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Un sacerdote spiega perché tanti uomini sembrano oggi smarriti

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Nakaridore / Shuttertock

Marzena Wilkanowicz-Devoud - pubblicato il 09/02/23

“Il cuore dell'anima maschile è abnegato; è l'anima stessa della paternità”

“Non si nasce uomini, lo si diventa”, ha detto Erasmo.

È difficile negare la crisi attuale: gli uomini di oggi sembrano essere perduti. La mascolinità è in via d’estinzione? Come possiamo aiutare un uomo a trovare la strada giusta? Quali condizioni si devono verificare perché gli uomini affermino pacificamente la loro mascolinità?

Sono le domande a cui padre Philippe de Maistre, parroco della parrocchia di Saint-André-de-l’Europe di Parigi e autore del libro La voie des hommes (Il cammino degli uomini), risponde per noi.

Si nota un declino della mascolinità. La tipica crisi di identità nell’adolescenza e la crisi di responsabilità nella mezza età sembrano cristallizzare il problema. La mascolinità è in via d’estinzione?

C’è una vera crisi del carattere maschile. Tra molti giovani constato una mancanza di fiducia in se stessi e una certa passività nella vita, come se fosse difficile affermarsi come uomini.

Come sacerdote, spesso l’ho visto a due livelli. In primo luogo, quello dell’educazione e della costruzione di un’identità: agli uomini costa uscire dall’indeterminazione dell’adolescenza. Viene poi la crisi di mezza età verso i 40 anni: mettono in discussione le loro opzioni di vita e sperimentano un profondo malessere, con la sensazione di aver perso la propria vita. La crisi della mascolinità è quindi particolarmente notevole durante l’adolescenza e poi verso i 40 anni.

Gli «adultescenti»

Nel suo libro parla di una nuova specie di uomini, gli “adultescenti”: Michel Houellebecq li definisce adolescenti “sminuiti”. Chi sono?

Non sono né bambini né adulti. Hanno perso la grazia dell’infanzia, e pur avendo l’aspetto fisico dell’età adulta, non hanno acquisito la maturità corrispondente. Adorano l’adolescenza e rivendicano la propria condizioni di eterni adolescenti.

Se facciamo un passo indietro, ci rendiamo conto che prima degli inizi del XII secolo si accettava che fossimo prima bambini e poi adulti.

Il sistema educativo si è organizzato per permettere che i bambini diventassero adulti. L’adolescenza era solo una fase di transizione.

Oggi questa tappa “intermedia” si prolunga nel tempo fino a diventare uno stato in sé, che molti vorrebbero fosse permanente. L’adolescenza non è più un’età difficile che dobbiamo cercare di superare il più rapidamente possibile. È diventata perfino l’età d’oro della nostra società! Gli eterni adolescenti riflettono così una società “adultescente”. Questa “adulazione”, però, è un vero dono avvelenato.

Perché questo stato dell’adolescenza è tanto pericoloso?

La nostra società consumista mantiene questi eterni adolescenti che hanno un corpo adulto e una mente puerile, immatura, infantile. Oggi un giovane non si domanda cosa la società si aspetti da lui in termini di dovere. Reclama in primo luogo i suoi diritti. Non esiste la nozione di sacrificio per il bene comune. Questo è l’atteggiamento di un bambino: sua madre lo nutre e gli dà tutto quello di cui ha bisogno. Non c’è più la transizione all’età adulta. Il processo di iniziazione non esiste più.

Le tradizioni del mondo parlano però generalmente di qualche tipo di rito, di un momento in cui un bambino passa dal mondo dell’infanzia, determinato dalla madre, al mondo adulto, il mondo esterno, quello della responsabilità, determinato stavolta da suo padre. È quest’ultimo che scende poi sulla linea del fronte.

Tra i Masai, il padre fa seguire al figlio un rito, aiutandolo a superare alcune prove durante un rituale nel bosco. Nella tradizione ebraica c’è il bar-mitzvah: un bambino va in sinagoga con il padre per proclamare la Parola. Diventa uomo, una persona che possiede la Parola che dice la verità e combatte il male. È una rottura con il mondo dell’infanzia, un percorso verso l’età adulta.

La nostra società occidentale ha fatto scomparire tutte queste tappe. Abbiamo giovani di 30 o 40 anni che non hanno passato questa prova di conferma, non sono passati a un’altra dimensione. Sono nel mezzo, non sono sicuri di se stessi. Come risultato, non sanno come impegnarsi nel loro lavoro o nella loro vita personale. Questo accade perché il loro passaggio all’età adulta non è stato incoraggiato né benedetto.

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Tutto questo è molto legato alla figura paterna, che in determinati rituali benedice il bambino. A volte gli dà un nome diverso, o gli segna il corpo con un tatuaggio o una scarificazione, una cosa che simboleggia il fatto che il corpo è fatto per donarsi, per impegnarsi.

Come possono gli uomini recuperare la fiducia nel proprio carattere e forgiare la propria identità?

Perché la generazione più giovane assuma il suo posto nel mondo, i genitori devono darle quel posto. Se i genitori non accettano di invecchiare o di morire, se non sanno neanche qual è il loro posto, non possono lasciarlo alle generazioni più giovani e compiere così la loro funzione di trasmissione.

Nella storia ci sono esempi molto ispiratori. Ugo Capeto [re francese del X secolo, n.d.e.] è stato un genio della trasmissione reale! Ha anticipato la sua morte: ha incoronato suo figlio mentre era ancora in vita. Un episodio della vita di Picasso mi ha colpito profondamente: quando suo padre si è reso conto che suo figlio di 12 anni aveva talento, gli ha dato tutti i suoi pennelli e gli ha confermato che aveva un posto come pittore, cosa che in seguito lo ha aiutato molto. Questa trasmissione si verifica quando il padre non vede il figlio come una minaccia, quando vede che il figlio sta entrando in una nuova tappa della sua vita, mentre la sua sta entrando in un’altra dimensione di saggezza e profondità.

Invecchiare non significa che la vita non abbia senso; donare il posto è un’apertura e un cammino verso la propria eternità. Abbiamo perso la nozione per cui la vita è come un viaggio di iniziazione, con tappe di trasformazione. Se la vita è un’eterna giovinezza che manteniamo artificialmente, non andiamo da nessuna parte; cerchiamo di mantenere un’adolescenza eterna.

Ma la vecchiaia non è sinonimo di saggezza? Lo vediamo nella Bibbia: un uomo saggio è un uomo realizzato. È qualcuno che fa sì che la sua vita dia frutti per gli altri, nel campo della paternità e della trasmissione.

Qual è allora la via che devono prendere gli uomini?

Péguy lo descrive in modo ammirevole quando presenta un uomo di 40 anni che vede che la sua vita forse non è piena come voleva, ma anziché retrocedere e distruggere tutto, anziché concentrarsi su se stesso, l’uomo – che è padre – scopre un segreto che prima ignorava. Pur vedendo che non ha la felicità che cercava, riconosce al contempo la meraviglia di avere un figlio di 14 anni. Scoprirà la felicità di donarsi.

C’è più gioia nel dare che nel ricevere, come dice il Vangelo. Questo si sperimenta realmente nel processo di trasmissione. Il cuore dell’anima maschile è abnegato; è l’anima stessa della paternità.

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