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I selfie, un riflesso della nostra personalità?

Gilr - Selfie - Self love

© Shift Drive

Edifa - pubblicato il 14/10/20

Snapchat, Instagram, Facebook... Milioni di selfie vengono condivisi ogni giorno sui social network. Ma cosa dicono veramente queste foto di noi?

di Diane Gautret

Da soli o con gli amici, non smettiamo di fare selfie, sempre e dovunque. Ma siamo davvero consapevoli del significato di questo gesto, divenuto quasi banale? Filosofa e psicoanalista, autore di Je selfie donc je suis (Faccio selfie dunque sono), Elsa Godart lo decifra per noi.

Lungi dall’affievolirsi, l’onda dei selfie sembra crescere… Come possiamo descriverla?

La parola “selfie” è apparsa nel 2002 su un forum online australiano. Ma il suo utilizzo è diventato comune solo nel 2012, prima di diventare un successo mondiale ed apparire nei dizionari. Derivato dal termine inglese self (“sé), si riferisce al fatto di scattare una foto di sé con un oggetto come il telefono, la macchina fotografica o il computer. Dai selfie “su misura”, passando dai selfie rischiosi presi in cima ad altissime torri, da Angela Nikolau, una giovane ragazza russa appassionata di “urban climbing”, ai selfie incessanti che i giovani postano su Snapchat, il selfie fa parlare di sé. Non smette mai di reinventarsi e di mostrare la sua potenza.

Il selfie è emblematico della “nuova era” digitale?

Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo le nostre modalità di comunicazione, ma anche i nostri comportamenti. L’uomo ha un nuovo rapporto con sé stesso e con il mondo. Eppure il selfie postato sui social network in attesa del “mi piace” traduce una serie di domande sollevate dalla rivoluzione digitale: chi sono io che vengo trasformato dal virtuale? L’immagine è una lingua? Posso mettermi in contatto con gli altri?

Nel 2001 sono state scattate 86 miliardi di fotografie in tutto il mondo, la maggior parte delle quali su pellicola e sviluppate su carta. Nel 2012 ne sono state fatte cento volte di più, la maggior parte delle quali digitali, mai sviluppate, ma diffuse sui social network (Facebook, Instagram, Twitter.) Quando ho iniziato a lavorare sul selfie, non avrei mai immaginato di dovermi confrontare con così tante problematiche diverse. Ho scelto di affrontare la questione delle metamorfosi del soggetto, in filosofia e in psicoanalisi.


man selfie on edge of roof of tall building

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Ci sono voluti dei secoli perché l’uomo imparasse a dire “io”. Ci vorranno solo pochi anni perché questo “io” singolare anneghi nell'”egosfera”?

Il selfie non segna una rottura nella percezione del sé in relazione ai secoli passati, ma una metamorfosi, un cambiamento di forma. È il segno di un individualismo esacerbato.

Ecco un breve corso accelerato di filosofia. Tra i greci non c’è soggettività. Perché? Perché non c’è la consapevolezza di sé. Solo il cittadino prevale nel suo rapporto con la città. Le nozioni di interiorità e di introspezione nascono con il cristianesimo, soprattutto attraverso la preghiera, che è un dialogo interiore con Dio. Il primo nella storia occidentale a dire “io” è sant’Agostino nelle Confessioni, anche se rimaniamo in un registro della comunità cristiana. Nel XII secolo, San Bernardo di Chiaravalle, che riprende il tema della grazia e del libero arbitrio, segna un’altra tappa nell’emergenza del soggetto, sia come consapevolezza di sé, sia come possibilità di determinarsi con o senza Dio. Nel XVII secolo, Cartesio, il padre del soggettivismo, afferma: “Penso quindi sono.” Un nuovo salto nel tempo con Husserl, che specifica la necessaria mediazione dell’altro nel rapporto con sé stessi. Infine, diciamo due parole sulla psicoanalisi, che, con l’inconscio, mette in discussione questa concezione del “soggetto cosciente di sé”. Il “sé digitale”, risultante dalla rivoluzione digitale, è a mio avviso la combinazione del sé cosciente (Cartesio) e del sé inconscio (Freud) a cui si aggiunge lo schermo. Senza, naturalmente, questa soggettività “aumentata” che mette in discussione la mia realtà.

L’uomo connesso agli schermi, ma senza alcun attaccamento, alla fine indeterminato e come se fosse spogliato di sé stesso?

Privato di sé, non lo so! Ma è chiaro che l’avvento dello smartphone è pieno di conseguenze: riduzione dello spazio-tempo a favore dell’immediatezza, cancellazione del discorso razionale a favore dell’immagine effimera. Questo rende difficile l’immergersi dentro di sé. L’introspezione richiede tempo, tempo che non è dedicato all’efficienza o alla produttività. Né il regno dell’effimero e dell’evanescente facilitano la riappropriazione del sé sotto forma di una narrazione interiore, di un pensiero costruito, di un questionario filosofico, di un soliloquio. Con i selfie, le nostre esistenze si basano essenzialmente su un’immagine. E a forza di giocare ad essere solo rappresentazioni di immagini, finiamo per essere solo il soggetto delle nostre rappresentazioni.


VENEZUELA

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Per gli adolescenti, il mondo virtuale è una fuga o un mezzo per proteggersi? Permette loro un passaggio graduale all’età adulta o è un freno?

L’adolescenza è caratterizzata da una forte ricerca identitaria (ricerca di modelli, esplorazione di stili di abbigliamento, ecc), mentre i cambiamenti fisici sono spesso difficili da vivere. Il selfie può essere un modo per giocare con le proprie immagini di sé, o essere anche un atto di resistenza, per affermare una singolare identità, in una società iper-normalizzata, dove tutti camminano nello stesso verso. Il virtuale può essere al tempo stesso un mezzo di camuffamento.

L’onnipresenza di schermi con cui crescono i bambini e gli adolescenti può anche favorire un senso di onnipotenza e di impunità. Gli schermi non insegnano né il senso dello sforzo, né dell’impegno nella durata, né della responsabilità. Le nostre azioni non hanno conseguenze su Internet. Inoltre, il neolinguaggio digitale è spesso riduttivo. Le emoticon o le immagini inviate su Snapchat non riflettono l’ampiezza e la singolarità delle emozioni, dell’esperienza, della riflessione. Ma questa non è la loro vocazione. Anche le parole sono limitate, ma permettono una maggiore ricchezza espressiva… Dobbiamo aggiungere che i social network non permettono di creare delle relazioni reali?


KIRILL ORESHKIN

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Lei parla di “fragilità narcisistica”. I genitori non hanno una responsabilità in questo, fotografando costantemente la loro prole?

Spesso quando i genitori fotografano il proprio figlio, non sono più presenti con lui in diretta. Sono nascosti dietro la telecamera. Il bambino, molto giovane, che si vede in una foto, si trova intrappolato dallo schermo e da un’immagine di cui a volte non è ancora consapevole. Diventa un oggetto di trofeo per la gloria dei suoi genitori.

Ancora una volta, non si tratta di condannare tutte le pratiche digitali, ma di inquadrarle, e di nutrire una riflessione che ci rende padroni della tecnologia, anticipando magari conseguenze a cui non avremmo mai pensato. Sono a favore di un’educazione virtuale sia per la generazione “geek” che per gli anziani. Sappiamo porci dei limiti e combinare una cultura della parola scritta con una cultura dell’immagine. Agiamo senza paura, con prudenza, accuratezza e moderazione.

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