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“I Fabelman”, una lezione magistrale sul cinema e sulla famiglia

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Fabelman

José Ángel Barrueco - pubblicato il 17/02/23

Il nuovo, affascinante e semiautobiografico film del maestro Steven Spielberg è un doppio omaggio al cinema e alla sua famiglia in cui attinge alle esperienze dell'infanzia e della giovinezza per raccontare l'origine della sua passione per la settima arte

Il suo alter ego è Sam Fabelman (Mateo Zoryan da bambino, Gabriel LaBelle da adolescente), che vive con le sorelle, il padre (Paul Dano) e la madre (Michelle Williams) e un amico soprannominato “zio” (Seth Rogen), come se fosse una persona di famiglia, e che è quasi sempre con loro.

Quello che racconta Spielberg è il cammino di ferite e apprendimento da quando entra in un cinema per vedere il suo primo film fino a quando trova lavoro in una casa produttrice per dirigere episodi per la televisione, prima di lanciarsi a dirigere “Il diavolo su ruote”.

“I film sono sogni che non si dimenticano mai”

Il film inizia con un prologo meravigioso, in cui il Sam bambino ha paura di entrare al cinema perché gli hanno raccontato che sullo schermo le persone sembrano gigantesche. Prima di entrare, il padre gli spiega la parte tecnica (come una luce proietti fotografie a una velocità tale che fa credere che quelle immagini si muovano) e la madre la parte emotiva (“I film sono sogni che non si dimenticano mai”).

In questa scena si riflette già l’essenza del lungometraggio: il fascino e la scoperta di quelle 24 immagini al secondo e gli insegnamenti degli adulti. Il padre è scienziato, e gli trasmette insegnamenti tecnici e razionali; la madre è artista, e gli comunica sentimenti e il romanticismo dell’arte.

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Questo subtesto è a mio avviso il più importante del film, perché in questo modo Spielberg ci rivela dove nascono le sue pellicole: da un equilibrio di contrari tra arte/cuore e tecnica/razionalità. È come se il cineasta ci dicesse che viene da lì, da quei geni e da quelle lezioni, e che è così grazie al loro influsso.

Dopo questo prologo, il montaggio offre sequenze di minore impatto, perché vengono affrontati momenti dell’infanzia col tocco da commedia leggera e felicità domestica. Ma è solo un’esca, perché presto, quando il bambino diventa adolescente, il film compie una svolta verso il dramma e alcuni aspetti che rendono la vita meno tollerabile (litigi coniugali, segreti familiari, molestie a scuola, delusioni, cambi di domicilio).

Da lì “I Fabelman” cresce, con sequenze difficili da dimenticare, come quel montaggio di una registrazione casalinga in cui Sam scopre il segreto di sua madre e manipola e taglia delle scene perché nessuno le veda, o l’impatto che provocano sui compagni che lo bullizzano le immagini che ha scelto per mostrarli come sono, come se mettesse loro uno specchio davanti (ma anche gli specchi deformano).

Il cinema di Spielberg tratta sempre dello sguardo; come guardano i suoi personaggi, cosa guardano e come li guardiamo noi. È quindi un cinema che coinvolge sempre.

Il conflitto tra arte e famiglia

Oltre alle lezioni che riceve dai genitori, altri personaggi offrono il loro apporto. Lo zio Boris (Judd Hirsch) lo avverte del fatto che il conflitto tra l’arte e la famiglia gli spezzerà il cuore.

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La sua prima fidanzata, Monica (Chloe East), una ragazza profondamente cattolica innamorata delle immagini di Gesù, gli insegna che non si dovrebbe proporre il matrimonio quando si è molto giovani e con rapporti tanto recenti; in queste scene c’è una tendenza al comico che in mano a Spielberg non risulta offensivo perché lui non lo è mai, né possiede il cinismo di chi cerca di fare danno. E John Ford, cineasta burbero e legggenda vivente, gli dà un consiglio essenziale sulla ripresa dell’orizzonte.

A poco a poco, Sammy impara che la telecamera non serve solo per cogliere le immagini, ma anche per nasconderle nel montaggio, per manipolare emozioni, destrutturare personaggi, ingannare l’occhio e la nostra percezione, adattare la realtà ai capricci della finzione. Impara che è uno strumento artistico che può far paura, far ridere, commuovere. Un mezzo che può salvare chi amiamo e difenderci da chi ci odia.

“I Fabelman” è anche un monumento a sua madre, donna entusiasta, a tratti depressa, di cui vediamo sia le luci che le ombre perché è un essere umano e non un personaggio di cartone. Luce e ombre che, ovviamente, definiscono il cinema.

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