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Silenzio

Il primo strumento – che poi è anche segnale e tutela, garanzia e guida di crescita spirituale – è il silenzio. Il quale deve essere interiorizzato a partire da una complessa declinazione di fattori esterni:

• Abolizione di ogni rumore (ove per “rumore” s'intende la maldicenza, la chiacchiera superflua – il “chiacchiericcio” – e anche ogni spettacolo, visione o musica che “di[s]-tragga” dal raccoglimento);

• Creazione e tutela di particolari momenti di silenzio domestico (sarebbe auspicabile almeno un tempo di “grande silenzio” che vada da dopo cena alla colazione). In questi momenti si eviti ogni dissipazione ad extra, specie sui social, e ci si contenga strettamente nei fori della famiglia e della coscienza;

• Curatela – in positivo – della qualità degli ascolti: alcune tra le più grandi opere dello spirito umano sono state ispirate ai temi quaresimali e pasquali (si ascoltino e si meditino, ad esempio, le due Passioni di Bach, Le sette ultime parole… di Haydn, le due Missæ Pontificales di Perosi – e l'elenco è appena abbozzato).
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Parola

Il silenzio quaresimale non è fine a sé stesso: i santi Padri insegnano che per sua natura esso tende a diventare il luogo dei “διαλογισμόι”, cioè il momento in cui risuonano nell'uomo tutte le voci che lo abitano. Alcune vengono dal suo cuore complesso (e complessato); altre promanano dal Nemico dell'umana natura, «origine e causa di ogni peccato»; altre ancora sono di Dio. Queste ultime rivelano che in realtà è una soltanto la Parola di Dio – eterna e immutabile, che mai cessa e mai comincia – ed essa ci è manifestata nella persona di Gesù Cristo.

«L'ignoranza delle Scritture – avvertiva Girolamo commentando Isaia – è ignoranza di Cristo», e questa ignoranza lascia l'uomo in balia di tutte le voci – dissonanti e discordanti – che si agitano nel suo cuore. Questo è pure il motivo per cui generalmente gli uomini preferiscono stordirsi col rumore piuttosto che attraversare il Silenzio, entrare nel suo deserto ed esservi soccorsi nei propri διαλογισμόι dalla Parola.

Ora, si fa presto a dire “la Bibbia”… per chi non vi sia stato metodicamente iniziato, la sua vasta complessità costituisce spesso un ostacolo scoraggiante. Il mio consiglio è sempre quello di cominciare dalla pratica – via via più intensiva – della Liturgia delle Ore: nel costante e reiterato canto dei Salmi ci si nutre dello Spirito stesso che anima le Scritture, e si viene così introdotti alla vita di quel particolarissimo libro che – scriveva san Gregorio Magno – «cresce con chi lo legge».
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Confessione

Nessuno si salva da solo, la Quaresima non è il momento in cui emergono le volontà più determinate: il volontarismo non è mai stato la via della santità cristiana. «La grandezza dell'uomo – scriveva Pascal – è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile» (Pensées, 397). «L'uomo non è grande – più recentemente aveva scritto il cardinal Sarah – se non quando è in ginocchio davanti a Dio».

Ma se anche una non cristiana come Etty Hillesum poteva riconoscersi in questo – «L'unico atto degno di un uomo è inginocchiarsi davanti a Dio» –, al cristiano è stato svelato «il mistero non manifestato agli uomini delle precedenti generazioni» (Ef 3, 5-6), che cioè a quella universale e innegabile miseria umana corrisponde un'altrettanto universale e sovrabbondante Misericordia, la quale ha il volto amico e fraterno di Gesù Cristo.

