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Non riuscite a consolare una persona che soffre? Provate questo!

WOMAN CRYING

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Edifa - pubblicato il 26/03/20

Quando una persona non sta bene, è difficile trovare le parole giuste per tirarlo su di morale, ma è ancora più difficile farlo quando soffre di un "male spirituale". Ed allora, come possiamo aiutarlo?

di Marie-Noël Florant

Oggi sono giù di morale!” Chi tra di noi non ha mai sentito questa frase? E quando cerchiamo di guardare a questo stato di disagio, scopriamo una persona abbattuta, senza energia, che rimugina cattivi pensieri. Si sente come se non riuscisse a uscire dal buco in cui è sprofondata, e potrebbe sentirsi come se stesse affondando. Allora, cos’è questo male che è sempre pronto a manifestarsi non appena si verifica un evento penoso? E come aiutare la persona che ne soffre a uscirne?

E se fosse un “male spirituale”?

Questo sentimento di tristezza che a volte ci travolge, può essere naturale, “normale”, quando proviamo disprezzo, odio, indifferenza, persino violenza, o dopo un evento che suscita dolore (lutto, separazione, fallimento di un’impresa…). Allora non è né buono né cattivo moralmente ma può essere distruttivo per il nostro essere profondo se viene coltivato fino a renderlo uno stile di vita, chiudendosi al controllo delle virtù morali sulle passioni dell’anima, come ci insegna San Francesco di Sales.

Possiamo parlare di “male spirituale” quando ci lasciamo abbattere da questi mali che sperimentiamo come insormontabili e che disturbano il nostro essere più profondo, la nostra anima, al punto da ostacolare o addirittura impedire le nostre capacità di comprensione e di azione. “La tristezza getta l’anima nel tumulto, nell’inquietudine e nelle paure irrazionali, è come un inverno rigido che ruba alla terra ogni bellezza ed intorpidisce tutti gli animali. Non lasciatevi scivolare lungo il pendio della tristezza, resistetegli con forza”, consigliava San Francesco di Sales in Introduzione alla vita devota.

Concretamente, come possiamo affrontare quei momenti di tristezza dell’anima che riguardano il nostro coniuge, i nostri figli o i nostri cari, senza giudicarli e portando loro il conforto che si aspettano?

Essere lì per l’altro e pregare

Dobbiamo senza dubbio cominciare ad imparare ad accettare i nostri momenti di tristezza senza giudicarci, scegliere l’amico giusto con cui parlarne, perché “tutto ciò che non è espresso è stampato”, come scriveva Shakespeare nell’Amleto. Sarà importante anche coltivare i sentimenti contrari, occuparsi di azioni concrete rivolte ad altre cose che a noi stessi, in modo da distogliere lo spirito dalle preoccupazioni che lo rattristano.

Che uno sia un uomo, una donna o un bambino, l’importante è essere lì, presenti, in ascolto e rassicurare l’altro del proprio amore indefettibile senza voler cancellare di colpo il disagio, lasciando al tempo di completare il lavoro. La preghiera può aiutarci a farlo, secondo il consiglio dell’apostolo San Giacomo: “Uno di voi sta male? Che preghi” (Gc 5, 13).

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*Marie-Noël Florant è Consulente coniugale e familiare

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