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San Valentino: festa degli innamorati o dei ‘compagni’?

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Padre Bruno Esposito, O.P - pubblicato il 14/02/23

Ormai il 14 febbraio si fa fatica a celebrare la Festa dei santi compatroni d’Europa Cirillo e Metodio, in quanto è per la maggioranza il giorno di san Valentino (Martire: 176-270), quindi tradizionalmente dedicato agli innamorati. In questo giorno, in quasi tutto il mondo, questi celebrano, anche se nei modi più svariati e a volte stravaganti, con gratitudine, gioia e stupore il dono dell’altra/o. Non rendendosi conto, nella maggioranza dei casi, che non si è scelto chi amare, ma in un certo qual modo si è ‘stati scelti’ dall’amore, anche se questa esige la nostra consapevole e libera adesione riguardo al fatto che quella donna sia veramente per quell’uomo e quell’uomo sia per quella determinata donna la persona giusta con cui essere una cosa sola, che niente e nessuno dovrà separare (cf Mc 10,9). In quella prospettiva delle Beatitudini, molto più esigenti della Legge dei dieci Comandamenti, che la liturgia ci ha proposto solo quale che giorno fa, nella VI domenica del Tempo Ordinario: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna. Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio” (Mt 5,27-32). Invitando così i discepoli di Cristo a non essere sotto la legge, ma ad abbracciare liberamente e consapevolmente la legge della carità che chiede di andare oltre la mera giustizia. 

Molteplici sono le leggende che cercano di giustificare san Valentino come patrono dei fidanzati e delle persone che si sono unite per amore in matrimonio. Una di queste storie racconta che un giorno il santo incontrò due giovani che stavano litigando. Si avvicinò a loro con una rosa e li invitò a tenerla unita nelle loro mani, un gesto che li fece riconciliare subito.

Secondo una variante della storia, invece, san Valentino avrebbe fatto tornare l’amore tra i due giovani facendo volare intorno a loro diverse coppie di piccioni. Da qui si sarebbe diffusa anche l’espressione “piccioncini” per riferirsi alle coppie di innamorati che si scambiano effusioni d’amore.

Ancora un’altra storia racconta di come San Valentino, quando già era stato nominato Vescovo di Terni, abbia celebrato il matrimonio tra Serapia, giovane cristiana molto malata, ed il centurione romano Sabino. I genitori di Serapia non erano favorevoli al matrimonio, ma Valentino, chiamato dal soldato al capezzale della ragazza, avrebbe prima battezzato il centurione e poi celebrato le nozze. San Valentino è per questo considerato anche il protettore dei matrimoni.

Approfittando dell’odierna ricorrenza vorrei condividere con chi sta leggendo alcune semplici riflessioni personali, provocate in non pochi anni di ministero pastorale e di vita accademica. 

L’odierna cultura dominante

Parto da un fatto che è sotto gli occhi di tutti. Oggi, il chiamare, il sentire o definire come compagna/o colei o colui che da sempre erano stati considerati come fidanzata/moglie o fidanzato/marito, è ormai generalizzato e sembra che la tendenza sia quella d’imporsi come un dato scontato e acquisito: così fan tutti! Addirittura ascoltando la radio o vedendo la televisione, ci si accorge che molte persone pur essendo sposate, religiosamente o civilmente, preferiscono usare i termini di compagna/o per evitare di apparire non al passo con i tempi. Ovviamente nihil sub sole novum (Ec 1,9) in quanto lungo il corso della storia, almeno della civiltà Occidentale, molteplici sono state le iniziative che hanno voluto ‘sdoganare’ l’amore tra una donna ed un uomo da ogni presunta limitazione istituzionale e riconoscimento legale, sentite sempre come ‘costrizioni’. Rimanendo solo all’età moderna è possibile individuare: la Rivoluzione francese, lo ‘Statuto familiare’ in Russia del 1918, il Movimento del Sessantotto. Di fronte a questo tipo di avvenimenti e situazioni credo che la cosa più sensata ed intelligente da fare sia quella di chiedersi semplicemente: perché? Cercando di partire non da preconcetti o visioni ideologiche, ma semplicemente dalla realtà oggettiva, ricercando da ‘mendicanti’ quella verità che non ci appartiene in quanto non dipende dalla nostra volontà, ma che possiamo solo accogliere: “Veritas est adaequatio rei et intellectus” (S. Theol., I, 16, 1-2; Contra gent., I, 59; 62; De Veritate, I, 1). Con questa definizione san Tommaso d’Aquino non ha fatto altro che ricordare che la verità consiste nella corrispondenza fra l’intelletto e la cosa, ragione per la quale una parola è significativa, una proposizione è vera quando la mente coglie ciò che esiste, quando la mente si adegua ponendosi in una relazione di corrispondenza, con la realtà. Quindi corrispondenza tra la realtà e l’intelletto e non, com’è stato ultimamente correttamente sottolineato: “… corrispondenza dell’intelletto alla realtà (materialismo), oppure della realtà all’intelletto (idealismo). Nel pensiero moderno si rimbalza tra materialismo e idealismo. O l’uomo è oggetto passivo di una diagnosi, che l’accetti o meno; oppure è lui stesso a decidere se ha dei problemi oppure no” (R. Marchesini).

