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Aprire il proprio cuore

Aprire il proprio cuore significa accettare di vivere in una certa vulnerabilità, accettare la possibilità di accogliere tutto, anche di essere feriti. I padri del deserto parlano di “custodia del cuore”. Quanti fino al III secolo hanno voluto vivere la propria fede in maniera radicale nei deserti di Egitto avevano scelto questa parola (νῆψις in greco) che significa “vigilanza”, quella che permette di accedere alla gioia profonda. Si acquisisce grazie all'attenzione portata a tutto quel che accade nel nostro cuore. È un metodo spirituale che mira a liberare l'uomo dai pensieri cattivi provenienti dalle passioni incontrollate. Esso c'invita cioè a osservare i pensieri che penetrano nella nostra anima, a discernere i buoni dai cattivi. Aprire il cuore significa essere attenti a sé stessi. Come già gli Antichi constatavano, i pensieri sani conducono a uno stato appagante di gioia profonda, gli altri a uno di turbamento.
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Assaporare gli istanti della quotidianità

Spesso è grazie a un'esperienza sensoriale che la gioia si manifesta. Ciascuno ha avuto, nella propria vita, quest'esperienza sbalorditiva: che si tratti della bellezza del mare, della volta celeste in una sera d'estate o dell'immensità di una foresta, la loro bellezza stupisce, talvolta fino alle lacrime. Per viverla, è essenziale portare la nostra attenzione su quanto i nostri sensi ci rimandano, qui ed ora, e assaporare gli istanti del quotidiano. “Assaporare” e “sapere”: due verbi di una medesima origine latina, che rimanda al gusto, all'azione di gustare, o al fatto di avere buon gusto. Assaporare è cogliere l'istante, gustare il presente. Portare un'attenzione cosciente al momento. Fare un fermo-immagine sul dettaglio di questo istante per restare e far durare lo stupore.
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Essere presenti in quello che si fa

Quando si è completamente presi in ciò che si fa, come se si trattasse della cosa più importante al mondo, si tende allora alla vera gioia. Perché il valore di una vita non è dato dalla quantità delle cose che compie, bensì alla qualità di presenza che si mette in ciascuna delle nostre azioni. Non dimentichiamolo mai: il presente è la sola realtà alla nostra portata. Il passato ci è già sfuggito, il futuro non ci appartiene. Ora, noi passiamo molto tempo a rimpiangere l'uno e a sospirare l'altro: non vivere il momento presente è dunque vivere in un'illusione. D'altro canto, essere nel “qui ed ora” porta a calmare le proprie angosce e a ritrovare la meravigliosa capacità dell'infanzia, quando non ci ponevamo la questione del tempo che passa.
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Avere fiducia nella vita

La parola “fiducia” viene dal latino fides: la fiducia è dunque un atto di fede. Essa consiste nel credere all'altro e alla vita, come un bambino che accorda una assoluta fiducia ai suoi genitori. Coltivare quest'attitudine significa cercare di amare la vita così come essa si presenta, con i suoi alti e i suoi bassi, le sue gioie e le sue tristezze. Dare fiducia non è una cosa innata, è una questione di condizionamento, di educazione, ma anche di esperienze vissute. Eppure, vale la pena di approcciarsi a questa profonda riconciliazione con la vita: torna così a rilanciarsi la scommessa dell'avere fiducia nell'altro, nella vita, in Dio. Come avere fiducia nel proprio figlio, perché si crede e si spera che si realizzerà. O avere la fede in Dio, e cioè dargli fiducia quanto al cammino che Egli ci propone. «Beato l'uomo che pone nel Signore la sua fiducia» (Sal 40, 5).
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Essere benevoli

La gioia è frutto di un amore altruista che consiste nel gioire della felicità altrui. Tale gioia si radica nella benevolenza. Praticarla è già, in qualche modo, gioia. La persona benevola sente nel più profondo di sé un sentimento di gioia, diciamo pure di euforia. Non è reale felicità, il rendere qualcuno felice attraverso un gesto? Un atto benevolo, per quanto piccolo sia, è sempre un servizio che si rende all'altro. Esso non è sistematicamente un atto giusto, manifesta un'attitudine, una disposizione con la quale si testimonia agli altri che si cerca il loro bene con parole e atti in modo che essi possano sperimentarla e provare della vera gratitudine.
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Essere creativi in ogni istante