Non si può fare quaresima, quindi, senza rinnovare il rapporto con la confessione, cioè senza tornare con umiltà e semplicità, e più spesso, alla sorgente della grazia – senza la quale «nulla è nell'uomo, / nulla senza colpa» (Veni, Sancte Spiritus). Con le parole di Agostino:

«Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me; le mie gioie, di cui dovrei piangere, contrastano le afflizioni, di cui dovrei gioire, e non so da quale parte stia la vittoria; le mie afflizioni maligne contrastano le mie gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè, Signore, abbi pietà di me! 74. Ahimè! Vedi che non nascondo le mie piaghe. Tu sei medico, io sono malato; tu sei misericordioso, io sono misero. Non è, forse, la vita umana sulla terra una prova 75? Chi vorrebbe fastidi e difficoltà? Il tuo comando è di sopportarne il peso, non di amarli. Nessuno ama ciò che sopporta, anche se ama di sopportare; può godere di sopportare, tuttavia preferisce non avere nulla da sopportare. Nelle avversità desidero il benessere, nel benessere temo le avversità. Esiste uno stato intermedio fra questi due, ove la vita umana non sia una prova? Esecrabili le prosperità del mondo, una e due volte esecrabili per il timore dell'avversità e la contaminazione della gioia. Esecrabili le avversità del mondo, una e due e tre volte esecrabili per il desiderio della prosperità e l'asprezza dell'avversità medesima e il pericolo che spezzi la nostra sopportazione. La vita umana sulla terra non è dunque una prova ininterrotta?» (Aug., Conf. X, 28.39.).
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Digiuno

“Digiunare” significa anzitutto e soprattutto… digiunare. Ossia non mangiare. Da diversi decenni va di moda sostituire il digiuno – l'unica cosa che sia significata da questa parola – con mille altre cose: digiunare dalle chiacchiere, dai social network o da qualche altro vizio. Tutte iniziative lodevoli, ma che hanno altri nomi (e che non è utile confondere col digiuno), anche perché astenersi dai peccati è sempre doveroso, mentre non sempre si raccomanda di astenersi dal cibo (il quale a differenza di altro è occasione di peccato solo in caso di abuso e non di per sé).

La verità è che cerchiamo dei surrogati al digiuno perché il digiuno – uno dei segni più caratteristici del tempo quaresimale – ci denuda e ci ferisce dolorosamente e su più livelli: ci indebolisce nel fisico, ci castra simbolicamente, ci espone all'affiorare di altre passioni normalmente sopite dal rapporto col cibo (aggressività, maldicenza, avarizia…). Esso è poi la chiave di volta dell'arco che traghetta i vizi sensibili verso quelli spirituali: non a caso Dante colloca i golosi tra i lussuriosi e gli avari/prodighi.

Digiunare, dunque, ci fa molto bene anche in quanto porta allo scoperto meccanismi di compensazione che ordinariamente coprono altri vizi: riscoprirci deboli è uno dei passaggi del rinnovamento quaresimale. Il digiuno va praticato quando e come lo chiede la Chiesa, certo (ossia in modo serio e rigoroso almeno alle Ceneri e al Venerdì santo), ma è consigliabile che sia “soffuso” per tutta la Quaresima. Un criterio? Cercare di non alzarsi mai da tavola completamente satolli e di non indulgere mai nel puro sfizio. Utile darsi qualche norma, tipo “niente dolci” (magari con lievi rilassamenti nelle domeniche e nelle solennità), e “niente vino” (il succo della vite è simbolo eminentemente eucaristico e pasquale) – ma senza finire nel fariseismo e nel formalismo.
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Visite al Santissimo Sacramento

Non volendo lasciarci orfani (cf. Gv 14, 18), Gesù Cristo ha mandato lo Spirito in effusione sulla Chiesa che nasceva dalla sua Pasqua, e perché sempre i discepoli tornassero a rinnovarsi alla sorgente della Grazia, «nel mirabile sacramento dell'Eucaristia ci ha lasciato il memoriale di quella stessa Pasqua». La Quaresima è un tempo privilegiato per «adorare con viva fede il santo mistero del corpo e del sangue di Cristo, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione» (cf. orazione colletta del Corpus Domini, scritta da Tommaso d'Aquino).

