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Essere single e felici senza sentirsi perduti

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Parker Johnson/Unsplash | CC0

Edifa - pubblicato il 12/05/21

Oggi, molti single dimostrano che è possibile esistere e realizzarsi senza essere in una coppia. Ma qual è il loro segreto?

di padre Alain Bandelier

Per molte persone, il celibato è uno stato di vita: non lo si è scelto, ma lo si assume, a volte con talento. Grazie a Dio, ci sono single felici! Su questo cammino, di cui non si può negare l’austerità, alcuni scoprono di poter sperimentare una vera fecondità umana e spirituale e delle belle amicizie. Così, sono i celibi ad essere positivi e non il celibato in quanto tale.

Il celibato non è necessariamente una scelta per difetto

Ecco perché non può essere presentato ai giovani come una scelta possibile, uno stato di vita eleggibile, allo stesso titolo del matrimonio o della consacrazione religiosa o del sacerdozio. Ci si può impegnare solo in una scelta in positivo, anche se questa scelta comporta comunque questa o quella rinuncia. Non si costruisce una vita su una scelta in negativo, come nei romanzi in cui l’eroina entra in convento in seguito ad una delusione d’amore.

Dire “La mia vocazione è il celibato” è una scorciatoia discutibile; sarebbe meglio dire: “Vivo la mia vocazione”, o anche più semplicemente: “Cerco di rispondere alle chiamate del Signore, nella mia situazione di celibe”. Oppure bisognerebbe dire: “Il mio celibato, nel segreto del cuore, anche senza un impegno pubblico e solenne, si è trasformato in una consacrazione (è sempre possibile)”. Il celibato ordinario, quando si prolunga, è spesso velato dalla nostalgia o dall’ansia, la solitudine è una prova; per i credenti, fa parte del mistero della croce, che è necessariamente iscritto nella nostra vita in un modo o nell’altro.

Il celibato non è una decisione in mancanza di qualcosa di meglio

A proposito dei trentenni, età critica per una scelta di vita, anche se ci sono eccezioni e delle “vocazioni tardive”, un’amica mi chiede se percepisco chiaramente il significato di mettersi in gioco! È vero che il mondo attuale non sempre facilita la costituzione di coppie cristiane e che questo richiede senza dubbio un salto di fiducia nella Provvidenza, ma richiede anche un po’ di immaginazione e più iniziativa da parte degli interessati, così come da parte delle famiglie e delle comunità cristiane. Forse, come per il matrimonio e per le vocazioni non è che aspettiamo che il Signore ne “mandi”, ma non siamo pronti a che Egli mandi noi?

Infine, direi che il celibato più che uno stato è un’attesa. È prima di tutto l’attesa di un impegno, con i necessari preparativi, maturazioni, anche purificazioni. Se questo impegno non prende forma, l’attesa si interiorizza: non è forse, il segno della promessa del giorno in cui Dio sarà tutto in tutti? Ecco perché evocavo le nozze dell’Agnello. Il mistero delle nozze dell’Agnello può e deve essere vissuto da tutti i fedeli, a causa del loro battesimo: “Cristo mi ha amato e ha dato Sé stesso per me”, e questo amore dà senso e importanza alla mia vita.

Ecco perché il celibato non è una miseria. D’altra parte, questo mistero nuziale è celebrato in senso stretto secondo tre soli modelli: l’unione degli sposi, “come Cristo ha amato la Chiesa”; la vita religiosa, veglia verginale in attesa dell’Amato e il ministero dei sacerdoti, configurati al Cristo Pastore e Sposo della Chiesa. Ecco perché il celibato rimane una povertà. Ma nel Vangelo, la povertà è più una beatitudine che una disgrazia.

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