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Questa beatitudine rivoluziona il significato della parola “felicità”

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Edifa - pubblicato il 19/01/20

Rileggendo le beatitudini e contandole, notiamo che sono nove. Non dobbiamo però dimenticare che l’ultima è molto importante!

di Didier Ran

Fin dai tempi dei Padri della Chiesa, si prendevano in conto solo otto beatitudini. Erano considerate la sintesi di tutto Vangelo, la “magna carta” della vita cristiana (Sant’Agostino), il percorso verso la santità e sembrava che il numero otto fosse il più adatto per esprimere tutto ciò. Il primo interprete, San Gregorio di Nissa, così come Sant’Agostino, ne contò otto per motivi di simbolismo biblico. Molti esegeti e commentatori ancora oggi fanno lo stesso e vedono nella nona beatitudine solo una ripetizione o uno sviluppo della precedente (quella sui perseguitati per la giustizia). Questa tradizione è rispettabile, ma sarebbe un errore dimenticare questa beatitudine, perché è probabilmente il compimento di tutte le altre.

Una beatitudine ben diversa dalle altre

“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa Mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei Cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.” (Mt 5, 11-12). Questa nona beatitudine non solo non sostituisce le prime otto, ma è anche diversa, in quanto è quattro volte più lunga delle altre ed ha una struttura più complessa.

Le prime otto sono in terza persona plurale, “Beati quelli che…”, e costituiscono una specie di “catalogo” della santità che siamo chiamati a vivere e a riconoscerle ovunque esse vengano vissute, anche al di là dell’appartenenza alla Chiesa. Ma la nona è in seconda persona: “Beati voi…”. Non è più una presentazione, è ben diverso, perché ci chiama in causa personalmente: provate a immaginare che state ascoltando una conferenza e improvvisamente l’oratore punta il dito verso di voi e vi dice: “Tu, proprio tu!”!

Le prime otto beatitudini sono all’indicativo, il che ne rafforza il carattere descrittivo e, come in ogni catalogo, c’è la tentazione di scegliere solo ciò che ci piace o che pensiamo corrisponda alle nostre capacità. Ma la nona è al condizionale: “Beati voi se…”. C’è una condizione per essere felici e dobbiamo passarci attraverso, anche se molto esigente. Qui non abbiamo scelta e comporta il fatto di essere insultati, perseguitati…

Una beatitudine che rivoluziona il significato della parola “felicità”

È anche l’unica in cui Gesù si riferisce a Sé stesso (“per causa Mia”). Riguarda quindi a pieno titolo coloro che si professano cristiani. Inoltre, annuncia ciò che Egli subirà: insulti, persecuzioni, false testimonianze. Quanto alla grande ricompensa promessa in Cielo, non è forse per introdurre la Sua Risurrezione e la Sua Ascensione alla destra del Padre? Questa beatitudine annuncia così che il Suo mistero pasquale di sofferenza e di vittoria continuerà nei suoi discepoli.

È la beatitudine della gioia e della letizia, se la viviamo con e per Cristo dona la possibilità di essere molto felici nelle prove, nella sofferenza o nell’angoscia. Questa rivelazione inaudita è al centro del messaggio evangelico e rivoluziona il significato della parola “felicità”, che allora non vale solo per l’aldilà, infatti Cristo ce la offre subito: “Siate nella gioia e nella letizia”.

La nona beatitudine annuncia le persecuzioni che la Chiesa ha subìto e che continua a subire, ed è sostegno e speranza per tutti coloro che hanno sofferto e che soffrono tuttora: una Chiesa che soffre è una Chiesa molto viva. Si deve forse concludere che per un cristiano non c’è altra via per la felicità che una situazione di persecuzione? Se queste parole dicono quel che dicono, avrebbero enormi conseguenze per noi. Certo, viviamo in situazioni dove possiamo mettere in pratica l’una o l’altra delle beatitudini, ma non siamo perseguitati. Come ha scritto il teologo Romano Guardini: “Il nostro buon senso è urtato” e aggiunge: “È meglio ammetterlo e cercare spiegazioni che prendere le parole di Gesù come pie banalità”.

Questa beatitudine ci riguarda?

Cerchiamo prima di tutto di comprendere, senza enfatizzare né nascondere le difficoltà che si incontrano nel dirsi credenti oggi e nel voler veramente seguire il Vangelo. Quante incomprensioni e quanta riluttanza troviamo nei media, sul lavoro o nella nostra famiglia, che a volte si trasformano derisione o perfino in odio. Ciò che questa beatitudine annuncia, dimostra che seguire Gesù è sempre una cosa molto seria. Le persecuzioni evidenti che provengono dagli altri non sono le uniche e neanche necessariamente le peggiori. Ogni vita cristiana è una lotta essenzialmente spirituale tra carne e spirito, tra egoismo e carità.

Inoltre, quando dobbiamo subire la tentazione, una forma di persecuzione meno visibile ma non meno efficace, non siamo solo noi ad essere attaccati, ma Cristo in noi: “sarete perseguitati per causa Mia”. Questa beatitudine ci aiuta a capire che se Gesù ci chiede molto, è perché conta davvero su di noi per proseguire la Sua opera di Salvezza in noi. Per questo non sta a noi scegliere le prove esteriori o interiori che ci toccano, ma a viverle nello spirito di questa beatitudine, in un amore libero e fedele a Cristo e alle Sue esigenze, nella certezza che Egli le vive con noi e ci sostiene.

Infine, poiché questa beatitudine nella testimonianza di chi la vive fino al martirio è quella della gioia e della letizia, ci libera dalla paura nelle prove, qualsiasi esse siano, e ci aiuta a viverle nella speranza. Perché, come ripeteva il Santo Curato d’Ars, se “l’unica felicità che abbiamo è amare Dio e sapere che Lui ci ama”, niente e nessuno può portarcela via.

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