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Rufina e Seconda

Martiri romane

Sailko-CC

Rufina e Seconda sono due martiri realmente esistite a Roma, esse sono ricordate in numerosi e sicuri documenti, come il “Martirologio Geronimiano”, gli “Itinerari” romani, la “Notizia” di Guglielmo di Malmesbury, inoltre sono menzionate nel famoso “Calendario Marmoreo” di Napoli ed infine nel “Martirologio Romano” che le celebra ambedue il 10 luglio.

Secondo la tradizione agiografica, Rufina e Seconda erano due giovani sorelle cristiane ed il padre, il senatore Asterio, le aveva promesse in spose a due loro correligionari, Armentario e Verino.

Questi ultimi, quando gli imperatori Valeriano e Gallieno (253-260) diedero nuovo impulso alle persecuzioni anticristiane, apostatarono e quindi le due ragazze si votarono alla verginità. Ma i due giovani non vollero rinunciare a loro e quindi cercarono di indurle a rinnegare la loro fede per proseguire il loro fidanzamento; ma di fronte al loro diniego, le denunciarono al conte Archesilao.

Rufina e Seconda tentarono di fuggire e raggiungere l’Etruria: vennero raggiunte, arrestate al XIV miglio della Flaminia e consegnate, dallo stesso Achesilao, al prefetto Giunio Donato che, da antichi documenti, risultava essere “praefectus urbis” nel 257.

Come per tanti martiri di quell’epoca, le due sorelle furono sottoposte a pressioni, interrogatori, proposte di apostatare e di matrimonio, ma, di fronte alla loro resistenza e rifiuto, al prefetto non restò altro che ordinarne la morte.

Allora Archesilao le condusse al X miglio della via Cornelia in un fondo chiamato “Buxo” (oggi Boccea) dove Rufina venne decapitata, mentre Seconda fu bastonata a morte. Il celebre quadro del XVII secolo, dipinto da tre celebri pittori e custodito a Milano nella Pinacoteca di Brera, raffigura la crudele scena del martirio e resta una delle più significative opere artistiche che le raffigura.

I corpi, come d’uso, vennero abbandonati in pasto alle bestie, ma una certa matrona romana, di nome Plautilla, dopo che le martiri in sogno le avevano indicato il luogo del martirio e invitandola a convertirsi, li raccolse e li seppellì nello stesso luogo.

La selva luogo del martirio, che era denominata “Silva Nigra”, in ricordo delle due martiri Seconda e Rufina e del successivo martirio nello stesso luogo dei santi Marcellino e Pietro, venne poi chiamata “Silva Candida”.

Sulla loro tomba, già nel secolo IV fu eretta una basilica ad opera S. Giulio I (341-352), poi restaurata da Pp Adriano I (771-795), mentre S. Leone IV (847-855) l’arricchì di doni.

Dal secolo V tutta la regione della villa imperiale “Lorium”, che comprendeva la basilica delle due martiri, ebbe un proprio vescovo il quale, nel 501, si sottoscriveva “episcopus Silvae Candidae” e più tardi come “episcopus Sanctae Rufinae”.

Al tempo di Pp Callisto II (Guido dei Conti di Borgogna, 1119-1124) la diocesi venne unita a quella suburbicaria di Porto e si chiamò di Porto e Santa Rufina. Papa Anastasio IV (Corrado della Suburra, 1153-1154) fece trasferire i loro corpi nel Battistero Lateranense nell’altare di sinistra dell’atrio, di fronte a quello dei SS. Cipriano e Giustina, dove riposano tuttora. L’antica basilica sulla via Cornelia andò in rovina e ancora oggi non si riescono ad identificarne i resti con precisione.

Fonti principali: santiebeati.it; wikipedia.com (“RIV./gpm”).

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