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Santi Simone e Giuda

Come riconoscere i segni della presenza di Dio nella propria vita?

WOMAN AT THE WINDOW,

Dubova | Shutterstock

Edifa - pubblicato il 24/06/20

di Maryvonne Gasse

Se Dio interviene nella nostra vita, come possiamo essere sicuri che sia Lui ad agire e non una nostra proiezione? Ecco la risposta di padre Olivier-Marie Rousseau.

Cos’è un segno?

Il segno è una realtà visibile che rinvia ad una realtà invisibile. E l’uomo, che è allo stesso tempo corporeo e spirituale, ne ha bisogno per comunicare. Ad esempio, la natura, per la sua bellezza, varietà, complessità, può suscitare uno stupore che può portare a porsi delle domande, fino a riconoscere l’esistenza di un Dio Creatore. Questo non impone la fede, ma dispone il cuore all’adorazione. È un atteggiamento naturale, che non è ancora quello della fede, ma che è necessario per la fede perché la grazia non sostituisce la natura.

Nell’ordine soprannaturale, quali sono i segni che possono suscitare la fede?

Nel Vangelo secondo San Giovanni, il primo segno che Cristo opera è il miracolo di Cana: su richiesta della Vergine Maria, Egli trasforma l’acqua in vino. In questo modo Egli dà un segno che attesta che Dio ascolta la nostra preghiera e vi risponde in sovrabbondanza, infatti il vino è migliore! Dio è più grande del nostro cuore e, durante il suo ministero pubblico, Cristo moltiplica i segni (guarigioni, esorcismi, risurrezioni) per svegliare la fede e condurci al mistero pasquale, il segno per eccellenza senza il quale “vana è la nostra fede” (1 Cor 15,17). Cristo dona gratuitamente e si aspetta una risposta libera.

Come?

Quando Gesù moltiplica i pani (Gv 6,12-15), dà un segno di potenza che seduce le folle a tal punto che vogliono “farlo re”. Ma Gesù fugge perché non vuole lasciarsi prendere nelle loro categorie. Dice loro: “Lavorate per il cibo che dura per la vita eterna”. E la folla gli chiede: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo?”(Gv 6,30). Gesù risponde senza schivare la loro domanda, ma invertendo la loro logica: “Io sono il Pane della Vita” (Gv 6,35). Dandosi come tale, propone ai discepoli di passare dalla realtà visibile (i pani che riempiono le ceste) al mistero “Pane della vita” attraverso il quale Egli si identifica. Ma è una parola troppo “difficile” per lo spirito, dice il Vangelo ed alcuni seguiranno, altri fuggiranno.

Esistono altri segni più sensibili, più accessibili?

Oltre al sacramento dell’altare, ci sono i poveri, “nostri maestri” come diceva san Vincenzo de’ Paoli. Sono segni della povertà del Presepe e della Croce, ma ad una condizione: che la nostra generosità non si riduca ad un semplice impegno umanitario. “Se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi gioverebbe.” (1 Cor 13,3). Affinché il segno sensibile diventi significativo di Cristo, deve essere mosso dalla grazia.

Dio può intervenire direttamente nella nostra vita?

Certamente! Per esempio, un incontro improbabile che cambia il corso della mia vita e apre porte inaspettate, senza alcun volontarismo da parte mia, o una certezza interiore che si impone e si ripete per lanciare un’iniziativa abbastanza realistica da non essere frutto di un’illusione.




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Come discernere l’autenticità dei segni di Dio?

Il marchio di Dio si riconosce dai suoi frutti (Gal 5,22). Ma non si può essere giudice e giuria, per questo è importante avere una conferma. San Giovanni della Croce diceva di verificare la conformità dei segni con la parola di Dio e di affidarsi ad un altro per non abituarsi alla “via dei sensi” che non durerà, e affinché “l’anima rimanga nell’umiltà, la dipendenza e la mortificazione”. Facendo il cammino da soli, potremmo inorgoglirci di essere privilegiati perché riceviamo dei segni. Questa è una trappola spirituale temibile.