Per questo è da raccomandarsi la pratica della visita al Santissimo Sacramento, che in queste settimane può diventare un momento forte di raccoglimento e di intimità con il Signore. La guida sicura in questa devozione aurea resta sant'Alfonso:

«Signor mio Gesù Cristo, che per l'amore che portate agli uomini ve ne state notte e giorno in questo Sacramento tutto pieno di pietà e d'amore, aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che vengono a visitarvi; io vi credo presente nel Sacramento dell'altare; vi adoro dall'abisso del mio niente, e vi ringrazio di quante grazie mi avete fatte, specialmente di avermi donato voi stesso in questo Sacramento, d'avermi data per avvocata la vostra santissima Madre Maria e d'avermi chiamato a visitarvi in questa chiesa. Io saluto oggi il vostro amantissimo cuore, ed intendo salutarlo per tre fini: prima in ringraziamento di questo gran dono. Secondo per compensarvi tutte le ingiurie che avete ricevute da tutti i vostri nemici in questo Sacramento. Terzo intendo con questa visita adorarvi in tutt'i luoghi della terra, dove voi sacramentato ve ne state meno riverito e più abbandonato. Gesù mio, io v'amo con tutto il cuore. Mi pento d'avere per lo passato tante volte disgustata la vostra bontà infinita. Propongo colla grazia vostra di più non offendervi per l'avvenire; ed al presente miserabile qual sono io mi consacro tutto a voi, vi dono e rinunzio tutta la mia volontà, gli affetti, i desideri e tutte le cose mie. Da oggi avanti fate voi di me e delle mie cose tutto quello che vi piace. Solo vi cerco e voglio il vostro santo amore, la perseveranza finale e l'adempimento perfetto della vostra volontà. Vi raccomando le anime del purgatorio, specialmente le più divote del SS. Sacramento e di Maria santissima. Vi raccomando ancora tutti i poveri peccatori. Unisco infine, Salvatore mio caro, tutti gli affetti miei cogli affetti del vostro amorosissimo Cuore e così uniti gli offerisco al vostro Eterno Padre e lo prego in nome vostro che per vostro amore gli accetti e gli esaudisca» (Alfonso Maria de' Liguori, Visite al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima).
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Opere di misericordia spirituale

Una delle più ricorrenti deformazioni delle opere di misericordia spirituale sta nel fatto che, praticandole, si è facilmente portati a sentirsi migliori degli altri:

• Consigliare i dubbiosi;

• Insegnare agli ignoranti;

• Ammonire i peccatori;

• Consolare gli afflitti;

• Perdonare le offese;

• Sopportare pazientemente le persone moleste;

• Pregare Dio per i vivi e per i morti,

sono tutte opere che sembrano implicare una qualche superiorità di chi le compie rispetto a chi ne è il destinatario, quasi che il destinatario sia alla fin fine una specie di complemento.

La Quaresima ci offre invece l'occasione per cogliere meglio di quanto abbiamo fatto finora il versante contemplativo di queste opere: «Se infatti noi, che siamo cattivi, siamo capaci di dare cose buone» (cf. Lc 11, 13) al nostro prossimo, lo siamo esclusivamente in quanto – e nella misura in cui – abbiamo accolto qualcosa di buono nei nostri confronti.

Così le opere di misericordia spirituale ci invitano a guardare gli altri con gli occhi di Dio, a considerare i loro limiti e perfino i loro vizi nella prospettiva di un Genitore tenero che «non guarda ai loro peccati in vista del pentimento» (cf. Sap 11, 23).

Si diventa più santi quando si attraggono gli altri a compiere i loro “piccoli passi possibili” (Chiara Corbella), ma ricordandoci sempre che già mille volte anche noi siamo stati oggetto di una pazienza incomparabilmente più grande.
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Opere di misericordia corporale

Generalmente amiamo le opere di misericordia corporale meno di quelle spirituali: questo non perché siamo effettivamente “persone spirituali”, ma perché più sottili e meno evidenti sono le vanità che deformano le opere spirituali – dunque più facilmente, praticandole (o illudendoci di praticarle) possiamo presumere di “essere dei bravi cristiani”. Fortuna che illustrando il giudizio finale Gesù ha detto: “Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 35-36) – e viceversa.

L'amore che ci misurerà sarà molto concreto, e malgrado le barcollanti esegesi di alcuni avventurieri Gesù ha raccontato una delle sue parabole più belle proprio per spiegarcelo: il prossimo non è “il vicino” più di quanto sia “il lontano”… il prossimo non è uno che ci scegliamo perché – questo è il succo della parabola – il prossimo ciascuno di noi è chiamato ad esserlo per gli altri.

