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Difficoltà a scuola: come aiutare il proprio figlio a fare i compiti?

TROUBLE WITH HOMEWORK

SHUTTERSTOCK

Edifa - pubblicato il 24/10/20

Per i figli che hanno difficoltà a scuola, il momento dei compiti a casa si rivela molto impegnativo. Ecco alcuni consigli per aiutarli ad assimilare meglio le lezioni.

di Bengy Maylis

“Voglio che Cosimo sia felice; non vedo l’ora che esca da questo tunnel e trovi ciò per cui è fatto”, dice Amelia, una giovane madre di tre figli. Cosimo è in quinta elementare, è un ragazzino gentile e coraggioso, e anche se lavora regolarmente e dà il meglio di sé, i risultati non ci sono. Constata sua madre: “È difficile per lui vedere che gli altri vanno avanti più velocemente”.

In effetti, il bambino poco avvezzo alla scuola ha delle capacità inadatte a quel mondo. È lento, quindi rapidamente si perde nel gruppo. Ha difficoltà a concentrarsi e avrebbe bisogno di calma, di isolamento, che non sempre è possibile in classe. Inoltre, ha difficoltà a concettualizzare, “capta” le cose astratte più lentamente e meno bene. Queste difficoltà lo portano spesso ad essere troppo timido o, al contrario, ad una certa arroganza. La tristezza di non riuscire a farcela porta spesso ansietà e scoraggiamento o irritabilità, se nulla la controbilancia… È una vera ingiustizia per lui, difficile da accettare. Questo figlio, meno attratto dalla scuola rispetto ad altri, ha però un bisogno ancora maggiore di tornare a lavorare a casa. I compiti serali sono davvero utili per colmare le lacune che sono state accumulate durante le lezioni. Marina, una giovane insegnante di terza elementare, lo ricorda: “Quel momento gli dà l’opportunità di avere un sostegno individuale adeguato”. Ma come si fa a rendere vantaggioso questo tempo di lavoro individuale, senza crollare o arrabbiarsi quando i risultati deludono?

Adattarsi al ragazzo per aiutarlo a progredire

Prima di tutto, la regolarità paga; con tutti i bambini, ma ancora di più con quelli che hanno difficoltà. Erminia, un insegnante, precisa: “È meglio chiedere dieci minuti di attenzione ogni sera che un’ora ogni tanto”. Sicuramente è più semplice fare i compiti subito dopo la merenda, piuttosto che interromperli con una lunga pausa. “Tuttavia, i bambini in difficoltà sono spesso soggetti ad appuntamenti con logopedisti, psicologi…, aggiunge Erminia. Il loro programma è molto pesante”. Ecco perché Maria ha messo un po’ di flessibilità nell’organizzazione che ha stabilito per prendersi cura di sua figlia in terza elementare: “Quando Camille mi dice: “Voglio giocare”, le concedo questo tempo in modo che sia “carica” e disponibile. Questo non significa che non si possa fissare un orario per aiutarla ad iniziare”.

“C’è sicuramente un momento ideale per tutti”, prosegue Marina, l’insegnante. Con una persona che fa fatica a tornare al lavoro, è meglio stabilire delle regole, senza dimenticare di coinvolgerla a scuola”. Enrico, d’altra parte, ha notato che il figlio in seconda elementare si stancava velocemente e la sera era nervoso. Si è offerto di dividere il suo lavoro e tutto va meglio da quando ricominciano a lavorare per 20 minuti circa al mattino, quando è più riposato.

Obiettivo numero uno: la concentrazione

Per quanto riguarda la durata, il bambino non ha la stessa nozione di tempo dell’adulto e supera facilmente il limite di tempo. “Per i più lenti, è meglio dare un tempo definito, e non mollare! Non si può superare la mezz’ora in prima e in seconda elementare, tre quarti d’ora in terza e quarta, e un’ora in quinta. Se è troppo, ci si ferma a discuterne con l’insegnante che riadatterà il lavoro”, raccomanda Marina.

Creare le condizioni ideali rende le cose più facili. Il silenzio è essenziale: niente musica, niente TV, niente videogiochi nelle vicinanze, per liberarsi da tutte le fonti di distrazione. L’obiettivo è la concentrazione, e solo su ciò che deve essere assimilato. “Lavorare con molti bambini, è più difficile. È meglio lasciare chi sa lavorare da solo, ed isolarsi con chi ha bisogno di aiuto, aggiunge Erminia.
Ci sono dei trucchi: mettere il fratellino davanti a un gioco o a un film, fare uno scambio con la vicina…”. I bambini che si sentono meno a loro agio a scuola sono distratti da cose insignificanti. Una camera e una scrivania ordinate li aiuteranno a raccogliersi. Per esempio, Amelia si mette in cucina con Cosimo: lui si siede con le spalle alla finestra, in un contesto spoglio: “È più concentrato e più motivato per poi lasciare la stanza in fretta!”

