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Il segreto per fare penitenza senza scocciature

MAN,PRAYS,CHURCH

Pascal Deloche | Godong

Edifa - pubblicato il 12/03/21

Penitenza! La parola è detta, viene a infastidire le nostre orecchie sensibili e il nostro umore delicato. Tuttavia è proprio alla penitenza che la Chiesa ci invita in questo tempo di Quaresima. Ma sappiamo davvero cos'è, cosa nasconde, cosa porta con sé?

di Joseph Vallançon

La parola “penitenza” viene dal latino poena, “pena” inteso nel doppio senso di giudizio e di tristezza: la penitenza è il castigo “inflitto” in riparazione delle nostre offese, ma è anche, e soprattutto, quello che proviamo per aver offeso Dio con le nostre colpe. Anche quando è battezzato, il cristiano non si libera delle debolezze della sua natura umana: non è sempre fedele alle promesse del suo battesimo e molto spesso commette delle colpe. Questa inclinazione al peccato rimane in lui: pertanto, Gesù chiama alla conversione. Questo sforzo di conversione che tocca a noi praticare “non è solo un’opera umana”, ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1428): ”È il movimento del cuore contrito attratto e mosso dalla grazia per rispondere all’Amore Misericordioso di Dio che ci ha amati per primo”. “Sarebbe meglio insistere piuttosto sul secondo significato della parola poena”, spiega padre Matthieu Rouillé d’Orfeuil, direttore degli studi del seminario francese di Roma. “La penitenza esprime la tristezza di aver peccato, per ritrovare la gioia della salvezza”. Difficile per alcuni, la penitenza non è molto di moda. La Quaresima è un’occasione per rispolverare questa nozione chiave della vita cristiana.

Uno sforzo essenziale, invisibile, ma concreto

“La chiamata di Gesù alla conversione e alla penitenza non mira principalmente alle opere esterne, “il sacco e la cenere”, digiuni e mortificazioni, ma alla conversione del cuore e alla penitenza interiore”, ci ricorda il Catechismo (n. 1430). “Non sono le penitenze visibili le più importanti, ma quelle che vengono dal profondo del cuore”, sottolinea suor Filippina, religiosa della Famiglia Missionaria di Nostra Signora e responsabile di una casa. Insiste: “Inoltre la penitenza, per un cristiano, non ha normalmente nulla di straordinario, tanto meno di stravagante, non è neanche insormontabile. Consiste nel vivere umilmente le vicissitudini di questa vita, accettando ciò che può comportare di pene, piccole o grandi”. 

Molto spesso, la penitenza s’offre a noi senza che dobbiamo sforzarci necessariamente: “Un coniuge che ci irrita, dei figli che ci stancano, un piatto troppo cotto, un guasto agli elettrodomestici, un’emicrania, un ingorgo che rallenta il nostro viaggio, ecc. sono tutte occasioni di conversione”, ricorda padre Marc Vaillot, autore di Amare è…Piccolo libro del vero amore. Precisa: “La teologia classica insegna che l’atto principale, il più difficile, della virtù della fortezza d’animo è resistere a ciò che ci capita piuttosto che intraprendere sforzi ardui”. La pazienza è quindi uno sforzo essenziale, invisibile, ma concreto.

Le tre forme di penitenza

Se la Scrittura e i Padri della Chiesa insistono soprattutto sulle tre forme che sono penitenza, digiuno, preghiera ed elemosina, è per “esprimere la conversione in rapporto a sé stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri”, ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1434). E questo può tradursi in sforzi ai quali non avremmo pensato spontaneamente. Per padre Marc Vaillot, “il digiuno riguarda anche l’intelligenza e la volontà, non solo lo stomaco: certo, si può prendere un cucchiaino zucchero invece di due, uno o due cioccolatini invece di quattro; ma il digiuno può anche essere quello di astenersi dall’essere insolente con i propri genitori, di non arrabbiarsi senza motivo, ecc.”.

Lo stesso vale per la preghiera: “In Quaresima possiamo dire tre Ave Maria in più del solito, ma possiamo andare oltre e vivere questa penitenza raccogliendoci meglio a Messa, mandando frecce d’amore a Dio quando camminiamo per strada (giaculatorie), non dimenticandoci di dire una preghiera prima di andare a letto”.  La preghiera non si limita ad alcuni momenti esclusivi, ma ad ogni momento della giornata.

E l’elemosina? La sua realtà è difficile da realizzare? Risponde il nostro interlocutore: “Fare l’elemosina è anche regalare un sorriso a qualcuno che non è necessariamente il vostro migliore amico, è scambiare due minuti con un senzatetto quando non ha neanche un euro in tasca, è fare gli auguri a vostra suocera… Perché l’elemosina è il dono costante di sé stessi e non solo l’obolo di qualche centesimo”. 

La penitenza è un atto d’amore, non una corvée

Nonostante la dolcezza materna della Chiesa e la saggezza dei suoi pastori, la penitenza è tuttavia spesso vista come qualcosa che spaventa e in ogni caso, ha una cattiva fama. “È un atto d’amore, non un film horror!” avverte padre Armel d’Harcourt. “Non deve essere vista come un impegno obbligatorio, ma come la libera risposta all’amore di Gesù che Siè offerto per noi sulla croce”, afferma. E aggiunge: “La penitenza non è un castigo di Dio: ha un lato gioioso, di amore filiale attraverso il quale sappiamo che, nella Sua onnipotenza, Dio ci permette di partecipare alla salvezza”. 

La penitenza procede dunque dallo sforzo amoroso e invita a tornare al Padre con tutto il cuore. “L’obiettivo, avverte padre Matthieu Rouillé d’Orfeuil, è la carità: amare meglio Dio e il prossimo”. È dunque in funzione di questo solo obiettivo, più che in un’ascesi individualistica performante, che dobbiamo scegliere le penitenze da attuare. “Più si ha amore per Dio, più si mette il cuore nella conversione e nelle opere di penitenza”, dice suor Filippina. “Lo sforzo di penitenza deve essere prima di tutto preparato e portato nella preghiera”, consiglia padre Rouillé d’Orfeuil. In questo modo accetterò di ricevere, nella morte e risurrezione di Gesù, il progresso spirituale di cui ho bisogno e che chiedo. Con un po’ di buona volontà, accetterò di lasciarmi trasformare da Cristo, nel modo in cui Lui vorrà rispondere alla preghiera che mi ispira”. Un po’ di buona volontà? Tutto sembra dirlo…

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