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Come prevenire e affrontare il burn-out

MAN STRESS

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Edifa - pubblicato il 13/10/20

Sfinimento e crollo, la malattia del burn-out colpisce tutti. Nel mondo della “performance “, che obbliga al continuo movimento, è ancora possibile evitare questo male del secolo? Ecco alcuni pareri e consigli da parte degli specialisti.

di Anna Latron

Ludovico, 47 anni, si sta riprendendo da un esaurimento. Dopo un congedo di sei mesi per malattia, questo dirigente è entrato in un nuovo dipartimento della banca per la quale lavora da vent’anni. Con meno responsabilità e uguale retribuzione ma con bonus più bassi, la sua nuova posizione, in accordo con i suoi superiori, gli permette di “rimettersi gradualmente in piedi”.

Ancora convalescente, fa uso di antidepressivi e va regolarmente dallo psichiatra. Con lui, cerca di capire come ha fatto ad arrivare a questo punto. Per prima cosa, portando a casa nei fine settimana il suo computer professionale e leggendo le sue e-mail fino a tarda notte; poi, non abbracciando più i figli e rispondendo con tono aggressivo alla moglie… finché non ha “perso il gusto della vita”.

Tuttavia, come un buon padre di famiglia, impiegato entusiasta che non conta le sue ore al lavoro, Ludovico è sempre stato visto come un combattente da chi gli sta intorno. La moglie Lorenza confida “Non avrei mai pensato che gli potesse capitare”.

“Oggi”, deplora lo psichiatra Patrick Légeron, “tutti conoscono almeno qualcuno affetto dalla sindrome di burn-out”. Questo fenomeno non si limita al mondo professionale: si manifesta anche alla madre di famiglia ed alcuni sacerdoti testimoniano una profonda stanchezza che finisce per farli crollare.

Nel suo libro Burn-out: la sindrome dell’esaurimento professionale, Christina Maslach, docente di psicologia all’Università di Berkeley e creatrice del Maslach Burn-out Inventory, (lo strumento di misura utilizzato per diagnosticarlo), descrive il burn-out come “una vera e propria epidemia in molti Paesi”. Quindi saremmo tutti a rischio?

In che modo il burn-out si diffonde nell’ambito professionale?

“Non sono in causa le persone”, considera Christina Maslach, “è il mondo e la natura del lavoro che sono fondamentalmente cambiati”. Anche se questo giudizio può sembrare un po’ semplicistico, tuttavia è difficile tracciare un ritratto della persona predisposta al burn-out, talmente i profili individuati sono diversi.

Secondo il Dr. Philippe Rodet, autore di Liberarsi dallo stress, “prima di cercare le cosiddette personalità a rischio, cominciamo con l’elencare le principali situazioni di stress responsabili di questa sindrome, perché il burn-out è una risposta psico-affettiva dell’individuo confrontato a fattori di stress moderati ma ricorrenti”.

Il burn-out sul posto di lavoro è causato da giornate sovraccariche, da assenza di controllo e di padronanza sulle proprie attività, dalla mancanza di ricompensa e riconoscimento per gli sforzi fatti, l’assenza di coesione del team e il sentimento d’ingiustizia tra i dipendenti.

Nel caso di Ludovico, è stata anche la mancanza di autonomia nel quotidiano e la necessità di “fare sempre meglio con sempre meno” a spingerlo al limite.

Nel suo reparto, continua, decine di persone sono state licenziate in tre anni e nonostante “diverse richieste di aiuto, abbiamo dovuto farne a meno”. Una situazione che si sta diffondendo in un gran numero di aziende: per Philippe Rodet, “la crisi ha aggiunto un ulteriore mole di stress ad una già lunga lista di altri fattori”.

Le tappe che portano allo scatenarsi del burn-out materno

Ciò è anche facilmente riscontrabile nella madre di famiglia. “Una donna che ha molti figli non si ferma un attimo”, insiste l’uomo che ora accompagna i dipendenti che ne soffrono all’interno della struttura Benessere e Impresa.

“Il rischio di esaurimento è evidente”. Violaine Guéritault, psicologa terapeuta e autrice del libro La stanchezza emozionale e fisica delle madri: il burn-out materno, ha applicato il modello stabilito da Christina Maslach alle madri.

“Troviamo le stesse tre fasi che portano allo scatenarsi del burn-out”, sottolinea. Per prima cosa c’è l’esaurimento emozionale: a forza di darsi e di essere disponibile a tutti, la mamma finisce per esaurirsi e, per far fronte a tutte le richieste, attingerà al suo capitale energetico. Violaine Guéritault, lei stessa madre di famiglia esclama: “ma questo non è inesauribile!”.

Il primo segno di esaurimento materno è “esclamare: “Non ce la faccio più!”, appena giù dal letto al mattino”, riassume la psicologa. Tuttavia, una madre, a differenza di un dipendente, non può prendersi qualche giorno di vacanza o licenziarsi. Prosegue “Per resistere, si metterà in “stand-by” emozionale”, e questo è lo stadio della presa di distanza.