Coltivando la nostra creatività, ci connettiamo col nostro essere profondo e lo trascendiamo – che si tratti di pittura, di cucina, di giardinaggio, di scrittura. La creatività non è riservata agli artisti. Essa riguarda ciascuno fra noi, nei nostri atti più quotidiani. Apporta il supplemento d'anima che cambia tutto. Perché alcune persone sanno reagire in modo giocoso sui millemila marosi della vita? Perché riescono a dare colore a tutto? Tra le loro mani, un semplice picnic diventa una festa indimenticabile; un viaggio in treno sarà un'avventura. Semplicemente, sono creative: un talento che chiunque può esercitare. Ciascuno può fare della propria vita un'opera d'arte, attraverso il proprio mestiere, i passatempi, le relazioni, la cura della casa o nella pratica dell'arte della conversazione. La creatività è una vena d'oro che trasforma il quotidiano apportando una gioia pura.
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Sviluppare gratitudine nel quotidiano

Una vita di gratitudine può portare a dei livelli accresciuti di emozioni positive. Quelli che ringraziano gli altri sono più sensibili alle emozioni positive, come quelli che sanno apprezzare le loro benedizioni per tutto il corso della giornata, o ancora quelli che scrivono lettere di ringraziamento. Dare prova di gratitudine significa riconoscere la provvida mano di Dio in tutte le cose. Significa saper accogliere i momenti belli ma anche accettare quelli meno belli. Coltivare la gratitudine in modo spontaneo e quotidiano significa sviluppare in sé una gioia profonda. Quella di ringraziare, di dare, di rendere grazie e di condividere. Nella gratitudine c'è sempre una mano tesa verso l'altro: essa storna l'attenzione dal nostro proprio ego per dirigerla verso quanti ci circondano. Ci riconcilia con la vita invitandoci ad apprezzare quel che abbiamo, piuttosto che a lamentarci per quanto ci manca.
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Mollare la presa

Paradossalmente, davanti a una difficoltà o a una prova contro la quale non troviamo soluzioni, diventiamo finalmente in grado di prenderci la nostra fetta di gioia – e non di rassegnazione – quando finalmente accettiamo le cose come stanno. Nella prestigiosa rivista americana Psychology Today, lo psicologo Elliot D. Cohen afferma che la perdita del controllo è «una delle paure più diffuse». Secondo lui, essa sopraggiunge «quando uno non riesce più a controllare le conseguenze degli eventi, e allora si teme che possa accadere qualcosa di terribile». Le persone che soffrono della paura di perdere il controllo vivono costantemente in un elevato stato di stress. La chiave sta nell'esercitarsi quotidianamente a mollare la presa sulle piccole cose, così da rendersi finalmente conto che gli scenari catastrofici non si realizzano mai. Anzi accade il contrario: dando fiducia alla vita, rimettendosi a Dio, sopraggiunge la pace e torna la speranza, affiorano le soluzioni.
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Perseverare nello sforzo

La perseveranza nello sforzo, fino alla realizzazione del progetto intrapreso, è quasi sempre fonte di gioia. Tante gioie provengono da uno sforzo superato: lo sforzo può essere faticoso, ma è ancora più prezioso dell'opera in sé. Grazie ad esso, ci eleviamo al di sopra di noi stessi. Così, la perseveranza nello sforzo prende in contropiede la vulgata che vorrebbe ridurre la felicità al semplice comfort, ossia all'assenza di costrizioni. La gioia più profonda e più intensa, invece, viene dal superare le difficoltà.
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Mettersi in silenzio, all'ascolto di Dio

Meditare significa anzitutto fare esperienza di una pace, di una serenità e di una calma che aprono il cuore, dispiegano il respiro e che calmano i nostri tumulti interiori. Significa gustare la dolcezza del silenzio, lasciando da parte gli scrupoli e le angosce. Anche nella sofferenza – come descrive Rémi Chéno nel suo libro Les voies du silence – si può salire nel proprio «piccolo sottomarino e raggiungere acque profonde. La tempesta può infuriare in superficie, ma si continua a discendere in immersione, e sul fondo di acque profonde si vive l'esperienza della presenza di Dio. Dio non ha bisogno di parole per parlarci, perché per ciò che vuole dirci le parole non bastano. Dio è il Dio poeta che fa esplodere le parole in un silenzio ben più sapido di tutte le parole degli uomini». È questa fonte di gioia che i mistici chiamano “la gioia perfetta”.