Alcuni insegnanti sono abituati a praticare alcuni esercizi di rilassamento prima di lavorare. Perché non fare lo stesso a casa? “Mi sono formato sul metodo Vitto, che mi ha aperto nuovi orizzonti”, continua Erminia. “Aiuta i bambini a concentrarsi invitandoli ad ascoltare le sensazioni del proprio corpo, ed è facile da applicare. A casa, si possono fare alcuni piccoli esercizi usando la respirazione, punti di appoggio come i piedi, la schiena…”

Scegliere la persona giusta per aiutare il bambino

Il bambino in difficoltà non è in grado di lavorare in modo autonomo, ha bisogno di un adulto che sia una guida rassicurante e incoraggiante. Facile da dire… più delicato da trovare. “Idealmente”, pensa Marina, “è uno dei genitori. Ma se questi perde la pazienza o non ha la disponibilità necessaria, è meglio chiamare una persona esterna. Ma attenzione! Quanti bambini sono stati scoraggiati da studenti certamente molto eruditi ma poco pedagoghi!”

Giovane pensionata, Alessia è un’ex insegnante che aiuta gli studenti in difficoltà: “L’aiutante dev’essere una persona motivata e disponibile. Quando un allievo e i suoi genitori sono scoraggiati, bisogna avere entusiasmo per ripristinare la fiducia, senza essere troppo gentili, stabilire un quadro di riferimento, e mantenere molta benevolenza. Non si giudica il bambino ma il risultato, incoraggiamo ciò che è positivo, permettendogli di crescere!” Amelia fa appello a sua madre. “Non sono sufficientemente distaccata e vorrei così tanto che Cosimo avesse successo, che a volte gli chiedo troppo. Mia mamma ha più pazienza, non ha lo stress dell’organizzazione famigliare”. A volte è opportuno uno sostegno nello studio, precisa Marina: “tuttavia, perché sia davvero efficace non dovrebbe superare gruppi di otto studenti”. Bisogna essere in grado di dare a ciascuno di essi un tempo significativo, ed assicurarsi che ci sia un buon rapporto tra l’aiutante e il bambino. Spesso c’è una buona complicità e le interazioni sono interessanti. Gli studenti possono aiutarsi a vicenda, darsi spiegazioni a volte più comprensibili, diverse da quelle dell’insegnante…”.

Essere seguiti a casa è inconcepibile senza un vero dialogo con la scuola. Come insegnante, Erminia è attenta al lavoro tralasciato dal ragazzo: “Se ciò si ripete, non dobbiamo perdere tempo, e riprendere i contatti. Dobbiamo mettere in moto un vero e proprio lavoro di squadra con i genitori dell’allievo per cercare di capire cosa lo blocca. Se mi accorgo di un eventuale mancanza di motivazione, trovo un momento durante il giorno per rispiegargli le cose e incoraggiarlo. Ho sempre notato che dopo aver visto i genitori, il bambino migliora, anche se il problema non è completamente risolto. Non priviamoci di questo!”

Adottare un atteggiamento positivo

Nel suo libro Aiutare il figlio con difficoltà scolastiche, la psicologa Jeanne Siaud-Fachin spiega che il bambino deve sapere dove sta andando e come: “Il quadro deve essere chiaro per non perdersi. Fissiamo obiettivi intermedi, e ogni tappa superata stimolerà lo sforzo da compiere in seguito. Infine, tenere spesso informato il figlio sulle sue performance, perché deve sapere subito se è sulla strada giusta”. Amelia ha fatto una scelta sugli studi di Cosimo: in accordo con l’insegnante, ha deciso di investire in francese e in matematica, lasciando perdere l’inglese. “Cominciamo da ciò che penso sia più importante. Se il giorno dopo c’è un compito in classe, ci lavoriamo su prima, pazienza se non facciamo il resto”.

