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Come acquisire quella semplicità che le Beatitudini esaltano?

apid | Depositphotos

Edifa - pubblicato il 03/10/20

La semplicità non è né austerità né frustrazione. In fondo, si tratta di distinguere i propri veri bisogni dal lusso superfluo del nostro quotidiano. Fare questo discernimento è un vero e proprio compito spirituale.

di Florence Brière-Loth

Negli ultimi vent’anni circa è emersa gradualmente la consapevolezza che il consumismo non porta alla felicità, ma che è necessario riscoprire la semplicità. Questa consapevolezza per alcuni è nata dal desiderio di proteggere il pianeta sul quale viviamo e per altri da una reale preoccupazione per la vita interiore. Nel mondo esistono dei movimenti che vogliono sostenere la semplicità e la sobrietà, in opposizione al “sempre di più” della società dei consumi. Propongono delle iniziative come un “anno senza” TV, un “anno senza” shopping, un “anno senza” macchina. Ma per alcune persone, semplificare la loro vita per arrivare all’essenziale sembra un compito troppo arduo e astratto. Eppure non c’è niente di complicato in questo modo di vivere.

La semplicità non è né austerità né frustrazione

Armelle, trentenne, tre figli, è stata sensibilizzata alla sobrietà grazie agli scout. Lei e suo marito hanno scelto di vivere in campagna per avere contatti semplici. Crescono i loro figli in mezzo alla natura, comprano vestiti di seconda mano e tra vicini condividono verdure e frutta dell’orto. “Non abbiamo la televisione, e questo ci permette di vivere delle vere e proprie serate in famiglia o culturali. Ripariamo i nostri elettrodomestici di modo che durino più a lungo, e trascorriamo sempre le nostre vacanze in montagna, vicino a casa. È una scelta.” La sua lotta contro lo spreco si espande in ogni campo: ridurre i tragitti in macchina, pianificare gli acquisti in anticipo per evitare gli acquisti compulsivi. Inoltre, con le sue amiche, Armelle ha istituito i “giorni dei doni”: mette tutti gli oggetti inutili della sua casa in giardino e chiunque può venire e servirsi gratuitamente. “Mi libero dal disordine per volgermi verso l’essenziale: l’amore e il servizio. Per non parlare della gioia.”

La semplicità non è né austerità né frustrazione, ma “la scelta di un ascetismo, uno stato d’animo che consiste nel gustare più l’essere che l’avere”, dice Isabelle, dottoressa ed esperta di semplicità. Non si tratta di coltivare la povertà per amore della povertà, ma piuttosto una forma di distanza dai beni materiali di cui Dio ci ha fatto amministratori. Più concretamente, vivere nella semplicità significa imporsi delle restrizioni”, dice Cyrille Court, un pastore protestante. Si tratta di rinunciare alle cose superflue e di imparare ad accontentarsi di ciò che è importante ed essenziale. Ecco le parole chiavi: rinunciare ed accontentarsi, che sono i due lati della semplicità. Viverla non è senza dolore, ma stranamente non è neanche senza felicità, se crediamo alle parole di chi la pratica.

Ma da dove viene questa chiamata? Le risposte sono diverse. Alcuni hanno scelto di proteggere il pianeta e di astenersi da qualsiasi inutile traccia di CO2. Altri si avvicinano agli antichi saggi per trovare la pace, una qualità dell’essere, lontano dalle sirene del mondo. La prospettiva cristiana va oltre; la semplicità è ricercata soprattutto per fare spazio all’amore: amore per Dio, per gli altri e per sé stessi. Tutti i cristiani sono chiamati a distaccarsi, se crediamo a San Luca (14,25): questo per uno significa vendere tutto e seguire Cristo; per un altro, condividere i propri beni, dare del proprio tempo o dei propri talenti. Ma concretamente, come arrivare all’essenziale?

Entrare in un processo di semplicità

Il primo passo verso la semplicità è la consapevolezza che il benessere accaparra i nostri pensieri e finisce con l’allontanarci dal Signore. Nella nostra società benestante, riuscire a liberarsi dalle incitazioni costanti a consumare è una vera e propria di resistenza. “La nostra società funziona sulla frustrazione programmata”, osserva Pierre. Uscirne significa fermarsi un attimo per riflettere su come gestiamo i nostri beni e per mettere un freno alla febbre dell’acquisto. Entrare in questo processo verso la semplicità, ci costringe a porci alcune domande essenziali. “Qual è il valore delle cose? È davvero utile?”, si chiede Pierre prima di comprare qualcosa.