“A volte sono indifferente a ciò che potrebbe accadere ai miei figli”, testimonia Stéphanie Allenou nel suo libro Madre esausta. Se uno di loro inciampa, invece di correre per afferrarlo […] non reagisco.” Poi arriva la fase della svalutazione di sé.

“Mi sento completamente estranea a me stessa e in totale discrepanza con la mia idea di madre “abbastanza brava” “, scrive questa madre di tre bambini piccoli, che ha deciso di scriverci, dopo alcuni mesi difficili.

Alcune persone, più di altre, sono a rischio di diventare vittime del burn-out

Alcuni profili di madre sono più colpiti di altri dall’esaurimento: in prima linea ci sono le mamme sole, ma anche quelle che idealizzano molto la maternità. Violaine Guéritault sottolinea “Non raggiungeranno i loro “obiettivi” e saranno più facilmente deluse da loro stesse”. E le madri casalinghe? “Più isolate e meno riconosciute dal mondo esterno, corrono alcuni rischi. Per quelle che lavorano, il rischio è di sovraccarico e di mancanza di controllo, infatti non è facile sentirsi padrona della situazione quando il proprio figlio ha 38° di febbre e devi andare al lavoro”, sottolinea la specialista.

Che sia madre o meno, la vittima del burn-out è prima di tutto “una persona molto impegnata, molto seria”, osserva Philippe Rodet, che riprende l’idea sviluppata già nel 1974 dallo psicoanalista americano Herbert J. Freudenberger, creatore del concetto di burn-out.

Egli riteneva che alcune persone, più di altre, sono a rischio di essere vittime di questa sindrome, in particolare, le persone esigenti e con un ideale alto, legato alla missione che svolgono. Secondo Davor Komplita, psichiatra svizzero e specialista dei disturbi legati al lavoro, questa esigenza riguarda soprattutto i quarentenni e i cinquantenni, perché “hanno integrato i valori del lavoro dove è in gioco la loro dignità. Il mio ruolo è quello di aiutarli a prendere le distanze da questa nozione di lavoro ben fatto che non possono più raggiungere”.

Quelle piccole cose che possono aiutare a prevenire il burn-out

“Anche noi sacerdoti siamo nello stesso calderone!” esclama Padre Joel Pralong. Dieci anni fa, ha avuto un leggero esaurimento. Dopo una fase “euforica” durante la quale non sentiva più la stanchezza, arrivando fino a scrivere notti intere, è crollato. “Mi era rimasto un solo desiderio: essere da solo e dormire… Ma non riuscivo più a trovare sonno”, testimonia. Con l’aiuto di farmaci e dopo diverse settimane di riposo forzato, è riuscito a rimettersi in piedi… e a mettersi in discussione.

“A differenza dei dipendenti di un’impresa, non subivo pressione, ma non sapevo dire di no”, analizza. “Di conseguenza, vivevo a 200 all’ora. Mi sono detto: “Non bisogna ascoltarsi”, “È la chiamata del Signore”. Ma il Signore ha bisogno di uomini sani e in piedi per aiutarLo! Non ci chiede di ammalarci portando avanti la nostra missione, ma di discernere ciò che è necessario da ciò che è superfluo”.

Da allora ha smesso di darsi “buone ragioni spirituali per fare sempre di più, legandosi alla legge del perfezionismo”. Il suo consiglio ai fratelli sacerdoti è di fare attenzione a mettere il sacerdozio al giusto posto. “Siamo dei canali per la grazia divina. Non permettiamo alla nostra coscienza di accusarci di non fare abbastanza”.

Un perfezionismo sottolineato anche da Anselm Grün, il famoso monaco scrittore, che accoglie dei sacerdoti esausti per delle cure di riposo nel suo monastero bavarese. “Se attingo da una fonte intorbidita dal perfezionismo, spreco le mie energie per essere conforme a ciò che ci si aspetta da me”, nota in modo filosofico. Una tentazione che non risparmia la madre di famiglia: “Questa è intimamente legata all’immagine della madre perfetta ampiamente trasmessa dalla società”, sottolinea Violaine Guéritault.

Per ridurre la tensione tra un ideale elevato e la realtà, consiglia ad ogni madre di chiedersi: “Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere se non stirassi, se non cucinassi stasera, ecc?”. Una domanda facilmente trasponibile all’impiegato scrupoloso o al prete eccessivamente perfezionista…

Situazioni psicologiche che, per Philippe Rodet, spiegano perché queste persone sono fragili di fronte al burn-out. “Tuttavia, se sapessimo come motivarli e premiarli per il loro lavoro in un momento in cui hanno dato molto, potremmo evitare molti drammi”. Ringraziare il sacerdote per le sue omelie, congratularsi con un subordinato per un progetto, ringraziare la propria madre o moglie dopo la cena: sono gesti facili e banali. Pensiamoci!

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