Dialogare con il bambino è soprattutto stimolarlo, deve essere riconosciuto lo sforzo piuttosto che il risultato. “Tutto ciò che è positivo deve essere valorizzato. Uno studente che ha cercato una risposta ma non l’ha trovata va incoraggiato: è il trampolino di lancio per la tappa successiva”, dice Erminia. “Non salire in alto ma salire da soli, come Cyrano de Bergerac, è l’inizio del successo!” I complimenti possono anche riguardare aspetti formali. “Sono attenta al quaderno ben tenuto, alla cartella adeguatamente preparata a scuola e mi congratulo con mio figlio”, spiega Amelia. “Si sforza di prestare attenzione a ciò che sembra essere un dettaglio, ma che è un prerequisito per il successo”.

Adottare un atteggiamento positivo significa favorire tali incoraggiamenti. Maria si vieta di arrabbiarsi: “Preferisco interrompere la seduta, lasciare la stanza e calmarmi, altrimenti Camille piange e si blocca. Posso anche mandarla fuori per cinque minuti per una pausa nel bel mezzo di uno sforzo. Infine, l’umorismo aiuta a sdrammatizzare e a ripristinare la fiducia”. Amelia fa squadra con il figlio: “Leggiamo insieme, facciamo gli esercizi uno dopo l’altro, oppure recitiamo a turno. L’esempio che gli do lo stimola”.

Una parola chiave: la regolarità del lavoro

Come aiutarlo a memorizzare? Ognuno di noi ha il proprio modo di affrontare l’apprendimento. Sapere di avere una memoria più uditiva, visiva o cinestetica ci permette di adattare il metodo utilizzato per “sfruttare al meglio” gli sforzi fatti. “Scoprire il proprio stile”, spiega Jeanne Siaud-Fachin, “significa darsi la possibilità di padroneggiarlo: infatti quando non sappiamo come funzioniamo, subiamo le cose. Inoltre, gli altri, e soprattutto gli adulti nei confronti dei figli, tendono a imporre il proprio metodo”. “Infine, Marina suggerisce di “aiutare il bambino ad anticipare per assimilare bene la lezione. E non appena vengono annunciate le verifiche, l’ideale è dividere il lavoro tenendo conto di questo sovraccarico”. Un ragazzino in difficoltà non sarà in grado di ripassare la totalità di un test di verifica il giorno prima per quello successivo. In sede di revisione, è bene aiutarlo a mettersi nella situazione di essere interrogato: lasciategli immaginare le domande che gli verranno poste e le relative risposte.

Spiega Odile, un ex insegnante che aiuta i bambini da più di 20 anni: “Prima di iniziare un esercizio, si cerca sempre di capire a quale parte del programma si riferisce. Mi assicuro che abbiano capito, e soprattutto imparato, la nuova regola. Una sola lettura non permette al bambino di assimilare abbastanza”. Mentre rilegge le lezioni, sottolinea le parole chiave, stabilisce cartelle, usa e abusa di colori, diagrammi o numeri per aiutare i bambini a capire e memorizzare meglio. “Affinché questi bambini più lenti non perdano la fiducia in sé stessi, insegno loro a riflettere ad alta voce.
Per esempio, durante un dettato, chiedo loro di spiegare la natura della parola, con cosa si accorda o non… Scoprono che il rigore ripaga”, continua entusiasta.

Favorire momenti di riconoscimento

Tutti gli insegnanti sono d’accordo: le revisioni regolari saranno necessarie più che per qualsiasi altro bambino. “Consiglierei ai genitori di compilare regolarmente un piccolo bilancio delle nuove acquisizioni nelle materie principali. Se necessario, un quaderno di supporto sarà dedicato agli esercizi a casa, le regole e le eccezioni saranno riviste insieme”, aggiunge Odile.

“Mi sto appoggiando sui punti di forza di mia figlia”, precisa Maria. “È molto brava manualmente, le faccio fare dei disegni… Le piace molto questo momento speciale quando riesce e dove prende coscienza delle sue capacità. Anche noi, come genitori, abbiamo bisogno di prendere le distanze per credere che sarà in grado di cavarsela”. “Ho fatto teatro con bambini in difficoltà per molto tempo”, racconta Alessia. “Recitando un ruolo, il giovane riacquista fiducia, lavora sulla sua concentrazione e impara ad uscire da sé stesso. È una vera terapia!” Cristina, da parte sua, ha proposto a suo figlio Fiorenzo di prendere lezioni di cucina. “La scuola non funziona; dietro i fornelli, ritrova il sorriso. Ha una pazienza per la pasticceria che mi impressiona. Forse lavorerà in questo campo?”

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genitori e figliscuola
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