Cosa significa e perché fidanzarsi e sposarsi? Esigenza della natura o manifestazione di una cultura?

Il vero amore è un desiderio, un anelito, quasi il bisogno di ogni persona che in quanto tale non solo ha un bisogno effettivo dell’altro, ma soprattutto sente un bisogno affettivo i cui livelli più alti sono rappresentati dall’amicizia e dall’amore sponsale. La dinamica di una vera relazione d’amore tra una donna ed un uomo è una realtà complessa che non può essere limitata al sentimento, alle emozioni destinate inesorabilmente a trasformarsi o addirittura a finire. Una tale dinamica si realizza nella compiacenza, nella concupiscenza, nella reciprocità, nella simpatia, nelle affinità elettive, nell’amicizia e nell’amore sponsale, prendendo atto che un tale tipo d’amore non può non impegnarsi in un rapporto in cui l’io ed il tu si fondano in un noi per la vita. Un tale impegno d’amore tra una donna e uomo, pur essendo una realtà intima e personale per le persone coinvolte, nella quale non è possibile entrare, a nessuno ed in nessuna circostanza, ha delle conseguenze a livello sociale, sia civile che ecclesiale. Da qui il senso non solo dell’opportunità, ma della necessità di una ratifica pubblica di questo impegno dei due che, come tutti sappiamo, non è mai una ‘telenovela’ e soprattutto non è mai ‘una rosa senza spine’. Questa è una verità ed allo stesso tempo un mistero come il ‘pathei mathos’ (l’apprendimento tramite la sofferenza) dell’Inno a Zeus nell’Agamennone di Eschilo: dalle sofferenze, dal sacrificio, si può solo imparare, anzi si deve imparare per crescere e diventare così persone moralmente adulte, questo vale in modo particolare in un rapporto d’amore che è essenzialmente perdere la vita per l’altra/o.

Ovviamente il riflettere sul significato di termini come compagna/o fidanzata/o trova il suo senso in riferimento ad un determinato tipo di relazione. Per evitare equivoci e fraintendimenti, mi sembra opportuno chiarire subito che prenderò qui in considerazione solo la relazione d’amore che si dà fra una donna ed un uomo, che reciprocamente si accolgono e si donano in una scelta permanente di vita ed aperta alla vita. L’unica relazione che è stata nel piano della creazione da parte di Dio (cf Gn 2,24). Quindi nient’altro di ciò che verifichiamo essere parte della natura e dell’identità delle persone. Natura ed identità che il cristianesimo ha sempre riconosciuto, accolto anche se nella consapevolezza delle sue ferite, ma ancora più certa della salvezza operata da Cristo, dalla sua opera di redenzione che, attraverso l’opera della Grazia eleva la natura, la perfeziona sanandola ed elevandola al piano soprannaturale (cf S. Theol, I, 1, 8, ad 2). Tutto ciò è chiarissimo riguardo al matrimonio, che non è una invenzione del cristianesimo, ma non è altro che il patto “… con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla generazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento” (CIC/83, can. 1055, § 1). Questo paragrafo del Codice di Diritto Canonico sintetizza ciò che non è altro che la realtà che vede intrinsecamente in relazione, pur nella distinzione, il piano naturale e quello soprannaturale: il matrimonio è un istituto naturale che con il tempo è stato disciplinato in ambito civile e religioso con norme aventi forza giuridica, divenendo così anche un istituto giuridico. Questo istituto naturale, da Cristo è stato elevato a canale della grazia, facendone uno dei sette sacramenti, che la competente autorità nella Chiesa cattolica ha provveduto a normare lungo il corso dei secoli, ma sempre nella fedeltà a quello che il matrimonio è (e non potrebbe non essere, se non divenendo qualche altra cosa), a livello naturale e sacramentale.

