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Anche Chesterton fu vittima di bullismo

G K CHESTERTON
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Storie poco note sul grande scrittore britannico che si convertì al cattolicesimo

Era tanto ragazzone che gli altri bambini ridevano di lui. Ma non soccombette. Chesterton riuscì a superare il bullismo ed è passato alla storia come un sagace scrittore ed intellettuale per il quale l’idolatria, e non l’ateismo, sono il gran male della società. La lucida mente di GK Chesterton, lo scrittore davanti al quale milioni di cattolici nel mondo cadono devoti ai suoi piedi, vaticinò che questo mondo ha sostituito a Dio altri dèi, chiamati da lui denaro, potere, razza…
Ce lo raccontano in questa intervista Paolo Gulisano e Daniele Di Rosa, autori del libro “Chesterton, la sostanza della fede”, pubblicato in Italia per Ares.

Chesterton era un grande. Ma anche grande di stazza. Da piccolo soffrì a causa del bullismo, ma non si offendeva. Come reagiva?

In effetti Gilbert Chesterton era una sorta di gigante buono, che superava il metro e novanta in altezza e i 140 kili di peso! Ma oltre questa massa imponente, c’era in lui davvero una bontà innata, un carattere portato a stupirsi positivamente di fronte alla realtà, a cercare il bello, il buono, il bene nelle persone e nella realtà. Una bontà che non era “buonismo”, perché era perfettamente consapevole del male, dell’iniquità, dell’ingiustizia, che fin da ragazzo combattè con vigore, e che fu sempre una delle caratteristiche del suo temperamento e della sua visione del mondo per tutta la vita. Fin da piccolo, nel confronto con gli altri ragazzi, che spesso sanno essere crudeli con chi è debole e buono, cercò sempre di far prevalere il bene sul male, di combattere il male con il bene. Dal bullismo subito da ragazzo fino alle amarezze inferte dal sistema politico ingiusto che affrontava nelle sue campagne giornalistiche, Gilbert non cedette mai al livore o alla disperazione.

Da dove sorge la rinascita su Chesterton ora?

Dal fatto che Chesterton è straordinariamente attuale: in campo politico, economico e filosofico. Si era assunto per tutto il corso della sua vita il compito di una difesa: di persone e cose concrete, del buon senso e della ragionevolezza. Difese la sostanza della Fede, ovvero la concretezza, oltre che un grande patrimonio da non perdere, da non svalutare, da non sciupare, ma anzi da valorizzare. Fece proprio il compito che la Chiesa ha da duemila anni: difendere e salvare l’uomo dal nulla e dalla distruzione.

Il pensiero di Chesterton è nel suo insieme una grande ed efficace risposta ai problemi posti dall’epoca moderna, nella sua progressiva trasformazione in società post-industriale: anzitutto l’uomo come pura intelligenza calcolatrice; l’individualismo kantiano; la lotta tra destra e sinistra hegeliana nell’interpretazione della storia; la sostituzione della filosofia con la psicologia e la sociologia; la perdita del rapporto con Dio; la perdita della relazione con il cosmo e con le sue energie nutritive; la demitizzazione e razionalizzazione della fede; la nascita dello spiritismo e del sincretismo religioso come reazione all’eccessivo razionalismo. Tutte questa forme culturali hanno per Chesterton un comune denominatore: sono culture costruite sulla assolutizzazione della ragione, la convinzione che attraverso una razionale e razionata pianificazione progettuale della società, l’umanità certamente cresca verso il bene. Alla base di tutto vi sta la pianificazione filosofica del cammino dell’umanità verso il mito del Superuomo, l’uomo trionfante perché assoluto dominatore della natura e dell’universo.

Si tratta di uno scenario quantomeno impegnativo, una sfida appassionante per un uomo dallo spirito cavalleresco come GKC. Uno scenario composito, ma con una caratteristica che Chesterton intravede con chiarezza: la modernità è panteista. Ovvero, si è rifiutato l’unico vero Dio per volgersi a tanti dei. Non l’ateismo, ma l’idolatria è la caratteristica del nostro tempo. Una sorta di neo-paganesimo, che rifiuta il Dio cristiano e si volge a divinità che si chiamano potere, denaro, lussuria, successo, razza, classe e così via.

