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Basta un poco di zucchero e a Messa non si va più?

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andreas160578 | Pixabay

Emiliano Fumaneri - pubblicato il 13/02/23

Una ricerca sulla partecipazione alla Messa in diversi Paesi nel mondo mostra che laddove il benessere è molto elevato anche la frequenza delle celebrazioni liturgiche è sensibilmente minore. Forse perché si è smarrita una dimensione fondamentale della vita cristiana?

A partire dagli anni Ottanta il CARA (Center for Applied Research in the Apostolate), un centro di ricerca collegato all’Università di Georgetown, pubblica la World Values Survey (WVS), una indagine mondiale sui valori. L’ultima edizione dell’inchiesta, pubblicata lo scorso 23 gennaio sul blog del CARA, Nineteen Sixty-four, riporta dei dati interessanti sulla frequenza alla Messa, intervistando delle persone in 36 Paesi del mondo dove un’ampia fetta della popolazione si professa cattolica.

In base alla frequenza della Messa (una volta alla settimana o anche più) i ricercatori hanno suddiviso i 36 Paesi oggetto dell’indagine in sei sottogruppi.

Scopriamo così che i Paesi in cui le persone adulte che si identificano come cattoliche vanno di più a Messa vedono svettare in testa la Nigeria (94%), seguita dal Kenya (73%) e dal Libano (69%).

C’è poi un altro segmento di Paesi dove circa la metà degli adulti che si dicono cattolici frequentano la Messa almeno una volta la settimana, e cioè Filippine, Colombia (54%), Polonia (52%) e Ecuador (50%).

In un terzo gruppo di Paesi invece i cattolici che vanno a Messa vanno da meno della metà a poco più del trenta per cento. E sono: Bosnia e Erzegovina (48%), Messico (47%), Nicaragua (45%), Bolivia (42%), Slovacchia (40%), Italia (34%) e Perù (33%).

Il quarto gruppo è quello degli Stati dove i cattolici che vanno a Messa sono compresi tra il 30% e il 25% del totale: Venezuela (30%), Albania (29%), Spagna (27%), Croazia (27%), Nuova Zelanda (25%) e Regno Unito (25%).

Negli Stati Uniti la partecipazione alla Messa da parte dei cattolici si aggirava attorno al 24% prima dello scoppio della pandemia alla fine del 2019. Il sondaggio più recente, che risale all’estate 2022, ha mostrato che la quota di fedeli adulti statunitensi che prende parte alla Messa è calata al 17%, con un 5% che dice di seguirla da casa alla televisione o via internet. Gli Usa così rientrano nel quinto gruppo di Paesi (frequenza alla Messa tra il 25 e il 20% dei cattolici) insieme a Ungheria e Slovenia (entrambe 24%), Uruguay (23%), Australia (21%), Argentina (21%), Portogallo (20%) e Repubblica Ceca (20%).

Chiude il sesto gruppo di Paesi, a partire dall’Austria (17%). Seguono poi Lituania (16%), Germania (14%), Canada (14%), Lettonia (11%), Svizzera (11%), Brasile (8%), Francia (8%) e Olanda (7%).

Religiosità e partecipazione alla Messa: un risultato che sorprende

Un altro risultato interessante dell’indagine del CARA è questo: la debole correlazione tra la religiosità e la partecipazione alla Messa. Agli intervistati che si sono dichiarati cattolici è stato chiesto cioè se si consideravano persone «religiose» (non necessariamente le due cose coincidono) e questa percentuale è stata confrontata col numero di quelli che poi vanno effettivamente a Messa. Ci si potrebbe aspettare che le due cose siano collegate. Ma non è per forza così. Ci sono Paesi in cui c’è una stretta relazione tra le due risposte («persona religiosa» e «frequenza alla Messa»): è il caso di Olanda, Argentina, Ecuador, Filippine, Kenya e Nigeria. Ma per diversi altri Paesi non è affatto così. In Uruguay ad esempio quasi tutti i cattolici si dicono persone religiose (97% degli intervistati), ma poi solo il 23% va a Messa almeno una volta a settimana. In Francia, del 72% dei cattolici intervistati che si dicono “religiosi”, soltanto l’8% va a Messa.

