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Essere in ascolto

«Ascolta, figlio». È la prima parola della Regola. Per ascoltare, bisogna anzitutto fare silenzio. Al tempo di san Benedetto, parlare per dire nulla era perfino punito… Il silenzio permette di ricentrarsi meglio su sé stessi, ci rende anche più attenti agli altri. Aiuta a guadagnare in serenità. E anzitutto, ci mette alla presenza di Dio. Staccarsi da sé per essere in ascolto di Dio – e dunque dell'altro – è per san Benedetto il mezzo più semplice per lasciarsi trasformare e impegnarsi sul cammino dell'Evangelo. Avendo sempre la medesima attitudine, davanti a Dio come davanti agli uomini. È quel che il monaco chiama anche “umiltà”.
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Mantenere a mezzo del lavoro la salute dello spirito

«Chi non vuol lavorare, neppure mangi», avverte Benedetto citando Paolo. Il lavoro è obbedienza alla realtà del corpo così come Dio l'ha creato. Per il monaco benedettino, la salute dello spirito si mantiene anche mediante il lavoro, perché «l'ozio è il nemico dell'anima».
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Trasformare ogni attività in preghiera

Per san Benedetto, ogni attività partecipa all'opera creatrice di Dio e alle sofferenze di Cristo: che sia banale o straordinaria. Con la grazia dello Spirito Santo, essa viene trasformata in “preghiera manuale”. Concretamente, il lavoro deve dunque essere considerato come servizio verso gli altri. Come in una comunità monastica in cui i fratelli o le sorelle si rendono mutuo servizio, in infermeria, in cucina o nei lavori domestici.
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Ritmare le giornate

Nel monastero, la regola impone un tempo per ogni cosa. Tempo per la preghiera, tempo per il lavoro, tempo per sé… Questi principî del primo millennio non hanno nulla da invidiare alle regole di gestione del tempo insegnate ai nostri giorni dalle scuole fino alle imprese: pianificare i compiti, fissare un limite di durata e soprattutto rispettarlo. Manca soltanto la campana che suona per segnalare l'arresto dell'attività in corso e il passaggio alla seguente.
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Essere attenti agli altri

Per san Benedetto, quel che determina la nostra relazione alle persone è il rispetto. Riconoscere i bisogni e le imperfezioni, propri e altrui, è la chiave della vita comunitaria: «Tutti quelli che sopraggiungono saranno accolti come Cristo», dice il monaco pensando a ogni nuovo membro della comunità. Egli vede la responsabilità dell'abate come quella del pastore, con riferimento all'immagine biblica ripresa dall'Evangelo. Attento a ogni persona, «l'abate tiene il posto di Cristo» per il bene della comunità, e perché ciascuno dei suoi membri si avvicini di più a Dio.
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Praticare la disciplina

A nessun monaco verrebbe in mente di proseguire la propria attività e di arrivare in ritardo all'Ufficio scusandosi così col padre superiore. Semplicemente non è pensabile. Per san Benedetto, è essenziale scandire il tempo dedicando un momento preciso al lavoro domestico, un altro ai compiti coi bambini, un altro alle riunioni di lavoro. Senza interferenze. Subire il tempo ne rende schiavi, mentre accettare – alla maniera monastica – che il tempo sia regolato in modo rigoroso procura alla fine una maggiore libertà.
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Tornare regolarmente alle fonti

Ogni persona ha bisogno di spazio e di tempo per ritrovarsi, per tornare alle sorgenti e avanzare nella vita. Per san Benedetto, è nella lettura della Bibbia e dei maestri spirituali (Lectio divina) che si può trovare un mezzo estremamente efficace per realizzare tutto ciò.
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Distinguere l'essenziale dall'urgente

La ragion d'essere dei monaci è approssimarsi a Dio a mezzo della preghiera. Tutto si organizza attorno a tale priorità assoluta. Se definire delle priorità nella vita non è la cosa più difficile, rispettarle con un'organizzazione conseguente è una vera sfida. Tutte le perturbazioni e le sollecitazioni impreviste della vita quotidiana danno potere alla dittatura dell'urgenza. Certo, è difficile immaginarsi di non reagire in giornata alla mail di un cliente importante. Talvolta, però, darsi tempo per riflettere bene sulla risposta da dare può rendere molto più creativi… dunque efficaci. Secondo il monaco benedettino, più la questione è importante meno lo è il tempo.
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Pacificarsi prima di andare a dormire

Questo principio si riassume in una sola parola: accoglienza. Il monaco benedettino la chiama “mutua obbedienza”. Anzitutto bisogna proibirsi di sparlare degli altri. In caso di conflitto con qualcuno, bisogna rispettare la regola di «riconciliarsi prima del tramonto del sole, quando si è in disaccordo». Offrendo e ricevendo il perdono, ci si stabilisce nella verità. Aprirsi al di là di sé permette di apprendere ad amare e ad essere amati.
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Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo

«Vivete tutti i giorni come se aveste la morte davanti agli occhi, e un giorno avrete ragione». La Regola di san Benedetto insegna a non dissiparsi, a non incappare nel laccio delle urgenze o nell'altro eccesso – la procrastinazione. Al contrario, per conseguire una vita felice, bisogna vegliare a condurre la propria vita in modo centrato sull'essenziale. Per entrare nella vita che viene dall'Alto, come il monaco ha scritto nel suo prologo: «Il Signore dice: “C'è qualcuno che desidera la Vita?” Chi desidera la felicità? Se la stai cercando, rispondi: “Io”». E così, conviene vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo. Per san Benedetto, la cui regola riflette semplicemente la vita, bisogna ricordare in ogni momento che la grazia è data ad ognuno. E quando essa è donata, conduce la persona «nell'indicibile dolcezza dell'amore dilatandole il cuore». «E ci arriverai», conclude la Regola.