E il motivo per cui Gesù rovescia la domanda di chi gli chiedeva “chi è il mio prossimo?” (Lc 10, 15) è lo stesso che differenzia le opere di misericordia corporale dalla mera filantropia, pur lasciando che le due cose – viste dall'esterno – si somiglino tanto: nel povero c'è Gesù.

• Dar da mangiare agli affamati;

• Dar da bere agli assetati;

• Vestire gli ignudi;

• Alloggiare i pellegrini;

• Visitare i malati;

• Visitare i carcerati;

• Seppellire i morti,

significa sempre soprattutto incontrare Gesù – Dio povero e solo che cerca amore nel deserto dell'umanità.
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Più messe, più messa

Nel tempo quaresimale – che è un “tempo forte” non perché ve ne siano di deboli bensì perché servono a riscoprire con forza le verità perenni della fede – la successione delle settimane scandisce un cammino chiaro e distinguibile, in cui il peso della domenica viene sottolineato. Benedetto XVI scrisse:

Ciò ha un suo preciso senso, perché costituisce una relativizzazione del lavoro, che viene finalizzato all'uomo: il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro. È facile intuire la tutela che da ciò viene offerta all'uomo stesso, che risulta così emancipato da una possibile forma di schiavitù. Come ho avuto modo di affermare, « il lavoro riveste primaria importanza per la realizzazione dell'uomo e per lo sviluppo della società, e per questo occorre che esso sia sempre organizzato e svolto nel pieno rispetto dell'umana dignità e al servizio del bene comune. Al tempo stesso, è indispensabile che l'uomo non si lasci asservire dal lavoro, che non lo idolatri, pretendendo di trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita » (209). È nel giorno consacrato a Dio che l'uomo comprende il senso della sua esistenza ed anche dell'attività lavorativa.(210) (Sacramentum Caritatis 74).

Parafrasando sant'Ambrogio, l'uomo è chiamato a diventare, acconsentendo alla grazia di Dio, quel diuturno sabato in cui il Signore stesso si riposa: mettere la celebrazione dell'eucaristia al centro della domenica e la domenica al principio della settimana aiuterà a informare di stile evangelico tutte le realtà secolari e simultaneamente a santificarsi nell'esercizio di lavori e professioni.
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Via Crucis, Rosario… e non solo

«Preferisco sentire nel cuore la compunzione che saperla definire. Senza l'amore per Dio e senza la sua grazia, a che ti gioverebbe una conoscenza esteriore di tutta la Bibbia e delle dottrine di tutti i filosofi? "Vanità delle vanità, tutto è vanità" (Qo 1,2), fuorché amare Dio e servire lui solo».

Così si legge ne L'imitazione di Cristo, fin dal primo capitolo del primo libro, e nel capitolo primo del secondo libro si riprende il tema:

«Se non sai fissare lo sguardo della mente nelle cose alte e celesti, riposati nella passione di Cristo, e poni volentieri la tua dimora nelle sue sacre ferite: se infatti ti raccogli devotamente nelle piaghe e nelle cicatrici di Gesù sentirai grande consolazione nella tribolazione e non terrai conto degli scherni degli uomini, anzi porterai in pace perfino le parole diffamatorie».

Più volte Papa Francesco ha invitato a “non aver paura della tenerezza”: in effetti essa sembra a molti quasi un punto di debolezza, qualcosa di sentimentale da nascondere perfino nella teologia. Così non di rado le meditazioni della Via Crucis diventano traccia di esibizione di svariate originalità – psico-sociologiche ma anche teologiche e filosofiche –, come se restare soli con Cristo abbandonato fosse “troppo poco” per l'anima credente. Il cristianesimo, invece, interpella tutto l'uomo e dall'uomo tutto intero esige l'olocausto della fede: in un periodo come quello quaresimale, consacrato al rinnovamento della vita, gli esercizi di pietà che coinvolgono gli affetti vanno ricercati e praticati con devozione.
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