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Sant'Antonio Maria Claret

Dobbiamo fuggire il successo?

woman, success

© Syda Productions

Edifa - pubblicato il 13/07/20

Il successo può dare alla testa e portare a rinnegare i valori del Vangelo. Dobbiamo fuggirlo sistematicamente per rimanere dei buoni cristiani? Non necessariamente, ma a condizione che si prendano alcune precauzioni.

di fra Thierry-Dominique Humbrecht

La nostra società pretende di costruirsi col successo. Moda, bellezza, giovinezza, produttività, sondaggi, consenso, mediatizzazione e cultura resa asettica sembrano essere diventati gli unici criteri degni dell’interesse pubblico. Per questo motivo, il successo subisce il contraccolpo alla sua gloria: in realtà, sarà forse un falso amico, il Giuda dei talenti ricevuti?

Essere “nel mondo” ed essere “del mondo”

Ci sono due ragioni che si evincono nel vangelo che invitano a prendere le distanze dal successo. La prima viene dallo scontro di Gesù con il Diavolo durante le tentazioni nel deserto (Mt 4, 1-11). Il principe di questo mondo promette al Re dell’universo il dominio su tutti i regni del mondo, se Lui accettasse di prosternarsi e di adorarlo. È chiaro che il potere umano è il luogo di una battaglia spirituale contro chi sembra darlo in cambio di un’anima venduta. La seconda ragione, che comprende e spiega la prima, è la distinzione che Gesù fa tra l’essere “nel mondo” e l’essere “del mondo”.

Questa distinzione è ben lungi dall’essere astratta. Sappiamo tutti che richiede scelte radicali in ambito professionale, sociale, familiare e spirituale. Ci sono criteri per dirigere la propria vita che vengono da Dio, e ci sono criteri che dipendono dal mondo, inteso nel senso sbagliato. Non dobbiamo temere di dire che le lotte spirituali più acute sono nel momento di queste scelte: come vivere le relazioni affettive, il fidanzamento e persino il matrimonio? Come condurre la carriera e la vita familiare? C’è veramente un tempo dedicato alla preghiera nella vita personale, nella nostra vita familiare, forse anche nella vita sacerdotale? La pietra d’inciampo, alla fine, sarà il tempo libero e quello delle vacanze. Cosa diventa la mia domenica cristiana quando si va a letto tardi dopo una serata con gli amici e il giorno del Signore quando si va in vacanza al mare? Così, il mondo allontana da Dio, ed il successo può avere una connotazione negativa.

Devo immedesimarmi nella parte del “loser”?

Se dunque, in nome del Vangelo, non dobbiamo cercare il successo secondo i criteri del mondo, dobbiamo allora rassegnarci ad un fallimento ordinario o ad assumere la mediocrità? No, neanche il fatto di fallire o di limitarsi a conquiste a “basso costo” sono segni di salute evangelica ed ecclesiale. “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19). Gesù ci invita ad una certa grandezza d’intenti, proprio perché l’evangelizzazione si fa con i Suoi mezzi, non con i nostri. Certo, la grazia è invisibile e lo rimane. Ma l’umiltà e la legittima ricerca della vita nascosta non devono essere un pretesto per la dimissione, la pigrizia o peggio, per la mancanza di immaginazione e di magnanimità spirituale. La verità evidente è che perdere non è un segno di successo, ecco perché dobbiamo rifiutare di entrare nella parte del loser!

Certo, i santi, per non parlare di Gesù stesso, ci ricordano che i mezzi di Dio non sono quelli del mondo, che il bene non fa rumore, che l’essenziale è invisibile agli occhi, ecc. Resta il fatto che l’intellettuale San Tommaso d’Aquino osava pubblicare le sue opere, invece di lasciarle marcire nella soffitta del suo convento; che San Giovanni Bosco otteneva sussidi da un ministro anticlericale allora molto potente; che la piccola Teresa, che desiderava le vocazioni più improbabili, ha scritto un capolavoro! I mezzi di Dio passano attraverso il segreto dell’anima e attraverso la rinuncia personale e comunitaria alle seduzioni del mondo, ma non disdegnano di agire, su larga scala e secondo mezzi idonei, in questo stesso mondo.

