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Trasfigurazione

Festa della manifestazione gloriosa di Gesù sul Tabor

© Alvesgaspar / Wikimedia

Costantinopoli II: 553 Fu Giustiniano I, il più versato in teologia, tra gli imperatori romani, a convocare questo concilio, eppure per la condanna dell’origenismo (che fu recepita come condanna di Origene stesso, all’epoca morto da tre secoli!) si deve ricordare il Costantinopolitano II come una pagina buia della storia della Chiesa. Ciò per cui lo si ricorda con gratitudine, invece, è la condanna del monofisismo e dell’apollinarismo. Di che si tratta? Di due eresie cristologiche tipiche del milieu culturale d’Oriente, e da sempre poco familiari ai teologi occidentali (per i quali, come ho detto, quel poco di disputa recepita si era conclusa definitivamente a Calcedonia): la prima afferma genericamente che in Cristo la natura divina è tanto preponderante da annichilire, letteralmente, quella umana, la quale più che “assunta” si ritrova “assorbita e dissolta” nell’oceano della deità; la seconda individua un tentativo più circostanziato di delimitare la suddetta preponderanza (Apollinare di Laodicea, da cui l’eresia prende il nome, cercava di risolvere i problemi legati alla dualità delle nature affermando che la natura umana sussistesse, sì, ma priva delle facoltà dell’anima razionale, ovvero dell’anima stessa).

L’episodio della Trasfigurazione è narrato sia dal Vangelo di Matteo (17,1-8) che in quelli di Marco (9,2-8) e Luca (9,28-36). Secondo questi testi, Gesù, dopo essersi appartato con i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, cambiò aspetto mostrandosi a loro con uno straordinario splendore della persona e una stupefacente bianchezza delle vesti.

In questo contesto l’apparizione di Mosè ed Elia, che conversano con Gesù, e una voce “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo” (Mt 17,5) da una nube che dichiara la figliolanza divina di Gesù. Lo splendore di Cristo richiama la sua trascendenza, la presenza di Mosè ed Elia simboleggia la legge e i profeti che hanno annunciato sia la venuta del Messia che la sua passione e glorificazione, la nube si riferisce a teofanie già documentate nell’Antico Testamento.

Una tradizione, attestata già nel IV secolo da Cirillo di Gerusalemme e da Girolamo, identifica il luogo dove sarebbe avvenuta la Trasfigurazione con il monte Tabor, in arabo Gebel et-Tur (“montagna di montagna”). Un colle rotondeggiante ed isolato, alto circa 600 metri sul livello delle valli circostanti. È su questo colle che i bizantini costruiranno, poi, tre chiese di cui parla l’Anonimo Piacentino che le visiterà nel 570. Un secolo dopo Arculfo vi troverà un gran numero di monaci, e il Commemoratorium de Casis Dei (secolo IX) menzionerà il vescovado del Tabor con diciotto monaci al servizio di quattro chiese. Successivamente ci saranno i Benedettini che costruiranno anche un’abbazia, circondando gli edifici di una cinta fortificata.

Distrutto tutto dal sultano Al-Malik (1211-12) per costruirvi una fortezza, i cristiani vi torneranno nuovamente, costruendovi un santuario. Anche questo sarà distrutto per ordine del sultano Baibars (1263), lasciando il monte desolatamente abbandonato per oltre quattro secoli.

Solo nel 1631 i francescani potranno prendere il possesso del monte Tabor. Due secoli dopo, nel 1854, essi cominceranno a studiare le rovine del passato, iniziando nuove costruzioni che culmineranno con l’attuale Basilica a tre navate, su disegno ed esecuzione dell’architetto Antonio Barluzzi, che fu inaugurata nel 1924.

Con questa soprannaturale visione Gesù dava una conferma alla confessione di Pietro: “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente.” (Mt 16,16). Quell’attimo di gloria sovrumana era la caparra della gloria della risurrezione: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.”(Lc 21,27).

La trasfigurazione, che fa parte del mistero della salvezza, è ben degna di una celebrazione liturgica che la Chiesa, sia in Occidente come in Oriente, ha comunque celebrato in vario modo e in date differenti, finché Pp Callisto III (Alonso de Borgia, 1455-1458), nel 1457, la inserì nel Calendario liturgico Romano come ringraziamento per la vittoria ottenuta sui Turchi a Belgrado il 6 agosto 1456 da János Hunyadi e Giovanni da Capestrano.

La sera del 6 agosto 1978 a Castel Gandolfo si spegneva il Beato Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978): era la festa della Trasfigurazione del Signore. «Mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce», aveva scritto tanti anni prima nel «Pensiero alla morte». Così avvenne.

Fonti principali : wikipedia.org; pastoralespiritualita.it (“RIV./gpm”).

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