Si può cadere in questa trappola?

Se il cuore non è stato educato alle virtù cardinali, purificato dall’esercizio delle virtù teologali, nutrito dalla parola di Dio e dalla pratica dei sacramenti, rischia di essere soggiogato dalle sue passioni, vittima di carenze emotive, prigioniero di sistemi compensativi. Sono dei disordini che ostacolano l’esercizio della libertà e possono pervertire i segni di Dio, appropriandosene a piacimento, invece di lasciarsi condurre con fiducia. È qui che si gioca tutto. Ma il demonio può offuscare i segni, confonderne il loro significato.

Nelle tentazioni di Cristo nel deserto (Lc 4,1-13), il demonio Gli chiede dei segni prodigiosi, spettacolari, eclatanti che neghino il realismo della condizione umana ed esaltino l’onnipotenza, per allontanare Cristo dalla sua incarnazione e dalla sua missione. E noi stessi, quando andiamo nel deserto, per attrazione della preghiera o in una solitudine subita, non siamo immuni da queste tentazioni. Il deserto è lo spazio dei miraggi, l’immaginazione vi si sviluppa senza limiti, al punto di farci cadere nell’orgoglio o nella disperazione se non siamo in un atteggiamento di adorazione. Un atteggiamento in cui la creatura si riconosce finita, peccatrice e dipendente dal suo Creatore.

Dobbiamo aspettare i segni di Dio o dobbiamo chiederglieli?

Possiamo chiederGlieli, ma con l’umiltà nel cuore e la povertà di spirito. Perché Dio non manderà necessariamente il segno che stiamo aspettando. O, più probabilmente, la sua risposta sarà così sovrabbondante che approfondirà in noi la consapevolezza della nostra estrema piccolezza di fronte alla sua infinita grandezza.

Nella Sua pedagogia divina, Dio ci guida con dolcezza e fermezza, purifica i nostri cuori avidi e le menti cieche che vogliono “mettere le mani” sulle sue grazie, proprio come San Pietro voleva piantare la sua tenda sul monte Tabor davanti al Cristo trasfigurato. Dio ci chiama a lasciare i grassi pascoli della pianura per salire verso vette più aride ma più pure, liberandoci gradualmente di tutto ciò che ostacola la nostra unione con Lui. Così, tutti i santi hanno vissuto le notti spirituali, che fosse la notte dei sensi, la notte dello spirito, la notte della fede. Come sappiamo, alla fine della sua vita, anche santa Teresa del Bambin Gesù si chiese addirittura se il Paradiso esisteva veramente.

Dobbiamo quindi rinunciare ai segni sensibili?

Sì, ma con prudenza. Quando riceviamo la grazia, questi segni “sono una via attraverso la quale Dio [ci guida], non c’è motivo di disprezzarli”, rassicura San Giovanni della Croce. Sarebbe quindi presuntuoso negarli, ma anche pericoloso affezionarsi a loro o cercarli per loro stessi. “Donandoci il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, Dio ci ha detto tutto in una sola volta e non ha più nulla da rivelare” leggiamo in Salita al Monte Carmelo dello stesso Giovanni della Croce. Nell’Antica Alleanza, “era lecito interrogare Dio ed era giusto che i sacerdoti e i profeti desiderassero visioni e rivelazioni divine”, continua il Dottore della Chiesa, perché “la fede non era ancora fondata e la legge evangelica non ancora ristabilita. Ma nel mistero dell’Incarnazione, tutto è detto, tutto è dato.

La santità può dunque fare a meno dei segni?

“Davanti a Dio, una sola azione, un solo atto di volontà fatto per carità, è più prezioso di tutte le visioni, rivelazioni o comunicazioni che possono venire dal Cielo”, dice San Giovanni della Croce. La Chiesa ci dà i segni di cui abbiamo bisogno, ma Cristo attende la nostra risposta di fede, libera e sicura, per accelerare il suo ritorno. “Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

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