Attenzione ai rischi di deriva

Un cristiano non è quindi destinato a fallire con il pretesto di essere cristiano, né un apostolo al silenzio e all’inerzia con il pretesto di essere un apostolo, né alla mediocrità con il pretesto di essere umile. Ovviamente, la differenza si capisce nella verifica dei mezzi utilizzati secondo quattro criteri: la Croce, la Chiesa, la preghiera, il discernimento, non si scappa da quest’opera di verità. C’è l’orgoglio e la volontà di riuscire, facili da dichiarare e da denunciare, ma rimangono poco interessanti da analizzare: infatti l’orgoglio si vede e la vanità rende ridicoli.

C’è un pericolo più sottile, che è quello di attaccarsi al personaggio costruito con il successo in cui la persona si ritrova intrappolata. Ben presto si prende l’abitudine di essere lodati, al centro di tutto, di esercitare la seduzione o l’autorità, di essere in definitiva l’unico principio di pensiero e di azione di un intero gruppo umano, anche quando è per una buona causa. In primo luogo si è al servizio della persona, in secondo luogo si viene cannibalizzati dal personaggio che si è diventati. L’inventore si identifica con l’opera, l’essere con l’apparenza, lo spirituale con lo Spirito Santo. Il rischio di andare alla deriva è tanto maggiore quanto più in apparenza nulla è cambiato. Semplicemente, ciò che era forte diventa duro, ciò che era brillante pacchiano, ciò che era unificante diventa unico, l’intuizione è fedele solo a sé stessa, ciò che era uno stile è diventato banalmente evidente.

Per difendersi da tale indurimento e per far crescere il proprio successo secondo Dio possono essere sufficienti dei mezzi molto semplici, che dipendono da delle mediazioni necessarie. In teologia, le mediazioni della grazia sono: Cristo, la Chiesa, i sacramenti, essi realizzano e distribuiscono la grazia. Nel senso comune, una mediazione è una relazione, con un testimone e a volte con un giudice, insomma un incontro faccia a faccia.

Bisogna osare mettere in gioco i propri talenti

In definitiva, non c’è da diffidare del successo. È di per sé l’espressione di un talento riconosciuto, e non dobbiamo dimenticare il trattamento eccezionalmente severo che Gesù riserva al servo che aveva sepolto il suo talento (Mt 25, 26-28). Bisogna quindi mettere all’opera le proprie belle doti! Ma come per tutto, il modo di possederli e anche di offrirli deve essere purificato. La sola voce della coscienza non basterà, uno sguardo esterno, amichevole ed esigente, ma sufficientemente diverso da sé, dovrebbe essere in grado di mantenere l’equilibrio spirituale, morale e persino mentale ma, in ogni caso, bisogna osare. Si può avere ambizione, ma intesa nel senso del desiderio di fare cose belle e grandi per Dio e secondo Dio.

Invocheremo il fallimento come prova ultima del successo? Bisogna saper vivere un fallimento. Si può imparare e non è facile, ma nulla è più proficuo e più vero che integrare un fallimento in un successo complessivo, e arrivare a questo sguardo positivo, guardando a un periodo più lungo, a una visione più ampia, forse a tutta la vita, a prospettive sempre più alte, fino alla vita eterna.

Il fallimento momentaneo fa parte di una vita di successo, ma attenzione: un veleno temibile può insinuarsi nella lezione del fallimento (di cui dobbiamo umilmente approfittare), quello della cecità e della giustificazione dell’ingiustificabile, considerando in tal modo il fallimento come un segno della volontà divina e che tutto è andato bene!

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