Messa e Pil: quando la ricchezza pesa

C’è poi un terzo fattore che emerge dall’indagine del CARA: quello economico. Se consideriamo il Pil pro capite (il Pil è il valore totale dei beni e dei servizi prodotti in un Paese in un anno) abbiamo una misura comunemente ritenuta un indicatore del benessere economico degli abitanti di un Paese.

Bene, la correlazione tra il Pil pro capite e la frequenza alla Messa appare decisamente più forte di quella tra religiosità e partecipazione alla Messa. Ma si tratta di una correlazione inversa (curvilinea): vale a dire che più aumenta il benessere individuale in un Paese meno si va a Messa. In particolare una volta superata la soglia dei 10.000 dollari di Pil pro capite la curva della partecipazione alla funzione religiosa si abbassa bruscamente. L’Italia rappresenta una parziale eccezione, visto che con un Pil individuale superiore ai 30 mila euro la quota di cattolici che partecipano alla Messa è più alta di Paesi con uno standard di benessere simile.

Anche considerando la semplice religiosità, questa crolla in Paesi con un alto livello di Pil individuale. C’è un gruppo di Paesi in Europa occidentale (Francia, Austria, Spagna, Germania, Olanda, Regno Unito, Svizzera), Nord America (Canada) e Oceania (Nuova Zelanda) con bassi livelli di religiosità e un alto benessere economico. E la Svizzera, che ha il Pil individuale più alto ha anche bassi livelli di frequenza della Messa e di cattolici “religiosi”.

Dato il ridotto numero di Paesi coinvolti nell’indagine non si possono generalizzare questi risultati. Rimane comunque il dato che, si legge nelle conclusioni del blog Nineteen Sixty-four, «in questo piccolo campione di paesi, possiamo supporre che il cattolicesimo sia più forte in quello che viene spesso definito il mondo in via di sviluppo, dove il livello di Pil pro capite è più basso, mentre appare essere in contrazione nei più ricchi Paesi “sviluppati”. Gli esatti meccanismi associati allo sviluppo economico e alla ricchezza che impattano sulla partecipazione dei cattolici alla fede e all’identificazione come persone religiose non sono chiari. Quali che siano, contano in maniera significativa».

Il problema del post-storicismo

Detto questo, qualche considerazione su questa correlazione può essere fatta comunque. La fede cristiana nasce da un seme capace di mettere radici ovunque, è vero. Ma è altrettanto vero, Vangelo alla mano, che non tutti i terreni sono propizi per accogliere questo seme. In altre parole, sembrano esserci condizioni esistenziali più favorevoli di altre all’«innesto» evangelico. Come la grazia soprannaturale, del resto, ha pur sempre bisogno di una natura su cui innestarsi.

A chi si occupa di geopolitica ad esempio è familiare la distinzione tra Paesi che, pur vivendo cronologicamente nello stesso momento storico, dal punto di vista geopolitico vivono in tempi differenti. Mi spiego meglio: alcune collettività vivono in una condizione cosiddetta «post-storica». Ricercano cioè esclusivamente il benessere materiale, la qualità della vita, i successi individuali. Di conseguenza si impone, direbbe Guardini, un’etica delle cose, dove i valori che si impongono sono sostanzialmente quelli dell’economia. Che si accompagnano, di norma, a altri valori – o, meglio, disvalori – che si chiamano materialismo, relativismo morale e culturale, fino al nichilismo.

Il post-storicismo è la tipica mentalità minimalista dei popoli convinti – illudendosi perlopiù – che le brutture e le violenze della storia siano ormai un relitto del passato. Un Paese post-storico crede che non ci siano valori superiori alla vita stessa e per i quali valga la pena di battersi. Per i post-storicisti la condizione «naturale» dell’umanità è quella di una kantiana e universale pace perpetua. Qualcosa di simile, insomma, a quello che Péguy aveva chiamato il sistema pace: la tavola dei valori di una società dove a contare è soltanto l’ordine materiale (piacere e vitalità, qualità della vita, benessere, consumi, eccetera).

