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E se la vostra avidità diventasse la vostra forza?

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Edifa - pubblicato il 18/12/20

Sì, l'avidità può essere una forza, ma a condizione che la si usi per il bene

di Marie-Madeleine Martinie

L’avidità è una forza. Non mi credete? Lasciate che ve lo dica in un altro modo: “La nostra avidità ci deve servire ad aumentare, non la nostra ricchezza, ma il nostro essere”. Non è facile da capire, vero? Leggete un po’ e vedrete che capirete.

L’avidità non è intrinsecamente cattiva

L’avere è tutto ciò che possediamo: i nostri vestiti, i nostri libri, i nostri cd, le nostre attrezzature sportive, i nostri soldi… Ma è anche ciò che ci permette di avere un certo posto nella società: il nostro nome, i nostri successi passati, i nostri diplomi scolastici o sportivi, insomma in poche parole ciò che fa la nostra facciata.

L’essere è ciò che sta dietro a tutto questo: la nostra intelligenza, la nostra cultura, i nostri affetti (quelli che abbiamo per noi stessi, quelli che abbiamo per gli altri), i nostri slanci verso il vero, il bello e il buono, i nostri sforzi su noi stessi per diventare migliori, il nostro amore per il Signore che Si aspetta qualcosa da noi.

Siamo lontani dalla caratterologia? In realtà, ne siamo vicini perché la nostra naturale avidità, quel modo innato di essere che appartiene al nostro carattere può essere diretto verso l’avere (possiamo guadagnare molti soldi, vogliamo diventare campioni del mondo), o essere diretto verso l’essere (vogliamo superare la gelosia che proviamo verso un amico).

E i due aspetti sono spesso intrecciati: vogliamo aumentare il nostro patrimonio, per sviluppare il nostro essere. Per esempio, vogliamo imparare una lingua straniera esotica e questo aumenterà il nostro avere con un diploma piuttosto raro, per andare a lavorare quasi gratuitamente con persone che parlano questa lingua (il nostro essere sboccerà nel dono generoso di noi stessi). Quindi, l’avidità non è un male di per sé. Diventa cattiva quando si abbassa in cupidigia (nel personaggio primario) che vuole accumulare sempre più beni, o nell’avarizia (nel personaggio secondario) che non vuole dare nulla, non condividere nulla.


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