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Com’è la vita di un sacerdote in un campo di sfollati in Sud Sudan?

Father Michael Bassano celebrating mass in a camp in South Sudan

Courtesy of Father Bassano

Isabelle H. de Carvalho - pubblicato il 03/02/23

La gente del campo può aver perso tutto, ma ha “una fede profonda e resiliente che la fa andare avanti”, dice padre Michael Bassano

Il sacerdote di Maryknoll padre Michael Bassano, 74 anni, è stato missionario in varie parti del mondo, tra cui Thailandia, Cile e Tanzania, ma la sua missione attuale è probabilmente la più peculiare.

Originario degli Stati Uniti, padre Bassano è l’unico sacerdote cattolico che serve una comunità di fedeli al Campo delle Nazioni Unite per la Difesa dei Civili a Malakal, nella zona nord-orientale del Sud Sudan. Da dieci anni vive in questo luogo, che ospita più di 35.000 sfollati interni, fuggiti da guerra civile e conflitti etnici che hanno interessato il Paese fin dalla sua indipendenza nel 2011.

Padre Bassano si trova attualmente nella capitale del Sud Sudan, Juba, in attesa dell’arrivo del Papa il 3 febbraio. Accompagnerà alcuni membri del suo campo agli eventi organizzati per la visita del Pontefice. Con la gioia nella voce, il sacerdote ha parlato ad Aleteia della sua vita come sacerdote della “Chiesa di lamiera” del campo.

Com’è arrivato in Sud Sudan?

Sono arrivato nel 2013 come parte di un’organizzazione cattolica chiamata Solidarity with South Sudan (Solidarietà con il Sud Sudan), di cui faccio ancora parte. Il nostro compito principale è l’educazione e la formazione a livello sanitario, progetti agricoli e lavoro pastorale. Sono arrivato con altri membri di Solidarity a Malakal, nello Stato dell’Upper Nile, nell’ottobre 2013. Due mesi dopo è scoppiata la guerra civile [durata fino al 2018, n.d.e.]. Era iniziata precedentemente a Juba, e alla vigilia di Natale è arrivata nella nostra regione. Io e tre suore sono siamo rimasti intrappolati in un conflitto a fuoco durante uno scontro tra i gruppi di opposizione e l’esercito governativo. Per quattro giorni ci siamo nascosti in un piccolo bagno, sperando di sopravvivere a quell’esperienza.

Il 2 gennaio siamo stati evacuati a Rumbek, nella zona occidentale del Paese, e abbiamo iniziato a lavorare lì. Il mio desiderio, però, era tornare a Malakal e stare nel campo delle Nazioni Unite per gli sfollati interni, perché non c’era nessuno che servisse la comunità cattolica. Sono tornato nel novembre 2014 insieme a un altro sacerdote e a una suora. È così che è nata la nostra comunità cattolica nel campo. Non ho mai pensato che avrei svolto questo tipo di ministero, è successo e basta. Si sente l’ispirazione dello Spirito a stare con i bisognosi, visto che la comunità cattolica non aveva nessuno.

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Cos’ha fatto? 

L’UNICEF ci ha dato la tenda che usava come scuola come luogo per riunirci la domenica mattina. Poteva riunire tra le 20 e le 30 persone, e ci aiutavano anche le donne della Legione di Maria. All’epoca il campo contava circa 30.000 persone.

Questo è stato il nostro umile inizio, e da allora sono rimasto lì. Cerchiamo di supportare e aiutare le persone creando una comunità cattolica attraverso tutte le attività che offriamo: gruppi giovanili, Legione di Maria, cori… È quasi come una comunità parrocchiale. Vogliamo che le persone provino un senso di speranza, e quindi, anche se vivono in tende di plastica o di lamiera, credono ancora che un giorno avranno una vita migliore. La nostra missione è questa, dare loro speranza.

Com’è la comunità cattolica del campo?

Abbiamo costruito una nuova chiesa in lamiera un po’ più grande di quella precedente. Nella nostra comunità ci sono circa 4.000 cattolici, e almeno 1.200 partecipano alla liturgia la domenica. Il campo è cresciuto, e ormai deve ospitare circa 40.000 persone. Nel 2022 si sono verificati nuovamente degli scontri, e quindi ci sono stati più sfollati e la gente è venuta nel campo.

Com’è la sua giornata tipica? 

Mi alzo presto per guardare l’alba e ringraziare Dio per il dono di un nuovo giorno. Faccio colazione e verso le 8.30 vado all’ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Rifugiati. Negli ultimi due anni abbiamo lavorato a un progetto per aiutare a portare cibo alla gente del campo, visto che la Società di Maryknoll a New York ha un progetto contro la carestia. Con il denaro che ricevo compro riso, sorgo e altri prodotti, e lo staff dell’UNHCR lo distribuisce alla gente nel campo o altrove nella regione. Attraverso questo ufficio della Nazioni Unite scopro anche cosa accade nell’area, ad esempio se gli scontri si sono intensificati o no.

