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La vera felicità non si trova in una vita perfetta

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Konstantin Tronin | Shutterstock

Edifa - pubblicato il 30/08/20

Alla sua morte, il cristiano spera di trovare la felicità perfetta in Paradiso. Ma come vivere felici, qui e ora, in mezzo al deserto e alle tentazioni, in un mondo ferito dal peccato?

di Olivia de Fournas

“Il Signore ci ha messo in questo mondo meraviglioso per essere felici e goderci la vita” disse Robert Baden-Powell, fondatore del movimento mondiale dello scoutismo, nel suo ultimo messaggio agli Scout. Nel Giardino dell’Eden l’uomo viveva in comunione con Dio e con la natura e quindi, alla sua morte, il cristiano spera nel Paradiso e di ritrovare questa felicità originaria. Ma come possiamo vivere felici, qui e ora, in mezzo al deserto e alle tentazioni, in un mondo ferito dal peccato?

Tre chiavi per essere felici

Secondo lo psicoterapeuta Thomas d’Ansembourg, la condizione principale per la felicità è quella di accettarsi così come si è stati creati, con le nostre qualità e i nostri difetti. Spetta poi a ciascuno, secondo la propria vocazione (direttore d’azienda, genitore, persona consacrata) imparare a conoscere i propri bisogni fondamentali e in questo modo, sarà più semplice osare essere sé stessi. È necessario inoltre accogliere la vita con i suoi imprevisti e i suoi incidenti.

La felicità non arriverà domani, quando uno dei vostri progetti sarà stato portato a termine, ma è importante che trovi il suo posto nella vita di tutti i giorni. Perché delle persone malate o sole riescono a conservare la loro gioia di vivere? È vero che non è dato a tutti di “accettare con gratitudine le spine unite ai fiori”, come scriveva santa Teresa del Bambin Gesù nella sua poesia “La Gioia”. Ma è possibile non ribellarsi a ciò che succede, non lasciarsi intrappolare in identificazioni con il cancro, la vedovanza o la sfortuna.

Il secondo punto importante è la “dipendenza dallo sguardo altrui”, la droga che Thomas d’Ansembourg sostiene essere quella più comune tra i suoi pazienti. “Vuoi essere gioiosamente te stesso o faticosamente conforme alle norme?” chiede spesso. Conformarsi agli standard mondiali fornisce solo un fugace falso piacere poiché la gioventù passa e le performance intellettuali declinano. Eppure, quanti sognano di vincere alla lotteria, di essere ricchi, amati, di essere “qualcuno” (come se non fossimo nessuno quando non siamo riconosciuti). E se la gioia stesse nel rinunciare alle istigazioni della società del consumo?

Conoscere la felicità non significa conoscere una vita perfetta

È importante lasciarsi alle spalle l’idea che la felicità dipenda dalle circostanze. Prima o poi, arrivano le prove, la morte, un handicap, una crisi di coppia. Come rispondere a queste situazioni? Smettendo di credere in Dio? Incolpando il mondo intero? Lasciando il marito o la moglie? La domanda da porsi è piuttosto: “Come possiamo avvicinarci all’incanto della vita, piuttosto che aggravarne il suo dolore”, secondo Thomas d’Ansembourg. Tanto più che una prova può farti crescere. Fare il lutto di un coniuge o di un genitore “ideale” è l’inizio di ogni vita felice.

Conoscere la felicità non significa conoscere una vita perfetta, o una vita senza rischi. La felicità non è una destinazione, ma un viaggio quotidiano. Inoltre, la felicità non è una questione di caso o di destino, ma un atto di volontà. Così come non ha senso lottare contro il passare del tempo, non ha senso aspettare che la vita sia più indulgente. Quante persone puntano alla fine della settimana o alla pensione per essere felici? Questo stato d’animo ci mantiene nell’amarezza, e traspare nel linguaggio. È così che utilizziamo parole pessimistiche e dei giudizi perentori che autoproducono tristezza. Possono avvertirci di uno stato d’animo che deve essere cambiato. Lo psichiatra Michel Lejoyeux offre un semplice trucco per scacciare efficacemente le emozioni negative: il sorriso.

Tuttavia, se alcuni consigli possono aiutarci a diventare felici, l’allenamento può essere fatto su vari fronti e può assumere la forma di una lotta interiore. L’ambizione di diventare felici, e quindi migliori, può svilupparsi dopo aver individuato le nostre cattive abitudini. Quali ambiti meritano di essere purificati dal mio pessimismo? È la ricerca del potere, dei possedimenti, degli attaccamenti emotivi? Poiché la felicità è un’arte di vivere, può anche risiedere in questa ricerca per ottenerla, non come un obiettivo in sé, ma per riuscire ad amare meglio.

E se non avessi l’amore…

Anche amare gli altri fa parte dell’operazione “felicità”. “Se non avessi l’amore, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” dice San Paolo. È necessario tuttavia trovare il posto giusto per l’amore. Chi è l’altro per me? È come mio fratello o serve soprattutto a colmare le mie mancanze? Come posso contribuire alla sua felicità?

Thomas d’Ansembourg sostiene un’”ecologia relazionale” per coltivare delle relazioni autentiche. Schivare le persone tossiche non significa proteggersi da loro, tanto più che la loro presenza a volte si rivela inevitabile. Ma sapersi circondare di persone positive contribuisce ad un clima di pace e di benevolenza di cui l’anima ha tanto bisogno per poter fiorire. Non a caso i genitori sorvegliano le compagnie dei loro figli. È la stessa lotta per il nostro rapporto col mondo: nella marea di informazioni d’attualità è necessario stare attenti alle buone notizie, è una questione di “igiene di coscienza”, analizza lo psicoterapeuta, che ci invita a prenderci cura di ciò che sentiamo e di ciò che guardiamo.

“Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28). Non sono forse i più felici coloro che hanno rinunciato a loro stessi e si sono abbandonati nelle mani del Padre? Radicati alla sorgente della Vita, la loro gioia diventa inesauribile e le loro lotte vengono trasfigurate. Condividere la gioia del Signore è la strada più sicura per ottenere la felicità.

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