suscettibile di gravi conseguenze per farne l’oggetto di una “fuga in avanti” della Conferenza Episcopale tedesca.

Dunque che si potrebbe fare? Per la pace nella Chiesa e con le comunità ecclesiali andrebbe sicuramente evitata anche solo l’apparenza del proselitismo. D’altro canto, se non si parlasse almeno di legge della gradualità, per la quale il coniuge non cattolico si riconduca sempre più nella comunione cattolica, a che titolo si potrebbe parlare di “eccezionalità” del provvedimento pastorale? Personalmente, attendo con vivo interesse il responso della Congregazione per la Dottrina della Fede, sicuro che mons. Ladária saprà dare il giusto peso a ogni elemento in gioco.

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Prospettive ardite (e certamente non “per molti”)

Quello che oggi direi, se dovessi produrmi in una proposta teologica ed ecclesiologica, è questo: talvolta pensiamo all’unione tra le Chiese e le comunità ecclesiali come a una serie di atti d’abiura che portino le persone, le famiglie e i popoli a convergere in «un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16). Ciò è non solo storicamente impensabile, ma anche teologicamente poco raffinato: l’ecumenismo si fa rivolgendosi ciascuno a Cristo, ma è impossibile abbracciare Cristo facendo astrazione dalla tradizione religiosa che per ciascuno ha mediato l’incontro con Cristo. Così anche Paolo dice: «Ciascuno rimanga in quella chiamata nella quale è stato chiamato» (1Cor 7, 20), e vediamo dal contesto immediato che sta parlando del proprio stato di vita, nel senso più largo possibile (dunque non è arbitrario, in àmbito ecumenico, leggervi un invito a ricercare il senso della propria appartenenza religiosa).

Certo, le divisioni fra cristiani sono storicamente ascrivibili a incomprensioni e cupidigie, intemperanze e passioni che nulla hanno a che fare con la volontà di Dio: ma se (giustamente) le assimiliamo alle piaghe del corpo di Cristo sappiamo pure che «dalle sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53, 5), e che in questa guarigione sta proprio la volontà di Dio, salvifica e universale. Ecco, possiamo non sapere perché Dio abbia permesso gli innumerevoli dolori della Notte di san Bartolomeo (e delle mille e mille notti come quella), in cui ancora il Figlio di Dio veniva (e viene) tradito dai fratelli, venduto e ucciso; ma non possiamo impedirci perciò di riconoscere nelle Passioni e negli oratori di Bach il marchio dell’Agnello, il segno della vera Fede. Allo stesso modo, possiamo sostenere la correttezza dottrinale del Filioque, risalente alla nobile chiesa visigotica, ma non possiamo disprezzare l’antica teologia trinitaria che ogni vecchina bulgara evoca, forse inconsapevolmente, quando si segna inchinandosi davanti a un’icona. Mi è capitato più volte, entrando in una chiesa ortodossa, di osservare lungamente quelle persone, e poi di mettermi in fila dietro di loro, per ripetere con umiltà quei gesti antichi e santi, che tante vite hanno contribuito a conformare a Cristo.

Penso a Edith Stein, che divenne cristiana e cattolica e carmelitana senza mai smettere di pensarsi e credersi giudea. E io che non sono giudeo “secondo la carne” (ma “spiritualmente semita”, secondo la luminosa definizione di Pio XI all’indomani delle barbare leggi razziali in Italia), certo non posso fare come lei: ma voglio, sì, fortissimamente, essere cattolico come Agostino e ortodosso come Solov’ëv; ortodosso come Dostoevskij e luterano come Bach e come Bonhoeffer e diecimila altri ancora.

Forse questa potrebbe essere la (stretta e dura) via per alcune coppie, necessariamente pochissime rispetto alle tante che hanno contratto matrimonio misto: che ciascuno dei coniugi abbracci l’altra confessione in quanto non respinge la propria e rafforzi la propria in quanto integra l’altra. Parlando di Cristo, cioè del sacramento della nostra salvezza, Leone Magno diceva in una memorabile omelia:

In entrambe le nature, infatti, uno e medesimo è il Figlio di Dio, che mentre raccoglieva ciò che è nostro non perse ciò che è suo.

Non penso sia temerario dire che il mistero dell’Incarnazione debba essere la stella polare (anche) del cammino della Chiesa verso l’unità:

Infatti il Signore ci comunica il suo corpo per restare assolutamente con noi e noi con lui. E di conseguenza è necessario che quanti non hanno che un unico corpo – giacché egli ce ne fa partecipi – insomma che tutti noi diventiamo un solo corpo, proprio per quella partecipazione.

Lo diceva Giovanni Calvino (Inst II, IV, XVII, 38), il quale rifiutava tanto la categoria cattolica di transustanziazione quanto quella luterana di consustanziazione, sì, ma il quale pure riteneva che nella santa cena si ricevano realmente il vero Corpo e il vero Sangue di Gesù. E se tutto potesse finire per riunirsi in una famiglia, dove Cristo prese da principio carne e sangue?

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