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Perdonare significa dimenticare?

Martine et Frédéric Mervoyer ont pardonné à l'assassin de leur fils dans l’émission "Dans les yeux d'Olivier" ©France2

Edifa - pubblicato il 18/11/19

Alcune persone sono convinte che perdonare equivalga a dimenticare l’offesa subita. Ma è davvero così? Perdonare implica la necessità di dimenticare?

di Christine Ponsard

Ci sono molte offese che abbiamo difficoltà a dimenticare: non possiamo per esempio chiedere a delle vittime di un attentato o ai genitori di un figlio assassinato di dimenticare il male che hanno subito e chi ne è stato l’autore. È normale e sano che queste persone si ricordino ciò che hanno vissuto e che rivendichino il diritto di non dimenticare gli eventi di cui sono state vittime. Talvolta si parla del “dovere di ricordare”, ma questo significa che ci sono delle offese che non possono essere perdonate?

Dovremmo dimenticare per concedere un perdono sincero?

Dimenticare l’offesa subita non dipende da noi, infatti non possiamo decidere di cancellare ciò che vogliamo, quando lo desideriamo. E di questo ne facciamo tutti l’esperienza: ci sono delle ferite profonde o leggere che vorremmo dimenticare, eppure rimangono vive nella nostra memoria. E quando abbiamo un vero desiderio di perdonare coloro che ci hanno ferito, questa nostra incapacità di dimenticare ci turba o comunque ci sorprende: “Se non ho dimenticato vuol dire che non ho perdonato veramente”. Allora dato che la nostra memoria rifiuta di scordarsi certi eventi significa che non siamo in grado di perdonare per davvero?

“La Risurrezione non è dimenticare la Passione”, ha detto un giorno il cardinale francese Jean-Marie Lustiger. Allo stesso modo il perdono non è dimenticare l’offesa. “Molti pensano che il ricordo dell’offesa subita, ben viva nella memoria, è il segno che non hanno perdonato, ma non è possibile dimenticare un avvenimento che ci ha fatto del male. Il ricordo è legato alla memoria e il perdono alla volontà profonda, non è la stessa cosa.

Ciò che è valido per il perdono concesso agli altri, è valido anche per il perdono che dobbiamo concedere a noi stessi. Non sempre pensiamo in effetti che dobbiamo perdonare prima di tutto noi stessi. Molto spesso stiamo a ruminare rimpianti e rimorsi: ci rimproveriamo di non essere stati all’altezza, di non aver rispettato la parola data, di aver commesso un errore che ha avuto delle ripercussioni gravi… Se il nostro passato ci impedisce di vivere in pace, di essere pienamente noi stessi, è il segno che dobbiamo perdonarci e che dobbiamo perdonare gli altri.

Per perdonare, bisogna ricordare

Il processo del perdono non consiste a negare la ferita e a seppellirla il più possibile. Al contrario la via del perdono è prima di tutto la via della verità. Per perdonare bisogna prima di tutto capire che si è stati offesi. Ma perché riportare in superficie delle ferite apparentemente dimenticate? Perché se le offese non sono state perdonate saranno come una fonte infestata che rilascia del veleno. Quante ferite subite in passato perturbano i rapporti familiari quando si pensava che fossero ormai morte e sepolte!

Il perdono aiuta la memoria a guarire ristabilendola nella pace. Il ricordo dell’offesa subita diventa un cammino di vita e benedizione e il perdono diventa risurrezione: il passaggio dalla morte alla Vita. Gesù risuscitato ci rende capaci di fare questo passaggio, Lui che ci ha chiesto di perdonare fino a “settanta volte sette”, cioè senza fine. Non dobbiamo aver paura di chiedere allo Spirito Santo di riportare alla nostra memoria tutte le offese della nostra vita che dobbiamo perdonare. Cristo è risorto con le sue cicatrici e anche noi abbiamo le cicatrici della nostra storia, ma non sono più dei segni di sofferenza e condanna, ma segni di guarigione e salvezza.

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