Chesterton era una persona troppo ottimista?

Potremmo dire che era semplicemente realista. Rifuggiva da pessimismo dietro il quale troppo spesso fa capolino la disperazione, la rabbia, il nihilismo, ma rifuggiva anche dall’ottimismo ottuso che idolatra il progresso, le novità, i cambiamenti, e non vuole vedere il male che è presente e agisce nell’uomo e nella storia. Lui invece era realista: partiva cioè da una consapevolezza acuta, intelligente, spesso anche lungimirante e profetica della realtà. Chesterton diceva che lo straordinario segreto del cristianesimo è la gioia. Una gioia che ognuno, nonostante tutto, può sperimentare: quella di essere stato amato e salvato. Questa gioia umile, semplice, come quella di un bambino, fu una delle sue principali virtù, forse quella più eroica. Una virtù che nasceva dallo stupore riconoscente per la presenza di Dio nella storia, un Dio che si era incarnato, era divenuto bambino, per restituire all’uomo l’innocenza degli inizi.

Non era progressista ma neanche conservatore. Cosa era?

Semplicemente era cattolico! Il pensiero di Chesterton è profondamente cattolico, impregnato della dottrina cattolica, che tiene assieme contemporaneamente le due polarità delle verità che riguardano Cristo, Maria e Dio stesso: Gesù vero Dio e vero uomo, Maria Vergine e Madre, Dio trino e uno; sia le verità sulla Chiesa e sull’uomo che derivano dalla fede: Chiesa umana e divina, Chiesa santa e peccatrice, ragione e fede, Scrittura e Tradizione, fede e opere. Tutto questo a differenza del pensiero di matrice protestante, che è un pensiero esclusivo: sola Scrittura, sola fede, sola grazia,… Il pensiero di Chesterton è intriso dei paradossi cristiani, anzi, tipici della Chiesa Cattolica. Ciò lo si vede nel tipo di “progresso” da lui proposto. Per Chesterton nella Chiesa c’è sia qualcosa di sempre nuovo ma anche di sempre eterno: sempre eterna è la visione di uomo che emerge da Cristo, sempre nuova è la scoperta, nella Chiesa che cresce nel tempo, di tutte le diverse implicazioni e dimensioni della dottrina di Cristo. Ma non è un progredire indefinito, è un far progredire e far crescere tutte le implicazioni ancora nascoste nel Cristo. E’ il progredire di una tradizione, della Tradizione della vita di fede che Cristo ha consegnato alla sua Chiesa. Chesterton è cattolico, inoltre, perché tiene assieme le polarità di etica personale e sociale che sgorga della fede cristiana. Se guardiamo bene, nella società politica di oggi, i partiti “conservatori” lottano per l’unità della famiglia uomo-donna, contro l’aborto e l’eutanasia, mentre i partiti “progressisti” lottano per le ingiustizie, le minoranze, i poveri. A volte questa “spartizione” etica e antropologica è presente anche nella Chiesa Cattolica, dove i cattolici “pro-life” accusano i cattolici impegnati nel sociale di essere progressisti, e i cattolici impegnati nel sociale accusano i “pro-life” di essere reazionari. Chesterton, proprio perché profondamente cattolico, non cade nel tranello di scegliere una parte e di escludere l’altra, ma accoglie e promuove entrambe le due istanze etiche, ma non le giustappone solamente, le lega l’una all’altra, notando che sia gli embrioni abortiti sia i poveri creati dalle ingiustizie sociali ed economiche sono il frutto di un’unica antropologia individualista, tesa a creare una società di solo benessere materiale e che elimina dalla sua strada tutto ciò che ostacola questo tipo di felicità. Per questo un pensiero profondamente cristiano come quello di Chesterton non è mai di casa in quelle ideologie o mode riduttive che segnano il nostro mondo contemporaneo: perché un pensiero profondamene cristiano tiene assieme la complessità della persona umana: la dimensione corporea e spirituale, la sua etica personale e la sua etica sociale.

Dobbiamo considerarlo un giornalista, o uno scrittore?