Alla luce di quanto fin qui detto, appare alquanto evidente che non si può basare esclusivamente una relazione d’amore, sul sentimento, sulle emozioni, ma è necessario un amore che vuole il vero bene dell’altro che è allo stesso tempo il vero bene di/per chi ama. Tutto ciò non s’improvvisa, ma ha bisogno di tempo per maturare attraverso una conoscenza reciproca ed un cammino insieme, proporzionato alla maturazione del rapporto che si realizzerà sempre di più solo in un ‘io’ ed un ‘tu’ (non un ‘mio’ ed un ‘tuo’), che si sentono fusi in un ‘noi’. Solo dandosi questi presupposti ha senso pensare e parlare, prima di tutto, di ‘fidanzamento’, che ha una funzione specifica e propria che è possibile recuperare già guardando all’etimologia: fidanzarsi derivato da fidanza = der. di fidare, per adattam. del fr. ant. fiance, der. di fier, che ha lo stesso etimo e le stesse accezioni, appunto, dell’ital. fidare, fiducia; inteso in genere scambiarsi una promessa di matrimonio o, più comunemente, intraprendere una relazione amorosa (cf Treccani). Quindi alla base c’è la presa di coscienza che il bene dell’altro è importante e questa reciproca fiducia porta ad impegnarsi liberamente, ma non in una asettica ‘prova’ contrassegnata da un atteggiamento di verifica secondo le categorie dell’utilità e della convenienza (mi è utile, mi conviene l’altra/o?), ma in vista di realizzare ciò che costituisce allo stesso tempo un desiderio ed una promessa (v. fidanzata/o part. pass. di fidanzare: chi si è impegnato con una promessa di matrimonio).

La stessa realtà è contenuta in quello che da sempre è stato ritenuto il naturale approdo per una donna ed un uomo che sono arrivati alla conclusione che il loro è un vero amore: il matrimonio, lo sposarsi. Anche rispetto a questi termini, uno sguardo all’etimologia delle parole ci aiuta a recuperare la verità di questa realtà nella vita di diretti interessati, ma anche per la società civile e per la loro fede. Infatti matrimònio deriva dal lat. matrimonium, der. di mater -tris ‘madre’, colei che genera, sottolineando così una delle finalità dell’amore. Istituto giuridico mediante cui si dà forma legale (e rispettivam. carattere sacro) all’unione fisica e spirituale dell’uomo (marito) e della donna (moglie) che stabiliscono di vivere in comunità di vita al fine di fondare la famiglia. Di uguale significato e contenuto i termini: sposare, dal lat. tardo sponsare, intens. di spondēre ‘promettersi a…’; coniuge, dal lat. coniux-ŭgis, der. di coniungĕre ‘congiungere’ (cf Treccani).

Di fatto, l’amore sponsale è diverso da tutti gli altri tipi di amore e di amicizia, in quanto consiste nel dono del proprio ‘io’, che implica molto di più del semplice ‘voler bene’, di avere gli stessi interessi che si danno per esempio nell’amicizia. 

Partner: il significato ed il contesto propri di compagna/o

Invece, se si vuole rimanere ad un uso veritiero, coerente e significativo dei termini compagna/o, è importante riconoscere che il loro proprio contesto si distingue per essere una relazione che ruota di fronte ad attività ed interessi comuni che non impegnano la propria vita per l’altra/o. Si rimane ad un livello di ‘mio-tuo’ che può risolversi tutt’al più in un ‘nostro’, ma non in un ‘noi’. Dalla conseguente presa d’atto di un tale significato si evidenzia un paradosso che dovrebbe risvegliare le coscienze.

Se, come abbiamo cercato di evidenziare, è insito in una vera relazione d’amore tra una donna ed un uomo, il desiderio e quasi il ‘bisogno/necessità’ di un impegno pieno e indeterminato, che senso ha chiamare l’altra/o compagna/o? La domanda non è oziosa e la risposta non è priva di conseguenze in quanto, a mio sommesso avviso, è indice del livello e della qualità della relazione stessa. Allora vorrei a questo punto semplicemente ricordare qual è il contesto proprio in cui nasce ed ha senso parlare di compagna/o.