Fede cristiana e senso belligerante della vita

Altri popoli invece vivono appieno la condizione opposta: quella «storica» dove Bia e Kratos, i mostri inferi che per gli Antichi personificavano la forza e la violenza, fanno sentire la loro presenza opprimente. Come accade nei due Paesi in cima alla prima classifica del CARA: Nigeria e Kenya.

Secondo la onlus Porte Aperte/Open Doors la Nigeria (dove il 94% dei cattolici va a Messa almeno una volta alla settimana) è al sesto posto nella lista dei Paesi dove i cristiani sono più perseguitati al mondo. Mentre in Kenya (pratica religiosa al 73%), fa notare Religion en libertad, la popolazione cristiana è oppressa dall’organizzazione islamista Al-Shabaab – una cellula di al-Qaeda – con frequenti attentati, sequestri e discriminazioni di diversa natura.

Esageriamo se diciamo che la fede in Cristo Gesù perde il suo sale, secondo l’immagine del vangelo di due domeniche fa, in un clima post-storico dove il benessere materiale assurge a valore assoluto? Là dove l’uomo non vive che di solo pane (cioè di beni terreni) la temperatura religiosa si abbassa inesorabilmente. Una pancia troppo piena sembra dimentica del pane celeste, troppo zucchero porta a accantonare il comandamento di Gesù a essere sale della terra. Dimenticando che andare a Messa non equivale ad assolvere un dovere religioso: è un mezzo per rendere fecondo il nostro cuore, per renderci santi, soprattutto attraverso l’incontro con Gesù Eucarestia.

Si rischia di smarrire, in altre parole, quello che papa Francesco, in una meditazione offerta quando ancora era il cardinale Bergoglio, ha definito il «senso belligerante della vita». In questa meditazione – raccolta nel libro Aprite la mente al vostro cuore – il futuro papa Francesco insisteva sulla nascita della Chiesa dalla croce del Signore: luogo della «guerra di Dio» contro lo spirito del male. Una guerra combattuta sulla croce che mostra, più di ogni altra cosa, come «la condizione di perseguitati è normale nell’esistenza cristiana», spiegava l’allora arcivescovo di Buenos Aires. La persecuzione è una sorta di prova del fuoco, di passaggio purificatorio (in greco pŷr, da cui «puro», significa fuoco).

Quando «fare pace» non nasce dalla croce

La ricerca della pace a ogni costo – così tipica del «sistema pace» dei popoli post-storici, tutti votati alla terra e a una felicità intramondana – non pare propizia alla maturazione di questo senso belligerante della vita che, piaccia o meno, è una componente ineliminabile della fede cristiana. Questo perché al fondo la pace post-storicistica è a sua volta, non dimentichiamolo, un concetto essenzialmente economico. In origine pagare significa «fare la pace»: placare, rendere quieti. Al momento di pagare il creditore rilascia infatti una «quietanza» che libera il proprio debitore che «acquieta» entrambi: creditore e debitore.

La pace cristiana, inutile dirlo, invece è il frutto della riconciliazione tra umano e divino conquistata sì a caro prezzo. Ma è un prezzo pagato col sangue, non con la moneta: sulla croce dove, per usare sempre le parole di Francesco, si consuma la «battaglia finale» di Gesù. Nulla di zuccheroso quindi. Tanto che «non è possibile concepire l’essenza del nostro servizio a Gesù Cristo senza questa dimensione», avverte il papa. Ovvero la dimensione del senso belligerante della nostra vita.

La realtà è che l’uomo non è soltanto un animale politico che aspira a cooperare con gli altri. È anche un animale competitivo. E questa sua natura belligerante non va negata, ma piuttosto elevata: sublimata su un piano superiore. Per questo, come ha scritto Chesterton, la carità non può accogliere ogni dimensione autenticamente umana se non a condizione di accettare anche lo spirito combattivo. In caso contrario, «la carità non sarà qualcosa di completamente umano, e quindi di non completamente divino».

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