Un grande giornalista, innanzitutto. Un giornalista libero, indipendente, anti-conformista, che non esitò a sfidare i poteri forti britannici, il “Party-System”, come lo aveva definito, i potentati economici e finanziari. Ma lo spazio di un giornale andava stretto alla sua prorompente creatività, alla sua potenza narrativa, al suo desiderio di raccontare storie e mostrare la realtà. Così fu, in modo del tutto naturale, anche un grande scrittore, dove spaziò dalla poesia alla saggistica, dai gialli ai romanzi surreali alle biografie dei santi. Un talento meraviglioso coniugato con una passione profonda per l’arte di narrare.

Era sempre allegro e combattivo, o aveva i suoi momenti di ombra e furia?

Chesterton era allegro perché aveva scoperto nella sua vita il tesoro più grande: un amore positivo e caloroso che dona dignità a ciascuno e che sorregge il mondo, nonostante tutte le sue contraddizioni: scoprì l’amore di Dio. Questa allegria, però, non significa gioia superficiale. E’ una gioia che è il frutto di una continua lotta. L’amore di Cristo ha vinto il mondo, ma dopo la lotta sulla croce. Anche in Chesterton la sua allegria è il frutto di una lotta. E’ interessante la testimonianza dello scrittore italiano Emilio Cecchi, che di Chesterton era amico e che nel 1918, in un suo viaggio in Inghilterra, andò a trovare lo scrittore a Beaconsfeald. Ebbene, Cecchi, in Pesci rossi, riporta questo incontro, e racconta di essere rimasto colpito da una dimensione della persona di Chesterton, diversa da come se l’era immaginata: «Ero andato col gusto della bizzarra gioia lirica della quale egli ha scoperto il segreto. E uscendo dalla sua casa portavo meco sopratutto il senso della sua profonda gravità morale e del suo dolore. Lo credevo più giovane, franco e sicuro. Lo trovavo più provato e più stanco, più complesso, più commosso e più forte. Ed era festoso di lampeggianti certezze. Ma anche pieno di problemi e difficoltà, tutto preso, tenuto, confitto con la sua vasta statura morale nella difficoltà presente del mondo». GKC era “festoso di lampeggianti certezze”, ma in lui c’è anche una dimensione di dolore. Anche lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, che del giornalista inglese era un grande ammiratore, riconosce in Chesterton la presenza del terribile, del mostruoso. Penso che questa dimensione “dolorosa” in Chesterton sia la traccia della sua esperienza giovanile di depressione, dove frequentò sedute spiritiche e fu tentato dal suicidio. D’altronde lui stesso, parlando della fantasia, afferma che il peccato originale ha trasformato l’immaginazione che vive in noi dal luogo in cui sgorgano i sogni più belli nel luogo dove nascono i mostri più terribili. Chesterton lottò contro i mostri del non senso e del male che vivevano anche dentro di lui. D’altro canto penso che la dimensione dolorosa di Chesterton, come nota Cecchi, provenga anche dalle difficoltà della società in cui si trovò a vivere: vide la I Guerra Mondiale, dove perse il fratello Cecil, sperimentò la corruzione della politica inglese. Il suo dolore proveniva dal non vedere accolto l’amore di Dio, l’unico che ci rende veramente felici.

Chesterton è l’uomo che indaga il mistero, anche nei romanzi, ma in generale. È così?

Certo, si può dire che Chesterton è l’uomo che indaga il mistero, non solo letterariamente, ma nella vita. GKC ha sempre avuto un’acuta percezione del mistero, fin da bambino, quando la sua balia gli raccontava le fiabe, facendo emergere l’incanto della bellezza del mondo. Questa percezione di un mistero che tutto sostiene aumenta nel periodo giovanile, con l’esperienza della depressione e con la fine di questo tunnel buio con la lettura del Libro di Giobbe, dove Dio stesso risponde all’uomo con un altro enigma, ma risponde. Lì Chesterton fa esperienza di un mistero buono e solido che sorregge tutta la vita, nonostante il male presente nel mondo. L’opera letteraria di Chesterton, soprattutto i gialli di padre Brown, sono il riflesso di questa indagine del mistero della vita umana, dove, però, osserva con umorismo e acutezza Chesterton, «non cerchiamo il perché del perché siamo morti, ma del perché siamo vivi».

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