Al mattino visito anche i malati all’ospedale di Medici senza Frontiere o alla clinica del Corpo Medico Internazionale, entrambi all’interno del campo.

Di pomeriggio fa molto caldo, quindi riposo un po’. Verso le 16.00 vado nella tenda della chiesa perché abbiamo attività ogni giorno. Il lunedì e il martedì c’è il programma di catechesi, il mercoledì le prove del coro, il giovedì l’incontro del comitato per la liturgia e il venerdì la Legione di Maria. Il sabato mattina registriamo un servizio liturgico per Nile Radio, la stazione radiofonica pubblica per il nostro campo, che viene poi trasmesso la domenica mattina alle 8.00.

In genere il sabato pomeriggio torno in ospedale a visitare i malati, se serve. La domenica mattina abbiamo la nostra liturgia, che va avanti per due o tre ore. È piena di danze e canti, ed è una vera gioia nel Cristo risorto! La gente del campo può non avere niente, ma ha una fede profonda e resiliente che la fa andare avanti nonostante tutte le sfide che deve affrontare.

Father Michael Bassano celebrating mass in a camp in South Sudan

Qual è la parte più impegnativa del suo ministero? 

Una sfida è il fatto che qui la gente ha bisogno di tante cose. Ogni giorno qualcuno viene da me ed è ammalato o ha bisogno di denaro per comprare cibo o mandare i figli a scuola. Ogni volta dobbiamo cercare di trovare dei modi con l’UNHCR per vedere quello che possiamo dare. A volte, però, è schiacciante. Ci sono tante necessità; la gente soffre per tante cose, e a volte non si sa come poter continuare ad aiutare. Dico sempre ‘Fai del tuo meglio, e lascia che Dio faccia il resto!’

Un altro aspetto impegnativo del mio ministero è stato il fatto di comunicare con la gente che mi circonda. Nel campo ci sono gruppi etnici diversi, come Shilluk o Nuer, e nella città di Malakal ci sono i Dinka. Parlano tutti le loro lingue locali e l’arabo, anche se la lingua nazionale del Sud Sudan è l’inglese. Nelle mie varie missioni ho imparato spagnolo, thailandese e swahili, ma invecchiando mi sono reso conto che è diventato più difficile imparare nuove lingue. Ho imparato alcune parti della liturgia in arabo, ad esempio, ma svolgo la maggior parte della celebrazione in inglese, e quindi ho bisogno dell’aiuto di un traduttore. Penso che la gente sappia che dopo tutti questi anni voglio solo essere presente con la mia fede per aiutarla. A 74 anni, cerco sempre di imparare!

Qual è la parte più bella del suo ministero? 

Sicuramente i bambini, sono i più entusiasti e gioiosi. Possono non avere nulla e vivere in piccole tende di plastica, ma quando ti vedono arrivare sorridono e i loro occhi si illuminano.

La domenica è il giorno che preferisco. Subito dopo il saluto e la preghiera d’apertura della Messa, dopo il Gloria, invito i bambini ad avvicinarsi a me sull’altare. Cantiamo insieme una canzone in arabo e inglese intitolata Jesus loves me. Sono felici di essere considerati parti della Chiesa, si sentono speciali e importanti. Lo si vede nel loro sorriso e in come cantano ad alta voce. Dopo il canto facciamo alzare le mani a tutta l’assemblea in segno di benedizione sui bambini e dire “Dio benedica questi bambini, che sono i doni di Dio per noi”. Sono proprio i bambini che mi fanno andare avanti.

Father Michael Bassano during a mass in a camp in South Sudan

Cos’ha imparato dalla sua esperienza? 

Le persone che vivono nel campo mi hanno insegnato che a volte si può celebrare anche solo la gioia di stare insieme. Possono aver perso la propria casa, la terra, i mezzi di sussistenza, tutto, ma hanno l’un l’altro. Sono i rapporti che creiamo come unica famiglia di Dio che danno vita e gioia in mezzo alla sofferenza. È una grazia di Dio.

In ospedale c’è una bambina di 7 anni di nome Nyacebit. È affetta da paralisi cerebrale. Ogni volta che vado a trovarla fa un grande sorriso da un orecchio all’altro che scalda il cuore. Non parliamo la stessa lingua, ma è all’opera la comunicazione del cuore. Sa che sono lì per lei come “Abuna”, come mi chiamano i bambini, che significa “padre” in arabo. Quando la guardo penso a come il sorriso di un bambino possa davvero risollevarci. Quella bambina è un dono grande, il pensiero di lei che sorride mi fa superare qualsiasi giornata impegnativa. In lei vedo la presenza di Dio anche nelle situazioni difficili.

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