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L’arte di lamentarsi senza farsi detestare dagli altri

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© fizkes

Edifa - pubblicato il 09/08/20

Mal tempo, troppo lavoro, lo schermo del cellulare che si è rotto, un pacco postale che ancora non arriva... Ogni giorno che Dio ci manda troviamo sempre mille buoni motivi per brontolare: ma a dosi troppo elevate, queste lamentele diventano insopportabili per chi ci circonda. Eh sì, sapersi lamentare quando serve senza rendersi insopportabili è un'arte!

di Jeanne Larghero

Caro amico brontolone, ecco una buona notizia: la tua fonte di ispirazione è inesauribile. Perché la vita in famiglia, al lavoro, con gli amici, insomma la vita tout court, è una macchina inarrestabile di problemi continui, ma il punto è trovare qualcuno con cui lamentarsi. Un bambino piagnucoloso ha già difficoltà a trovare un orecchio comprensivo, immaginate un adulto…

È già difficile sfogarsi con i propri cari, ancor di più con chi ci è più vicino, il marito o la moglie. Volevamo solo lamentarci dello stato del giardino, ed ecco che l’altro parte immediatamente per riparare il motore del tosaerba… ma non cercavamo una soluzione immediata! Prima abbiamo bisogno di lamentarci, di dire cosa c’è che non va, il perché e in che modo, e così ci si ritrova con un sacco pieno di lamentele e di pesi da portare.

Dalla lamentela…

Da qui l’importanza dell’amico capace di ascoltare, con cui ci si può lamentare del cambiamento climatico senza che si precipiti sul sistema di irrigazione automatica. Ma lamentarsi con il marito o la moglie, o peggio, con i figli, di tutte le loro mancanze reali o presunte e di come va il mondo non serve a molto, poiché nella lamentela è implicito questo messaggio: “Da voi dipende il mio destino.”

Ma l’altro non è il padrone del nostro destino, non dobbiamo fargli portare questa responsabilità, e mantenerlo nell’illusione di essere onnipotente. Ecco, in definitiva, la cattiva notizia, colui che è perpetuamente indignato è deprimente e contagioso e suscita nell’altro il desiderio di fuggire, finendo per fare il vuoto intorno a sé.

… alle “Lamentazioni”

Per fortuna Dio ci conosce molto bene e se abbiamo bisogno di lamentarci è pronto ad accogliere le nostre insoddisfazioni, sia piccole che grandi. Abbandoniamo la lamentela e osiamo fare una vera “Lamentazione”, tratta dal cuore dei Salmi.

Piangere: “Dal profondo a Te grido, Signore” (Sal 129, 1), dirGli:”Il mio destino dipende da Te” (Sal 15, 5b), in realtà non è caricarLo di recriminazioni, ma è farGli una dichiarazione d’amore. Invece di rompere le scatole a tutta la famiglia con inutili piagnistei, tanto vale fare l’assalto a Dio stesso. Il Cuore di Gesù è di una dolcezza inestinguibile, ed Egli ci ascolterà fino alla fine senza alzarSi a cercare la pratica mentre parliamo.

Chi è passato dalla Croce prende sul serio il grido di chi si sente impotente, stanco, solo o abbandonato. Questo tempo trascorso con Gesù Risorto ci restituisce la gioia e ci permette di cantare di nuovo: “Hai trasformato il mio lutto in danza” (Sal 29, 12). Abbandoniamo la lamentela per passare alla bellezza dell’arte delle Lamentazioni, quelle che ci introducono alla lode: “La mia parte è la mia delizia, ho anche la più bella eredità” (Sal 15, 6). Gioia contagiosa garantita!

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