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Accettare la nostra stanchezza è un atto di fede

SAD WOMAN,

fizkes | Shutterstock

Edifa - pubblicato il 15/09/20

La combattiamo, non la ascoltiamo, la trascuriamo. Spesso non amiamo la stanchezza a causa dei nostri sensi di colpa. Eppure, ammettere di essere stanchi è tutt’altro che una debolezza.

di Jeanne Larghero

Le giornate al lavoro si susseguono, così come le attività, le spese e gli appuntamenti. Riempiamo tutte le caselle delle nostre agende e di quelle dei nostri figli. Trovare delle brevi pause è sempre difficile, ma dobbiamo prendere questa decisione poiché il riposo non è un lusso, ma una necessità.

Tutta via, quando desideriamo giustificare il nostro bisogno di riposo, lo facciamo spesso in una logica di produttività: “Mi riposo un po’ per essere più efficiente dopo” oppure “un pisolino e via, sono di nuovo in forma. E credetemi, mentre risposo, continuo a riflettere”.
Ma ricordiamoci che il riposo non è una debolezza!

Riposare significa rinunciare all’illusione d’onnipotenza nella nostra vita

Il nostro bisogno di riposo è un fatto biologico, ma ci ricorda che le nostre opere vanno al di là noi. In famiglia e nell’ambito educativo, così come con tutti coloro che collaborano con noi, non abbiamo a che fare con delle macchine che dobbiamo far funzionare, ma con delle persone. Riposare significa che sappiamo rinunciare all’illusione d’onnipotenza nella nostra vita e su coloro che, di fatto, dipendono da noi.

Riposarsi, quindi, è riconoscere anche la libertà di coloro per i quali lavoriamo: “Ho lavorato per te, ma non sei il risultato di quel lavoro, come una macchina che uscirebbe dalla catena di montaggio. Tu sei libero, sei capace di più di quanto io possa immaginare, puoi superare i miei pronostici, andare verso delle vie che non avevo previsto, anche più lontano di tutto quello che ho fatto per te”.

Aprirsi all’opera di Dio

Allora perché ci sentiamo spesso obbligati a giustificarci quando facciamo una pausa? Abbiamo l’impressione che mentre dormiamo, tutto è lasciato al caso. Ci sentiamo in colpa nel vedere gli altri al lavoro, nel vederli far funzionare la grande macchina del mondo senza il nostro aiuto. Come se tutto fosse in nostro potere…

“Mentre dormo, in me e negli altri si crea un’opera che non dipende solo da me. Ovviamente, è un po’ umiliante: “Ho sonnecchiato un po’, chiunque può farlo, non c’è niente di cui vantarsi”. Ma significa aprirsi all’opera di Dio e interiorizzare che, appunto, non siamo soli. E significa farlo capire agli altri: “Se dormo, se stacco la spina, anche in pieno giorno, non ti lascio solo, credimi”.

Coloro di cui siamo responsabili non sono sotto il nostro controllo, ma nella mano di Dio, hanno bisogno di saperlo, ed è per questo che è un bene che ci vedano staccare. Riposarsi non è un atto di debolezza, ma un atto di fede, in Colui che ha fatto sprofondare Adamo in un sonno profondo, da dove è venuta Eva, attraverso la quale la Creazione conosce il suo compimento. E solo allora Dio vide che “tutto questo era buono”.

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