Anche in questo caso, il partire dall’etimologia ci fornirà delle utili tracce da seguire per arrivare a quanto ci siamo proposti. Il termine compagno (e quindi ovviamente anche il derivato compagna), deriva dal lat. mediev. companio -onis, der. di panis, col pref. con-, quindi con il significato proprio di colui che mangia il pane con un altro. In riferimento a questo significato originario, leggiamo nel vocabolario Treccani “1. [chi si trova insieme con altri in particolari circostanze o per un lungo periodo della vita, o esercita la medesima attività, o vive nello stesso ambiente] partner, [di lavoro] collega, (lett.) condiscepolo. [chi è cointeressato in una società commerciale o industriale] socio. e. [chi appartiene alla stessa associazione] consocio, (lett.) sodale. fratello. f. [chi appartiene alla stessa religione, anche fig.] compagno di fede, correligionario. g. [chi appartiene alla stessa associazione criminosa o ha partecipato con altri all’esecuzione di un’azione criminosa, [compagno di merende] …”. Interessante anche il significato del termine partner che è ormai entrato nel vocabolario italiano: “partner ‹pàatnë› s. ingl. [alteraz. di parcener, dal fr. ant. parçonier, lat. mediev. partionarius, partitionarius; cfr. parzioniere] (pl. partners ‹pàatnë∫›), usato in ital. al masch. e al femm. – Compagno, o compagna, e spec. ciascuno dei componenti una coppia in spettacoli, giochi, sport o altre attività. […] Con accezioni più ampie, riferito a soci in un’impresa commerciale, a partiti alleati, a paesi che intrattengono relazioni economiche o anche a nazioni legate da un’intesa politica o militare”. 

Quindi già nel suo significato originario si palesa in modo evidente quello che è il contesto in cui ha senso usare il termine compagna/o. Contesto che possiamo riassumere in quel tipo di relazione che vede protagonisti il ‘mio’ ed il ‘tuo’ e quindi contrassegnato da interessi comuni, comune utilità, reciproca convenienza o condivisione di una qualche realtà, tutte cose in sé più che positive ed encomiabili, ma che in ogni non si richiede e non si dà quella ‘comunione’ che desidera fondersi in un ‘noi’, che abbiamo visto contrassegna ed identifica l’amore sponsale. Il punto è proprio questo: l’uso di compagna/o trova il suo proprio in una relazione che oggettivamente non ha il livello e l’intensità, la pienezza che hanno, come abbiamo visto, l’amicizia e l’amore sponsale. “Differisce dalla prima perché non si limita alla sfera emotivo-affettiva della persona, ma si fonda al contrario su basi oggettive come il lavoro comune, i compiti comuni, gli interessi comuni, ecc. E differisce dalla seconda, perché l’’io ti voglio bene non ha ancora posto in esso’. Così, ciò che caratterizza è un elemento di comunità su elementi oggettivi. […] L’amicizia reciproca ha un carattere interpersonale che si esprime attraverso questo ‘noi’. Questo è già evidente nel cameratismo, benché manchino ancora quella coerenza e quella profondità che fanno parte dell’amicizia. Il cameratismo può legare tra loro più persone, l’amicizia si limita piuttosto a un piccolo numero. Le persone legate dal cameratismo costituiscono in genere un ambiente, il che lo caratterizza come fenomeno sociale. Di qui la sua importante funzione nella formazione dell’amore reciproco, se questo, una volta maturo, deve condurre al matrimonio e diventare il fondamento di una nuova famiglia: le persone capaci di vivere in un gruppo, capaci di crearlo sono senza dubbio ben preparate a conferire alla propria famiglia il carattere di un gruppo solidamente unito, in cui regni una positiva atmosfera di vita comune“ (K. Wojtyła, Amore e responsabilità).

            Da quanto fin qui evidenziato sembra allora abbastanza chiaro che ha senso usare i termini di compagna/o solo in riferimento ad un certo tipo di rapporti tra le persone. Rapporti che possono benissimo comportare affetto, affinità elettive e d’interessi, ma non fino al punto di essere quel qual cosa di più, di pieno ed esaustivo. Ha senso parlare di compagna/o quando si condivide un banco di scuola, un hobby o si è membri di una stessa squadra in qualche sport, oppure si è soci in qualche società, ma niente di più profondo ed intimo che non possa essere misconosciuto in un attimo per qualsiasi ragione o per qualsiasi cavillo burocratico.