Questo ingegnere, padre di famiglia, dice di essere perseguitato da queste parole di San Giovanni Crisostomo: “Il pane che si spreca nella tua casa spetta all’affamato; le vesti che sono nel tuo baule spettano al nudo”. Questo è qualcosa a cui tutti possiamo pensare, soprattutto nel modo di ricevere gli ospiti per una cena, un matrimonio, o una celebrazione di qualunque tipo: evitiamo l’eccesso, l’esibizione indecente di un lusso superfluo che soddisfano la vanità ma che possono scandalizzare e ferire alcune persone. È perfettamente possibile di ricevere bene, con semplicità.

Liberarsi dai dettami della società

Seconda tappa: liberarsi dalla pressione della società con i suoi dettami professionali e sociali. Lavorare di più per guadagnare di più, moltiplicare gli hobby, essere sotto i riflettori, concentrarsi sul proprio sviluppo personale, tutte cose che spesso facciamo a scapito di coloro che ci circondano e della nostra pace interiore. Siamo liberi rispetto al modello sociale, rispetto agli altri?

A poco a poco, questa riflessione sulla semplicità ci porta a rivedere le nostre priorità. Pierre ha deciso di lavorare l’85% del tempo per solidarietà con i disoccupati. In questo modo può aiutare delle associazioni e fare escursioni in montagna. Per quanto riguarda Sophie, invece, all’età di 45 anni, ha lasciato il suo lavoro di ricercatrice per diventare cappellana di un ospedale e lavorare alla reception di un centro per coloro che cercano lavoro. Isabelle ha messo tra parentesi la sua professione per dieci anni per crescere più tranquillamente i suoi figli e per partecipare alla vita associativa del suo paese. Stephane e Marie rifiutano “le uscite troppo mondane da cui si esce con la sensazione di aver perso una serata” e privilegiano le cene informali con gli amici… Questo tempo libero offre anche il vantaggio di essere più disponibile per la famiglia, gli impegni di volontariato e le amicizie autentiche.

Fare un po’ di vuoto dentro di sé per lasciare più spazio a Dio

La tappa finale è quella di liberarsi da sé stessi. Più è grande lo spazio dentro di noi, più Dio può occupare spazio in esso, se siamo disposti a rinunciare a noi stessi. Il nostro cuore è complesso. A volte non abbiamo la sensazione di essere schizofrenici, sballottati tra le nostre aspirazioni più profonde e le derive del nostro amor proprio? Tirata da parti opposte, la nostra vita si complica e perde la sua trasparenza. Il cuore e le labbra diventano doppie. Gli occhi si offuscano, le maschere si moltiplicano.

Con l’immagine dei gigli del campo, il Signore ci invita a mollare la presa e a preoccuparci solo del Suo Regno. È necessario abbattere i ruoli che abbiamo creato per noi stessi e questo implica di poter accettare di poter perdere il controllo, evento temibile, ma che sarà tanto meglio supportato quanto più saremo flessibili. Questa è la via dell’infanzia spirituale che Gesù ci indica: vivere come un bambino, incosciente di sé stesso, traboccante di fiducia. Il bambino non teme, ma si meraviglia.

“Quando siamo nell’opulenza, nella corsa, siamo accecati, non vediamo più i doni che Dio ci dà costantemente”, nota Isabelle. “È un incanto vedere l’alba; in campagna ritrovo la lode, e il mio cuore si calma”. Più siamo semplici, più ci avviciniamo a Dio. Ma è vero anche il contrario: “Più ci avviciniamo a Dio, più siamo semplici”, come diceva Madre Fébronie, sotto priora del Carmelo, a santa Teresa del Bambin Gesù. La semplicità è un fine, l’obiettivo del viaggio. È davanti a noi, tra le braccia del Padre che ci aspetta. È un dono di Dio che ci trasforma. La semplicità è al di là delle nostre complicazioni, perché ne è la guarigione.

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