Conclusione

Dopo aver ricordato da una parte la dinamica di una vera relazione d’amore tra una donna e un uomo e dall’altra il significato ed il contesto in cui ha senso usare i termini compagna/o, è evidente il non senso di usare questi termini per un contesto oggettivamente diverso e superiore. Significa questo un giudizio negativo verso coloro che usano questi termini in modo oggettivamente improprio o hanno fatto la scelta di avere una compagna/o invece di una fidanzata/o o moglie/marito? Nel modo più assoluto no! Questa riflessione vuole soltanto essere uno stimolo non solo ad usare in modo proprio le parole, ma anzitutto riappropriarci della verità della realtà che non è frutto della nostra volontà e non può essere stravolta dalle mere emozioni. A prescindere se si vive o meno. È sicuramente vero che in quanto dotati di libertà, possiamo scegliere di fare una cosa o il suo contrario, ma rimane il dato di fatto che con questo non si dà o si annulla la differenza: se una cosa è vera l’altra sarà inevitabilmente falsa, se una cosa è buona l’opposta sarà cattiva, se un comportamento è giusto il suo opposto sarà ingiusto. Questo rimane vero, buono e giusto per me, per te che leggi, per le persone che ci sono attorno, sempre e dappertutto. Siamo persone libere, ma teniamo presente l’ammonimento paolino: “’Tutto è lecito!’”. Ma non tutto è utile! ‘Tutto è lecito!’. Ma non tutto edifica” (1 Cor 10,23).

La finalità di queste riflessioni non è altra che quella di risvegliare le coscienze facendo intravvedere loro la pienezza di senso, recuperando la verità e la bellezza del vero amore tra una donna ed un uomo, che in quanto tale può avere paura di tutto, ma non d’impegnarsi nel coltivare quotidianamente quel ‘noi’, fuori del quale tutto il resto perde significato per gli interessati. Proprio grazie alla differenza donna (femminilità) ed uomo (mascolinità) è possibile il dono vicendevole l’una per l’altro, raggiungendo in questo modo attraverso la reciprocità, una particolare ed unica complementarietà, tanto da rendere possibile l’essere una sola carne (cf Gn 2,24). I compagni possono condividere un interesse, un bisogno, un’esperienza, si dice anche “compagno di vita”, ma è sempre l’io a parlare, cui si aggiunge un altro che l’accompagna dal di fuori e nonostante le attese rimane in un certo sempre un ‘estraneo’. Realtà che mi sembra emergere chiaramente nel testo di una canzone di pochi anni fa: “Te ne vai come io fossi niente. Come fosse che? Te ne vai perché non c’è più niente da prendere. Te ne vai come ci fosse un altro. Come se ti stesse già aspettando. Come se esistesse qualcun altro uguale a me. […] Me ne vado come fossi pazzo. Sì, pazzo di te. Me ne vado perché un po’ ne ho voglia. Un po’ perché. Perché per te l’amore dura un anno” (Achille Lauro, 16 marzo [2020]).

L’amore sponsale è invece dare e ricevere la totalità di sé stessi (resa possibile dalla natura), e se è totale, l’amore non ammette riserve o limiti di tempo. Questo si realizza soltanto in un libero consenso attraverso il quale reciprocamente ci si dona e si accoglie l’altro. A tutto ciò, come dice san Tommaso, la natura inclina, ma la donazione di sé stessi è atto del libero arbitrio. In altre parole: ci sono tante forme della relazione umana, ciascuno può fare un po’ quello che vuole (anche se fino ad un certo punto!), ma la relazione sponsale è diversa, perché è totale e non ammette scadenze ed ipoteche, e si connota, in modo unico, per essere ‘il luogo del perdono e della festa’. 

Ovviamente più di qualcuno, leggendo questa riflessione, che s’ispira e segue la visione della Chiesa cattolica, starà pensando che i suoi contenuti non sono al passo con i tempi, che oggi i giovani hanno un’altra mentalità ed un’altra visione del modo, della sessualità e dell’amore. Però, prima di tutto, rimane aperta la risposta alla domanda se tutto questo è positivo o meno, soprattutto alla luce di quanto accade ogni giorno tra familiari e amici. In secondo luogo, all’obiezione di una Chiesa che non è al passo con i tempi, si potrebbe rispondere allo stesso modo di Chesterton: la Chiesa non deve essere al passo con i tempi ma, al contrario, essa deve dettare il passo (nella misura in cui rimane fedele al ‘depositum fidei’ che ha ricevuto come amministratrice), deve gettare il seme in un tempo di oscurità e confusione ed attendere pazientemente che tutto questo un giorno fruttifichi (cf G. K. Chesterton, Perché sono cattolico e altri scritti, Milano 2002).

Basilica Cateriniana san Domenico, Siena 14 febbraio 2023 

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